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Insonnie. Filosofiche, poetiche, aforistiche

Paolo Pera | Recensioni   9 Marzo 2021   2 min.

 

Genere: poesie
Editore: CUECM
Anno di pubblicazione: 2011
Pagine: 94

 

Salvatore Fazio detto Massimo è nato a Catania nel 1974. È scrittore, filosofo e pittore. L’opera Insonnie. Filosofiche, poetiche, aforistiche è certamente il diario nel quale il filosofo catanese ha raccolto i suoi turbamenti notturni…

 

 

 

 

Il pessimismo totalizzante di Fazio non fa che mostrare la realtà della vita, in questa come in ogni sua opera: tutto è dolore, tutto soffre – ci insegnava già Leopardi –, e dandogli contezza del vero gli abitatori dell’essente non potranno che alleviare le pene di quest’Essere tendente al Nulla. Insomma, Fazio vuole dimostrare la sua concezione del tutto partendo dalla provabilità del proprio dolore: l’urlo di disperante rimprovero è rivolto all’esserci, all’essere nati, non al dover morire…

L’illusione tutto pervade attraverso tre forme letterarie: la prima sezione presenta concentratissimi abbozzi di trattato; la seconda alcuni tentativi lirici; la terza una sorta di frammentato diario di quanto provocò le dette insonnie: complicazioni famigliari e amorose, disagi col mondo accademico, una smodata ammirazione discepolare per il fu Manlio Sgalambro e per l’assai cupo Cioran, una ricerca di Dio (inteso quale possibilità positiva, quale tutore e spettatore del nostro annichilimento) e della musica come forma unica del pensiero. Il non essere bruti – per cui saremmo nati – ci vuole dunque edotti sulla realtà della sofferenza…

La felicità non è possibile, schopenhauerianamente diventa quell’effimero attimo in cui capita per errore il pendolo che siamo. La totalità delle cose del mondo risulta falsa: una montatura per contenerci, digià che una qualunque presa di coscienza ci farebbe senz’altro insorgere contro le macchinazioni atte a governarci; è dunque il dolore a rivoluzionare il nostro modo d’esistere o è altresì la condizione in cui siamo tenuti? Il dolore è probabilmente dàto dalla presenza in noi di quel Genio maligno cartesiano che ci vuole per sempre incerti, annullati da noi stessi; la domanda sarà allora: «Chi l’ha mai messo in noi? V’è da sempre?», constatato che di costui non ci si libera, che dovremmo fare? Accettare la vita nella sua gettatezza significa “suicidarsi” ripetutamente, ci dirà Fazio nella successiva Regressione suicida (Bonfirraro, Editore, 2016), la risposta è allora il suicidio[1]? Quell’evento che nega l’immortale presenza del dolore in favore d’una volontaria rinascita utile a dimenticarcene? Parrebbe allora il caso di «farci contagiare dalla realtà», ci suggerisce questo novello esistenzialista[2]… Ed è così che l’abbracciamo spiritualmente.

 


[1] Quell’azzeramento di sé che conduce (anzi, apre) a nuova vita…

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