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La quercia di Bruegel

ilRaccoglitore | Estratti   18 Marzo 2021   6 min.

 

Un romanziere di scarso successo s’inventa una serie di pseudonimi per continuare a fare della scrittura il suo mestiere. L’eteronimo francese con cui finalmente ottiene qualche riscontro è un autore specializzato in biografie romanzate di artisti famosi e l’ultima opera che mette in cantiere, per volere del suo editore che conosce la sua smania di confrontarsi con vicende di famiglia, emulazioni e rivalità tra padri e figli, generazioni che scorrono, imperi che sorgono e potentati che svaniscono, è la storia dei Bruegel.
Nel 2016 si reca, così, a Bruxelles per approfondire la conoscenza dei pittori fiamminghi quando per caso, in albergo, incontra una donna italiana, Matilde Rovani, una neurologa, anche lei lì per studiare l’opera dei Bruegel, sebbene con una motivazione completamente diversa. Matilde sottopone i suoi pazienti a dei test tramite le arti figurative: i suoi studi hanno dimostrato che la reazione a una determinata immagine, infatti, può aiutare a delimitare il disturbo di percezione di cui il paziente è affetto e di conseguenza può contribuire a trattarne i sintomi, se non addirittura agire sulla causa. Ma questa volta, Matilde ha per le mani un caso complicatissimo: Massimo, un ex manager di spicco che in seguito a un brutto incidente ha cominciato a sviluppare dei disturbi nella percezione sempre più invalidanti, è rimasto ossessionato dall’albero ritratto nell’Adorazione dei Magi dipinta da Bruegel il Vecchio, un dettaglio apparentemente irrilevante sul quale ora Matilde deve indagare…

– Aboca Edizioni –

 

 

La proposta era venuta dall’editore. Uno dei miei editori, anzi: quello per cui mi firmo con uno pseudonimo francese che non sono disposto a rivelare. Con un altro marchio mi spaccio per neozelandese, unendo il vantaggio dell’anglofonia a quello dell’inaccessibilità; con un altro ancora simulo di essere argentino, ma con il doppio cognome e la y nel mezzo. Evito per prudenza l’area germanica, perché ho il vezzo di escogitare un titolo originale fittizio per ciascuno dei miei libri (El arbol del emperador, Napoleon: War and Love, Des dieux et des héros, finezze così) e con il tedesco non mi sono mai sentito a mio agio. Agli inizi della mia Trascurabile carriera avevo adottato un travestimento in latino, del quale avevo approfittato per smerciare una dozzina di avventure per ragazzi nello stile del viaggio nel tempo. Ero stato costretto a interrompere la serie a causa di un’assurda accusa di plagio, come se il resto della mia opera, popolata di condottieri indomiti e intrepide regine, non fosse già di per sé un centone del già visto, del già sentito, del già letto e dimenticato.
A lungo mi sono consolato attribuendomi la statura di un Pessoa del luogo comune, di artista elusivo dell’eteronimo e della banalità, ma ho sempre saputo che era una pietosa menzogna a uso personale. Da quell’accozzaglia di battaglie, incendi e sale del trono si salvavano solamente le biografie minime che inventavo per le mie controfigure.
Il francese, per esempio, aveva studiato architettura a Toulouse e ora viveva tra Lione e l’Île-de-Ré. Coltivava da sempre la passione della storia, qualsiasi fosse il significato di questa espressione. La coltivava come tutti quelli che non passeranno mai alla storia, mi ripetevo sfogando su quel simulacro l’ironia che avrei dovuto destinare a me stesso.
Per onorare la sua laurea (anche se, a rigore, di lui si sapeva che aveva studiato architettura, non che si fosse addottorato), il mio alter ego francese aveva sviluppato la propensione alle biografie romanzate degli artisti. Aveva al suo attivo un discreto Van Gogh e non aveva del tutto demeritato neppure con Leonardo e Caravaggio. Il criterio con cui sceglievo i soggetti da affidargli era abbastanza semplice e dipendeva dalla notorietà dei dipinti che si sarebbero potuti utilizzare per la copertina.
Si faceva in fretta a decidere: l’immagine doveva essere già riprodotta su una tazza, su una maglietta o su un qualsiasi oggetto disponibile in uno spaccio di souvenir. Un turista avrebbe dovuto riconoscerla a colpo d’occhio.
Sempre dipinti, insisto. Dopo il fiasco di un Rodin niente affatto malriuscito, mi ero dovuto convincere che le statue esercitavano sui lettori un richiamo decisamente modesto. Se li aveva lasciati indifferenti Il pensatore, mi ripetevo, certo non si sarebbero lasciati conquistare dalle maioliche dei Della Robbia. Per un certo periodo, infatti, avevo raccolto appunti per una saga ambientata nel tardo Medioevo toscano, un roboante mischione tra i Medici e Savonarola, con un bel corredo di scrupoli religiosi e sensualità boccaccesche. Ma la débâcle di Rodin mi aveva costretto a desistere, per quanto, dentro di me, continuassi a ripetermi che il libro avrebbe avuto sorte differente se in copertina ci fosse stato Il bacio.
Ma niente da fare: secondo il mio editore le statue andavano bene per i saggi e per i romanzi ci volevano i dipinti. Se volevo cimentarmi in una vicenda di famiglia, emulazione e rivalità tra padri e figli, generazioni che scorrono, imperi che sorgono e potentati che svaniscono, lui era pronto a suggerirmi un’alternativa più che onorevole.
I Bruegel, mi disse, precisando che le immagini dei loro quadri erano dappertutto. Anche nella pizzeria egiziana dove la redazione andava a pranzo campeggiava una gigantesca Riproduzione del Banchetto di nozze. Mi permisi di eccepire che, in questo caso, la celebrità indiscussa riguardava le opere del capostipite, Pieter il Vecchio, e quello fu il mio errore. Un passo falso da principiante, mi duole ammetterlo. “Lo vedi? Hai già una storia da raccontare: il Vecchio, il Giovane e quell’altro. Jan, giusto? E anche i nipoti, se ricordo bene, i figli dei figli” ribatté l’editore. Il giorno dopo il contratto era pronto. Vi figurava un titolo provvisorio, Bruegel e i suoi figli, ma era inteso che sulla copertina sarebbe comparso un dettaglio del Banchetto. Il solito dettaglio, certamente: quello con i servitori che trasportano i piatti su un gran vassoio rimediato da una porta scardinata. L’originalità è sopravvalutata, questo è il punto.
I lettori dei miei romanzi non desideravano altro che essere stupiti, altro non volevano che restare a bocca aperta davanti al prossimo colpo di scena. Nello stesso tempo, non riuscivano a meravigliarsi se non di qualcosa che già conoscessero per sentito dire. Consideravano audaci i pensieri che qualcun altro aveva pensato per loro. A sorprenderli era l’ovvietà, mai l’invenzione. E io, che in gioventù avevo inseguito l’ideale di un’opera elitaria e segreta, io che avevo deliberato di giocare un gioco che stabilisse le sue regole mentre si svolgeva, adesso mi ritrovavo a saltare da un canovaccio all’altro, abborracciando trame nelle quali il potere era sempre maligno e sempre la virtù tenace, e ogni eroe andava contro il proprio tempo e ogni eroina, vivesse pure nella preistoria, pretendeva pari diritti e non meno paritarie opportunità. Uso questi termini solo per farmi intendere: fra le tante colpe di cui mi sono macchiato, almeno una sono riuscito a evitarla, ed è l’anacronismo linguistico. Trovavano un’altra maniera per dirlo, le mie Lucrezie e le mie Paoline, ma l’importante era che i lettori riconoscessero l’opportunità alla quale legittimamente aspiravano, il diritto da loro rivendicato con fierezza. Importava che il mio libro offrisse, per poca spesa e con scarsa fatica, la consolazione del risaputo.
Per questo, consumato il duplice fallimento giovanile di un romanzo che a me non pareva neanche troppo sperimentale e di una raccolta di racconti laboriosamente concatenati l’uno con l’altro, mi ero dichiarato sconfitto e avevo dissimulato – finzione suprema! – di togliere il disturbo. In realtà si stava facendo avanti la moltitudine dei miei scribacchini, che impararono presto a fare quello che fa una controfigura al cinema: cadere al momento giusto, risollevarsi al momento giusto, camuffarsi sotto il casco o la parrucca o il berretto per evitare di mostrare il volto.
Nell’ambiente, a ogni buon conto, si sapeva che io e soltanto io ero l’argentino e il francese, il prosatore di Auckland e il togato autore delle scorribande temporali. Ma era un segreto talmente minore, per non dire minimo, che non meritava neppure di essere rivelato. Era, in definitiva, l’ennesima trovata sensazionale annunciata per tempo e infine esposta in evidenza.
Più di ogni altro genere, il romanzo storico mi metteva a disposizione materiale abbondante, e di prim’ordine. Di come fossero andate le cose, grosso modo, anche il lettore più sprovveduto conservava una qualche memoria, e anche di chi fosse chi, se dei Borgia ci si potesse fidare oppure di quale malattia fosse morto l’emaciato Chopin.
Quella era la falsariga, da cui non si sgarrava. Per il resto si andava di immaginazione, ma con giudizio. Mai contraddire i manuali di storia, semmai lasciar intendere che non la raccontavano tutta, che c’era dell’altro da riportare allo scoperto e che il romanziere era lì per servirli. Complotti in grande stile no, perché in questo campo nessuno batte gli americani, ma un complottino occasionale era bene apparecchiarlo, sempre con la dovuta moderazione. Uno dei personaggi laterali ne usciva magari con una reputazione migliore di quella fin lì assegnatagli dai sussidiari, ma guai a intaccare l’edificio della verosimiglianza. Che io la pensassi diversamente è un’altra questione e alla lunga è diventata noiosa perfino per me stesso.

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