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Altissima. Grevissima. Ailanthus.

Bruno Contini | Arboretum, Botanica   3 Settembre 2021   5 min.

 

Infestante, puzzolente, inutilizzabile, iscritta di diritto a qualsiasi lista nera, ricercata in tutta Europa. Ritratto di una delle piante più odiate e temute al mondo.

 

«[…] Tutti lottano per vivere. Guardate quest’albero. Non riceve mai un raggio di sole e si bagna solo quando piove: vive su una terra arida. Eppure è robusto è vigoroso perché lo sforzo che fa per vivere gli dà forza. I miei figli avranno la stessa forza»

«Ma qualcuno dovrebbe abbatterlo quell’albero: non è di certo bello!»

«Se ve ne fosse uno solo come lui al mondo direste che è bello» rispose Katie «È perché ce ne sono tanti che non ve ne rendete conto»

(Betty Smith, Un albero cresce a Brooklyn)

 

 

Fig. 1. Ailanto torinese nato ai piedi di un cestino dell’immondizia.

Diciottesimo secolo: in Europa impazza una nuova moda: similpagode affiorano dai giardini, vasi orientaleggianti fan bella mostra di sé sui mobili. Le case della nobiltà sfoggiano porcellane, parati con motivi dell’Estremo oriente. Sono le cosiddette “cineserie”: sulla scia del Milione, delle testimonianze dei Gesuiti e degli scambi commerciali sempre più fitti, l’Europa scopre la Cina e tutta l’Oriente. Sulla Via della seta, accanto a drappi, tazzine e chincaglierie viaggiano anche i semi di una nuova pianta. Ha un aspetto grazioso: corteccia liscia, giovani foglie screziate di un rosso vivace, cresce anche in fretta e poi, quel soprannome lì, albero del paradiso, lascia presagire grandi cose. Sarebbe originaria delle Molucche (arcipelago al largo dell’Indonesia assai più rinomato per i chiodi di garofano), ma ha messo radici anche più a est. L’urbanistica europea comincia a tappezzare i viali cittadini di ailanti, questo il nome della pianta. I passanti alzano il capo incuriositi. Le piante autoctone scuotono le fronde in segno di dissenso. L’Europa sta facendo un errore, ma non lo sa ancora.

Un secolo dopo la storia si ripete. L’aura di novità dell’ailanto sta già cominciando a evaporare. Il profumo della novità svanisce nel lezzo del già visto, quello stesso odore sgradevole sprigionato dalle ghiandole delle foglie. Ma la Francia e l’Italia hanno un problema: il comparto della seta è in forte affanno: i bachi da seta allevati sui gelsi si ammalano di pebrina. Il pensiero va subito al nuovo jolly. La pianta asiatica ospita infatti il bombice dell’ailanto, dal cui bozzolo si ricava una seta un po’ più stopposa. Il bombice non darà i frutti sperati, nel frattempo si scopre la cura per il baco da seta. La pebrina passa. Il Vecchio continente apre gli occhi e si disamora della specie esotica. Peccato che Ailanthus altissima in Europa si trovi benissimo.

 

Fig. 2. Smog, sigarette e liquami di scolo: un piccolo ailanto dentro una bocca di lupo coltiva i primi vizi.

È noto che errare è umano, perseverare diabolico… E perseverare nel perseverare? Tra il 1934 e il 1935 la Milizia nazionale forestale (il corpo forestale istituito dal fascismo che nel dopoguerra sarebbe stato inquadrato nel Corpo forestale dello Stato) pianta in giro per l’Italia nove milioni di esemplari di ailanto. La speranza è che dalla specie esotica si possa ricavare del legname da opera.

Oppure, se il legno non fosse abbastanza nobile, pasta da cellulosa.

Oppure se il legno non fosse abbastanza nobile, carbone.

Oppure, se il legno… il legno non è abbastanza nobile, punto. Scadente, poroso, difficile da lavorare, l’albero del paradiso non serve letteralmente a niente! In compenso c’è una cosa che gli riesce benissimo: crescere e propagarsi. Quasi ogni pianta ha un punto debole: un abete rosso non teme il freddo, ma soffre i ristagni idrici. Al contrario un giovane pioppo di golena se la cava anche sommerso per settimane, ma entra in crisi alla prima afa persistente. Un pino domestico resiste alla siccità, ma non tollera la salsedine, e così via. Ebbene, l’ailanto sembra privo di punti deboli, un po’ come quelle carte da gioco con i mezzi di trasporto imbattibili in qualsiasi categoria: dal peso, alla velocità, alla cilindrata.

L’ailanto cresce su qualsiasi tipo di suolo, si trova a suo agio nei climi piovosi, come in quelli asciutti. Se tagliato, ricaccia con maggior vigore. Se sradicato, dai frammenti di radici spezzate si generano nuove plantule, come le teste dell’idra.

 

Fig. 3. Ogni anno nel  plesso scolastico in foto viene abbattuta questo ailanto. Ogni anno la pianta ricresce più alta.

L’unica debolezza è l’eliofilia: la pianta ha bisogno di sole e patisce l’ombreggiamento degli altri alberi. Ailanthus ha una strategia tutta sua per cavarsi dall’impiccio: se non vuoi essere ombreggiato dal tuo prossimo, sii tu il primo a ombreggiarlo. In altre parole: cresci più veloce di qualsiasi altra forma vegetale per bruciarla sul tempo. Infine, per completare il lavoro, le radici secernono una sostanza allelopatica, l’ailanthone, che risulta indigesta ad ogni altra specie, tranne all’ailanto stesso. Ed è così che muore la biodiversità: in un terreno dove prima potevano crescere querce, carpini e ogni altra specie, ora sogghignano schiere di ailanti.

Ma non finisce qui: la pianta diabolica ha preso casa in città! Forse non s’era ancora detto, ma l’ailanto è pressoché insensibile all’inquinamento. Se fate un giro lungo una massicciata ferroviaria, vicino a un canale di scolo maleodorante o in una discarica, da qualche parte vedrete far capolino il terrore del mondo vegetale…

 

Vegetale e non solo, perché negli ultimi anni questo adattamento agli ambienti urbani sta creando non pochi problemi: nei centri archeologici e presso i beni culturali, ormai è una lotta all’arma bianca contro queste creature nate nel mattone e nel calcestruzzo, capaci di provocare crepe e cedimenti negli edifici storici (si veda la recente infestazione nella Cittadella di Alessandria). Eppure…

 

Fig. 4. Un ailanto-vedetta fa il presentatarm alla Cittadella militare di Alessandria.

… Eppure, come per tutti i grandi cattivi della letteratura, c’è qualcosa di eroico in questo strenuo resistere, in questo lussureggiare nella miseria. E per certi versi Ailanthus è un’anteprima del riscaldamento climatico, di un ambiente sempre più siccitoso, sempre più cementificato. E sempre più invaso da ailanti, robinie e tutte quelle specie che hanno saputo adattarsi a questa sovversione. Ailanthus è il volto truce del mondo che sarà.

 

 

P.S. Seppur infestante, scadente, allergogena, maleodorante e vandalico, non dimentichiamo che Ailanthus altissima resta pur sempre un albero. E, come tutti gli alberi, offre una serie di servizi ecosistemici preziosissimi, specie nelle città dove tanto bene si è accomodato: stoccaggio dell’anidride carbonica, cattura delle polveri sottili, habitat per fauna e uccelli, trattenimento delle acque piovane, funzione estetica e ricreativa. Inoltre, al pari della robinia, altra grande infestante, pare che dall’ailanto si ricavi dell’ottimo miele. È anche vero che in giro si trova miele di tiglio, acacia, castagno, ma non è che gli scaffali dei supermercati abbondino di miele di ailanto. Che sia l’ennesima malia escogitata da questo essere multiforme per ripulire la propria immagine?

 

 

 

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