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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Giuseppe Conte – Il mito greco e la manutenzione dell’anima

ilRaccoglitore | Incipit   7 Novembre 2021   4 min.

“Ognuno potrà, leggendo, capire se la propria predisposizione è orientata da Apollo o da Dioniso, da Achille o da Ulisse, da Eracle o da Prometeo. Impareremo a riconoscere se siamo abitati da chiarezza razionale o da impulsi estatici, da istinti guerrieri o esplorativi, se siamo mossi dal desiderio di sottometterci a fatiche e di accendere fuochi per domare i metalli o dal piacere di plasmare esseri a nostra somiglianza. Le lettrici vedranno figure maschili entrare nella composizione del proprio spirito e i lettori scopriranno figure femminili guidare il loro agire. Una corretta manutenzione dell’anima farà sì che ognuno di noi individui innanzitutto ciò che lo rende umano e lo indirizza verso la propria personale felicità.”
Giunti

 

 

 

Fu mio padre, Francesco Conte (1920-1986), che mi spiegò il significato dell’affresco di argomento mitologico dipinto su un tondo nel soffitto della camera dove dormivo, in quello sconfinato e decaduto appartamento dove passai l’infanzia nel piccolo paese ligure di Porto Maurizio. Papà veniva dalla Sicilia, aveva fatto studi classici, da cui i parenti liguri si erano tutti tenuti rigorosamente lontani.
L’affresco rappresentava il carro di Elio, dio del Sole, trainato da due cavalli che scalpitavano tra le nuvole e schiumavano fuoco dalle froge. Alla guida del carro, ma ormai incapace di governarlo, c’era il giovane auriga Fetonte. Figlio di Elio, quel giorno aveva a tutti i costi voluto sostituire il padre, e non aveva seguito i suoi consigli: aveva disobbedito, aveva portato il carro del Sole prima troppo lontano dalla terra, provocando micidiali tempeste di ghiaccio, e poi troppo vicino, facendo scoppiare incendi spaventosi. Ora stava per essere sbalzato rovinosamente a terra, soltanto così il cosmo avrebbe ritrovato il suo ordine. Era una storia che adombrava chissà quali sconvolgimenti cosmici primordiali, e nello stesso tempo l’eterna disobbedienza dei figli al padre.
Anch’io, entrato nella prima giovinezza, mi ribellai al padre, ai padri, alla tradizione della civiltà in cui sono nato. Mi allontanai dal mito per essere contemporaneo. Feci tabula rasa. Mi ritrovai vuoto, inerte, incapace di individuare la mia strada e col rischio di dare per sempre il benservito ai miei sogni. Fu la mia breve stagione di nichilismo e di disincanto. Quando riscopersi il mito, o meglio quando il mito rientrò prepotentemente in me a riempire il mio vuoto come per la legge dei vasi comunicanti, più che da quello greco mi sentii affascinato da quello di popoli estinti come gli Aztechi, sconfitti come i Nativi americani, semiscomparsi come i Celti, lontani come gli Indiani seguaci dell’Induismo. L’Europa mi appariva isterilita, senza anima, e io fuggivo sui suoi margini o in altri continenti per ritrovare un’energia spirituale che avevo perduto e che, all’improvviso, la conoscenza e la passione del mito mi restituiva, spazzando via buio, materialismo e appiattimento sul presente.
Viaggiavo moltissimo allora, in cerca dei luoghi dove i miti che più amavo si incarnavano in paesaggi, colori, suoni, luci, memorie, templi, si calavano nella geografia e nella storia. Viaggiavo con un taccuino e una biro. E nient’altro.
Provai nel movimento, nella fuga da me stesso, la felicità della libertà assoluta. Girai le isole Aran a piedi, le Orcadi in bicicletta, affittai una feluca sul Nilo con il suo piccolo equipaggio arabo per arrivare all’isola Elefantina, mi feci scarrozzare in auto per il Tamil Nadu e benedire da un bramino a Kanchipuram. Con una vecchia Dodge dal cambio manuale raggiunsi Taos e la riserva di Taos Pueblo, e mi inoltrai sulle Montagne Rocciose. Allora, una compagnia aerea che non esiste più, la TWA, vendeva biglietti circolari con cui potevi andare da una città all’altra degli Stati Uniti. Mi capitò di spostare le lancette dell’orologio due volte nello stesso giorno, prima in avanti, poi indietro, tanti erano i fusi orari che cambiavo, dalla California al Missouri al New Mexico.
Da quella esperienza nacque Terre del mito, la cui prima edizione uscì nel 1991. Avevo incrociato la passione per il mito con quella per il viaggio. Per la fuga da un mondo senza dei in cerca di nuovi dei. La grande malata della nostra civiltà, la natura, mi sembrava che potesse guarire e rinascere soltanto se fosse stata ripopolata da divinità, da un senso nuovo del sacro. Tutto questo lo trovavo nel mito, nei miti del mondo.
Questo libro che ti stai accingendo a leggere, cara lettrice e caro lettore, è nato invece in una condizione quasi innaturale di confinamento, di chiusura forzata nella propria casa e in sé stessi, mentre fuori dilagava una pandemia sconosciuta provocando morte, angoscia e paura. In questa condizione nuova, oppressiva, piena di ombre, diventava per me necessario ritornare alle origini, al mito che ha impresso per primo le sue figure nella mia immaginazione e nella mia anima e che ha nutrito di sé per secoli e secoli la civiltà in cui sono nato.
Sentivo che dovevo tornare al bambino che a sei o sette anni ascoltava il padre parlargli del carro del Sole e di Fetonte, che si impauriva guardando dal basso, la nuca calcata contro il cuscino, quegli zoccoli, quelle criniere, quelle froge di fuoco, e forse intuiva già quanto è difficile seguire senza danno i propri desideri. Dovevo tornare allo studente che, a undici anni, aprì per la prima volta l’Iliade di Omero e si innamorò perdutamente di Achille, e manifestò la sua avversione profonda, viscerale per Agamennone, non senza percepirne il fascino malvagio e funesto. Né Ulisse né tanto meno Enea mi attrassero poi così tanto.
Mentre scrivevo questo libro, il mito mi mostrava sempre di più il suo nesso inscindibile con l’anima.

 

L'autore







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