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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

#Recitationes: Sylvia Plath

ilRaccoglitore | #Recitationes   27 Ottobre 2021   3 min.

 

Canto del fuoco

 

Nascemmo verdi
a questo giardino in difetto,
ma nella spessura macchiettata, grinzosa come un rospo,
il nostro guardiano si è imboscato malevolo
e tende il laccio
che abbatte cervo, gallo, trota, finché ogni cosa più bella
arranca intrappolata nel sangue sparso.

 

Nostro incarico è ora di strappare
una forma di angelo con cui ripararsi
da questo mucchio di letame dove tutto è intricato tanto
che nessuna indagine precisa
potrebbe sbloccare
la presa furba che frena ogni nostro gesto fulgente,
riportandolo alla fanga primordiale sotto un cielo guasto.

 

Dolci sali hanno attorcigliato i gambi
delle malerbe in cui ci dimeniamo instradati verso fine ammorbante;
bruciati da un sole rosso
leviamo destri la selce appallottolata, tenuti nei lacci spinati delle vene;
amore ardito, sogno nullo
il metter freno a tanta superba fiamma: vieni,
unisciti alla mia ferita e brucia, brucia.

 

 

Traduzione di Giona Tuccini.

 

*

 

Lady Lazarus



L’ho rifatto.
Un anno ogni dieci
mi riesce —

 

una specie di miracolo ambulante, la mia pelle
splendente come un paralume nazista,
il piede destro

 

un fermacarte,
il viso, anonima e fine
tela ebraica.

 

Solleva il panno,
o mio nemico.
Incuto terrore? —

 

Il naso, le occhiaie vuote, tutti i denti?
L’alito puzzolente
svanirà in un giorno.

 

Presto, presto la carne
che il severo sepolcro ha divorato
tornerà al suo posto su di me,

 

e sarò una donna sorridente.
Ho trent’anni soltanto.
E come i gatti ho nove volte per morire.

 

Questa è la Numero Tre.
Quanto ciarpame
da annientare ogni decennio,

 

che miriade di filamenti.
La folla che sgranocchia noccioline
spintona per vedere

 

mentre vengo sbendata mani e piedi —
il grande spogliarello.
Signori e signore,

 

ecco qua le mie mani,
le ginocchia.
Sarò pure pelle e ossa,

 

ma sono sempre la stessa identica donna.
La prima volta avevo dieci anni.
Fu un incidente.

 

La seconda volevo
andare fino in fondo senza ritorno.
Cullandomi mi chiusi

 

come una conchiglia.
Dovettero chiamare e chiamare
e staccarmi di dosso i vermi come perle appiccicose.

 

Morire
è un’arte, come qualunque altra cosa.
Io lo faccio in modo magistrale,

 

lo faccio che fa un effetto da impazzire
lo faccio che fa un effetto vero.
Potreste dire che ho la vocazione.

 

È facile farlo in una cella.
È facile farlo e rimanerci.
È il teatrale

 

ritorno in scena in pieno giorno,
stesso posto, stessa faccia, stesso bestiale
urlo goduto:

 

«Miracolo!»
è questo che mi stende.
Si paga

 

per vedere le mie cicatrici, si paga
per ascoltarmi il cuore —
funziona eccome.

 

E si paga, si paga salato
per sentire una parola, per toccare,
per un goccio di sangue,

 

una ciocca di capelli, un brandello di veste.
E così, Herr Doktor,
e così, Herr Nemico.

 

Sono il tuo capolavoro,
il tuo bene prezioso,
l’infante d’oro puro

 

che si scioglie in un grido.
Mi rigiro e brucio.
Non credere che sottovalutati le tue sollecite cure.

 

Cenere, cenere —
Frughi e rimesti.
Carne, ossa, non ci sono resti —

 

una saponetta,
una vera nuziale,
una capsula dentaria.

 

Herr Dio, Herr Lucifero
in guardia
in guardia.

 

Dalla cenere
sorgo con i miei capelli rossi
e divoro gli uomini come aria.

 

 

Traduzione di Anna Ravano.

 

*

 

Ariel



Stasi nell’oscurità.
Poi gli azzurri insostanziali
Versano cime e distanze.

 

La leonessa di Dio,
Come uniti cresciamo,
Perno di tacchi e ginocchia! – Il solco

 

Si spacca e passa, sorella al
Bruno arco
Del collo che non posso fermare,

 

More dal negro occhio
Spargono cupi
Ganci –

 

Boccate nere di dolce sangue,
Ombre.
Qualcos’altro

 

Mi tira in aria –
Cosce, capelli;
Scaglie dai miei tacchi.

 

Bianca
Godiva, io mi sbuccio –
Mani morte, urgenze morte.

 

E ora io
Schiumo come grano, uno scintillio di mari.
Lo strillo del bambino

 

Si fonde nel muro.
E io
Sono la freccia,

 

La rugiada che giace
Suicidale, una con la spinta
Nel rosso

 

Occhio, la fucina del mattino.

 

 

Traduzione di Amelia Rosselli.

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