• La Redazione | Chi siamo | Newsletter

    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

IL BIANCO DELLA LUNA

Giuseppina Biondo | Recensioni   16 Aprile 2021   3 min.

 

Genere: poesia
Editore: Le Lettere
Anno di pubblicazione: 2020
Pagine: 240

 

Nino De Vita (Marsala, 1950) ha esordito nel 1984 con la raccolta di versi Fosse Chiti, cui ha fatto seguito una trilogia in dialetto siciliano: Cutusìu (Mesogea 2001), Cùntura (Mesogea 2003), Nnòmura (Mesogea 2005). Nel 2011, sempre con Mesogea, è uscito “Òmini“, Premio Viareggio della Giuria; nel 2015 il romanzetto in versi “A ccanciu ri Maria“, nel 2017 “Sulità” e nel 2019 “Tiatru“. 

 

 

Il bianco della luna di Nino De Vita è un libro che può essere letto come se fosse composto da due opere distinte: quella in dialetto marsalese e quella in lingua italiana. Come avviene per tutti i testi che presentano una versione in vernacolo a fronte – versione primaria, certo, nel caso del nostro autore ­–, il suono che si coglie dalla lettura dell’una e dell’altra varia. E se le immagini, i racconti, i contenuti permangono identici, il timbro, il ritmo e i colori stessi dei componimenti, delle sensazioni ricevute dal lettore/ascoltatore mutano inevitabilmente.
Il dialetto in Sicilia, poi, cambia da città in città: per termini e, in maniera più diffusa, per intonazioni, cadenze, aperture vocali. Il linguaggio, dunque il suono e la voce, di De Vita è il marsalese, che è già differente da quello di chi vive nella vicinissima Mazara del Vallo, per non parlare delle varianti che intercorrono con il palermitano, il catanese, l’agrigentino e così via.
Se, infine, si aggiunge l’evoluzione che il dialetto stesso subisce di generazione in generazione, ecco appare evidente quanto leggere, curiosare, interpretare e sentire l’opera (le opere!) di De Vita possa suscitare interesse ed entusiasmo.
Leggere e immaginare un romanzo contemporaneo, italiano o tradotto da una lingua straniera, non è come leggere e immaginare le leggende di Sataliviti o di Colapesce. Nei primi cerco un linguaggio contemporaneo e nuovo: cerco rami alti; nelle seconde c’è uno sguardo al passato, alla storia di una lingua e di un immaginario antichi: cerco radici.
Così avviene anche con la poesia e il suo linguaggio. Ecco, il sapore delle versioni in vernacolo/lingua de Il bianco della luna ha questo gusto di radici e ispira il desiderio di dare protezione a immagini delle origini.

Il secondo aspetto che si coglie in maniera preponderante nella poesia di De Vita è la narrazione: vi è un’esigenza del racconto. Ciò è sottolineato anche dalle parentesi della sezione da Cùntura: (Racconti).
E nei componimenti del poeta di Cutusìo troviamo protagonisti tanti animali. ’A vurpi / La volpe, ad esempio, mi ha incantata come fosse una favola.
Ma molte sono anche le persone, gli uomini e le donne, che trovano spazio all’interno dei versi di De Vita. Pensiamo al protagonista, e alla vicenda, di Mimiddu / Domenico. Alcuni di questi ritagli di quotidianità richiamano alla memoria l’occhio narrativo della poesia di Edgar Lee Masters che in tantissimi abbiamo amato in Antologia di Spoon River.
Le brevi scene poi, che ci obbligano a osservare e ricordare un mondo lontano, e ci lasciano ascoltare dialoghi antichi ma ben distillati, hanno il sapore delle vite vissute dai nostri nonni, di infanzie diverse. E anche di un tempo più lento.

Infine, la natura. De Vita fissa sulla sua tela bianca un mondo di campagna, una vegetazione viva e solitaria, matura come è maturo l’essere umano che ha imparato la vita e che ormai si conosce, se si accetta questa declinazione di maturità; una natura che silenzia il resto per divenire protagonista come quando si entra in scena su un palco. E ci si può addentrare come ci accede a una stanza per una prima lezione di yoga. È un mondo non intaccato dalla vita contemporanea, anche laddove essa è presente, quando si giunge nelle città. In Che possono schiacciarci si legge: Salii da Birgi allora sull’aereo / e me ne andai a Palermo. / Nella valigia mia madre / aveva infilato maglie, / robe, dolci. / La mattina, dal corso / Tukory, per una strada /che si inoltrava nella parte vecchia, / giungevo in Facoltà. Da Chi ponnu scafazzárini in dialetto si legge: Pigghiai ri Birgi annunca l’apparecchiu /e mi nn’jivi a Palemmu. / Nna valiggia me’ matri / cci avia nzipatu rrobbi, / strùcchiuli, liccumì. / ’A matina, ru corsu Tùcori, p’una strata / chi trasia p’u vicchiumi, / iuncia runni sturiavu.

E se anche è vero che a volte il dialetto siciliano può apparire ruvido, è ancora più evidente, lungo la lettura di De Vita, trovare questa traccia nelle sue poesie dai versi brevi, che dall’inizio alla fine ci fanno fare le montagne russe dei suoni dolci e aspri.

L'autore







Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

6 + 8 =


 

È vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma.
È vietata la redistribuzione e la pubblicazione dei contenuti e immagini non autorizzata espressamente dall’autore.

Se riscontri problemi con il sito web, contatta il webmaster.

redazione@ilraccoglitore.com

 

Ti piace scrivere?

il Raccoglitore è qui per raccogliere storie! Se vuoi inviarci la tua candidatura, scopri come fare.

Scrivi con noi

Newsletter

Seguici su

il Raccoglitore 1.0 © Copyright 2021 - martedì 21 Settembre, 2021 07:10