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Sataliviti, tra storia e leggenda

Francesca Adamo Cefalù | Leggende Siciliane   21 Marzo 2021   6 min.

 

Palermo, Piazza Marina.
Erano le ore 22 dell’11 maggio 1706 (orario insolito per un’esecuzione capitale) quando Antonio Catinella, il brigante conosciuto in Sicilia con il soprannome di Sataliviti, venne giustiziato per impiccagione.
Aveva ventinove anni.
Dopo la morte, il suo corpo fu diviso in quarti e la testa inviata a Mazara, sua città natale, perché fosse esposta sopra la Porta del Salvatore.
Voleva essere un monito rivolto al popolo, che, invece, incoronò di zagare e rose quei miseri resti, per rendere l’ultimo omaggio al suo giovane eroe.
Così si tramanda da una generazione all’altra!

Sono ormai trascorsi più di tre secoli dalla sua scomparsa.

Eppure, rimane la difficoltà, per chi voglia raccontare le vicende di questo incredibile personaggio, di distinguere la realtà storica dalla leggenda che lo descrive come una sorta di “agente 007” ante litteram.

Antonio Catinella, di umili origini, era giovanissimo quando dovette fuggire da Mazara: aveva rapito dal monastero di San Michele una fanciulla di cui si era innamorato. La sedicenne Adelina Fardella – questo era il suo nome – apparteneva a una nobile famiglia di Trapani, tra le più potenti della Sicilia occidentale. La rappresaglia dei Fardella nei confronti del rapitore sarebbe stata terribile!

Così Antonio trovò rifugio presso il suo padrino che, nel territorio di Campobello, curava i vasti possedimenti di un non meglio precisato “Principe Padrone,” uomo ricchissimo e potente, nonché consigliere personale del re di Spagna, Carlo II. Il nobiluomo, tornato inatteso dalla Spagna, non appena conobbe Antonio Catinella, ne apprezzò subito il coraggio, l’audacia e la forza fisica. Decise, allora, di condurlo con sé a Madrid e di introdurlo presso la corte reale col nome di “Barone Li Viti”.
Per Catinella iniziò una nuova vita e si adattò perfettamente al ruolo assunto: tenere gli occhi ben aperti, carpire oscuri segreti dalle affascinanti cortigiane di cui divenne l’idolo e, soprattutto, riferirli a un uomo di fiducia del re. Così seppe sfruttare la sua avvenenza e la sua spavalderia, vivendo amori, avventure e intrighi, degni della penna di Alessandro Dumas.
Riuscì a recuperare un importante documento segreto, che, con l’inganno, era stato sottratto alla custodia di un fedelissimo uomo del vecchio re. In esso Carlo II – che non aveva eredi diretti – aveva designato, come suo successore al trono, il marito austriaco di una delle due predilette nipoti, escludendo, invece, l’altro, congiunto della casa reale di Francia.
Il Barone Li Viti, scoperto il complotto, s’impegnò in una lotta senza quartiere contro temibili avversari e tornò in possesso del prezioso documento con l’incarico di portarlo al sicuro in Italia, a Roma.
Dopo un viaggio pieno di pericoli e peripezie di ogni genere, decise, infine, di fare ritorno al suo paese d’origine, Mazara.
Qui si dedicò al brigantaggio.
Secondo quanto continua a tramandarsi fino ai giorni nostri, egli rubava ai ricchi per aiutare la popolazione sofferente e oppressa dalle angherie dei signorotti.
Insomma, un “Robin Hood” mazarese!

Diversamente lo presenta la storia, secondo la quale Catinella era un ladro spregiudicato e molto astuto.
La Natura era stata generosa con lui, donandogli una notevole prestanza fisica e un’agilità sorprendente e poco comune. A tali doti si aggiunse un’innata attitudine al comando che consentì a Catinella di mettersi a capo di una banda di ladri così numerosa e ben organizzata, da essere paragonata a un piccolo esercito.
Antonio Catinella, che da giovanissimo lavorava come manovale, non si accontentò più dei modesti guadagni provenienti dal lavoro e si trasformò in ladro.
Nelle sue imprese, sempre ben studiate nei minimi dettagli, non utilizzò soltanto la forza fisica ma, soprattutto, scaltrezza e temerarietà.
La sua vita, nell’immaginario collettivo popolare, viene, dunque, narrata attraverso un susseguirsi di aneddoti, che mettono in luce la straordinaria capacità del brigante di portare sempre a buon fine ogni sua ruberia e l’abilità nello sfuggire alla cattura.

Come mai venne chiamato con l’appellativo di Sataliviti?
La leggendaria inafferrabilità di Catinella, le cui imprese ladresche erano note in tutta la Sicilia, ben presto divenne una vera spina nel fianco per le autorità isolane. Il Viceré di Sicilia, allora, per acciuffare il malfattore, affidò il comando di un numeroso contingente di soldati ben addestrati al principe Cutò, che arrivò a Mazara a marce forzate.
Si narra che un giorno Catinella, dopo aver portato a termine una delle sue tante azioni spregiudicate, riuscì ad allontanarsi dal centro abitato e si diresse in aperta campagna. Lì giunto e accortosi di essere inseguito da numerosi militari, tra la meraviglia di questi ultimi, cominciò a saltare agilmente fossi e filari di viti, sfuggendo in tal modo alla cattura e mettendosi in salvo nel suo rifugio, nei pressi del fiume Mazaro.
Era nata la leggenda di “Sataliviti” che letteralmente significa: salta le viti.

Un’altra volta, scoperto in città e incalzato dagli uomini di giustizia che non gli davano tregua, fuggì in groppa al suo cavallo e si avviò verso il fiume, laddove ancor oggi si trova un sito di grande suggestione e bellezza, chiamato “Li Archi”. E’ un acquedotto del ‘600 dalle eleganti arcate d’ispirazione romana che, come un ponte, congiunge le due sponde del corso d’acqua.
Senza indugio, Catinella bendò il suo destriero perché non percepisse il pericolo e lo incitò ad attraversare lo strettissimo passaggio offerto dalle arcate, sfuggendo ancora una volta ai militari che gli stavano alle calcagna e che non osarono seguirlo.

C’è un altro episodio alquanto curioso che vale la pena di essere narrato, poiché fa meglio comprendere la straordinaria personalità di Sataliviti, che non era un ladro comune.
Da diverso tempo aveva deciso di derubare la Duchessa Sansone e lo fece con garbo e con stile.
Per alcuni giorni si appostò nelle immediate vicinanze del palazzo dove viveva la nobildonna, con l’intento di studiare le abitudini delle persone che abitavano nella casa nobiliare. Non appena fu sicuro del fatto suo, di sera si appostò dietro il portone del palazzo, imitando il miagolio di un gatto. Una servetta, convinta che il micio fosse rimasto fuori, aprì la porta consentendo in tal modo a Catinella di introdursi in casa.
Il ladro rassicurò subito la ragazza terrorizzata, dicendole che non le avrebbe fatto alcun male; poi le chiese gentilmente di essere introdotto alla presenza della Duchessa. Giunto al suo cospetto, si presentò con un rispettoso inchino e un baciamano, degni di un gentiluomo e, dopo quei convenevoli, le chiese una cospicua somma di denaro.
La duchessa, in un primo momento, rimase interdetta dalla presenza del ladro e, soprattutto, dalla sua esosa richiesta.
Così Catinella le disse:
“Duchessa, voi siete una persona molto ricca e un po’ di denaro in meno non vi danneggerà di certo. Vi prometto solennemente che, una volta uscito da questo palazzo, donerò tutti i vostri soldi ai poveri”.
La Duchessa gli consegnò quanto richiesto e si guardò bene dal denunciare Sataliviti.

 

Si cunta e s’aricunta pi li terri di Sicilia

un fattu gravi assai chi fici tirribilia…

 

Si racconta (s’aricunta è una forma iterativa) per le terre di Sicilia/ un fatto grave assai che suscitò molto clamore…
Secondo quanto racconta il dottor Salomone Marino, Sataliviti aveva progettato di impadronirsi, da molto tempo ma senza successo, del tesoro di un ricchissimo signore.
Anche a quei tempi, però, i fatti più segreti finivano per trapelare e così Catinella fu informato da un fidato amico che una cospicua parte del tesoro del riccone era stata affidata alla custodia delle suore del monastero di San Michele, le quali provenivano tutte dalle famiglie più potenti e nobili della città.
Secondo l’opinione di alcuni, quella mossa doveva essere una sorta di trappola per catturare finalmente il brigante.
Poiché non sono in grado di stabilire quale sia la verità, mi limiterò a narrare i fatti.
Sataliviti, per il quale, più le imprese erano difficoltose e più sollecitavano la sua voglia di realizzarle, in una notte fredda e buia di gennaio prese con sé pochi uomini molto fidati e forzò le porte della chiesa. Una volta introdottisi nel magnifico tempio, i ladri, servendosi di lunghe scale, ruppero le grate di una finestra interna ed entrarono nel convento. Catinella ebbe cura di tagliare le corde delle campane, affinché le monache non dessero l’allarme.
Era stato chiaro prima dell’impresa: ”Che nessuno di voi osi torcere un solo capello alle suore, altrimenti farà i conti con me!”
I ladri rubarono dunque quanto più oro e denaro poterono, ma vennero scoperti da una suora che, percepito un lieve fruscio, si era alzata per capire che cosa l’avesse causato.
La poverina, impaurita alla vista dei banditi, cominciò a urlare dando l’allarme alle consorelle, le quali, salite sulle logge del monastero, fecero tanto di quello strepito da svegliare mezza città.
Parenti e amici, armati fino ai denti, accorsero al monastero. Si dice che persino il Vescovo, lasciato il suo palazzo nottetempo, si fosse recato dalle monachelle per consolarle!
Anche quella volta Catinella riuscì a fuggire e a trovare scampo nel suo covo ben nascosto.
Tuttavia, l’episodio segnò l’inizio della sua fine.

Lasciata la Sicilia, si rifugiò a Roma, dove poteva contare sulla protezione di amici molto influenti. Nessun luogo, tuttavia, era più sicuro per Sataliviti, che si spostò dapprima a Genova e infine a Pisa, dove fu scoperto e catturato.
Imprigionato, venne sottoposto a indicibili torture e, in catene, venne messo su una nave che lo portò a Palermo, dove fu rinchiuso nelle carceri della “Vicaria.” In seguito a un processo sommario, fu condannato a morte per impiccagione.

Qui si conclude l’epopea di un brigante, dalla personalità talmente straordinaria da non essere mai stato dimenticato né dalla storia locale né dalla tradizione popolare.

L'autore







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