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Nuove voci raccontano: Giulia Fagiolino

Francesca Ghezzani | Nuove Voci Raccontano   6 Marzo 2021   4 min.

 

Giulia Fagiolino è nata a Siena nel settembre del 1986 e vive in provincia di Viterbo. Proviene da studi classici ed è laureata in giurisprudenza presso l’Università degli studi di Siena. Ha pubblicato il suo primo romanzo Quel Giorno edito da Capponi Editore nel giugno 2018. Ha vinto quattro premi internazionali e nel 2020 è uscita la sua seconda opera In un battito d’ali con L’Erudita, Giulio Perrone editore.

 

Giulia, cosa ti ha spinto a dar vita a un romanzo storico e corale che racconta l’intimità, le speranze e le miserie di un pezzo di storia d’Italia in un susseguirsi di eventi ed emozioni?

Ho preso spunto da alcuni fatti accaduti ai miei famigliari durante la Seconda Guerra Mondiale, poi ho romanzato il tutto. Mi piace molto la storia, per me è stato un piacere immergermi nei libri, fare ricerche, approfondimenti e dare voce a una saga famigliare che è tra i miei generi preferiti.

Come si coniugano la storia con la s minuscola e la Storia con la s minuscola? Forse la tua capacità di analisi ed esposizione usata per la professione di avvocato ti ha aiutata nella stesura narrativa?

La parte più difficile è stata amalgamare fatti veramente accaduti con la fantasia, persone veramente esistite con personaggi inventati, ognuno con la sua storia, con vite che si intrecciano tra di loro. Devo dire che nel mio lavoro bisogna fare molta analisi e seguire sempre un filo logico quando si scrive, indubbiamente questo mi ha aiutato nella stesura del libro.

Abbiamo detto, nel presentarti, che hai ottenuto diversi riconoscimenti partecipando a premi internazionali. È stato un incentivo ad andare avanti nella produzione letteraria o scrivi per puro piacere?

Mi è sempre piaciuto scrivere, da quando ero bambina. Sicuramente il fatto che abbia vinto tanti premi letterari mi ha spinto a continuare a scrivere libri, se con il primo mi fosse andata male penso che non avrei proseguito.

Ci spieghi perché dalla critica sei stata paragonata al “fanciullino” di Pascoli?

I miei romanzi li definisco catartici, perché fanno capire che dopo i momenti difficili si può ricominciare a vivere. Mi hanno paragonato al “fanciullino” perché faccio comprendere che dai periodi bui si può uscire partendo proprio dal bambino che è dentro di noi, guardando la realtà con gli occhi dei bambini, senza preconcetti mentali.

Fai anche parte di un laboratorio di scrittura creativa nell’alto Lazio, con il quale hai partecipato alla raccolta dei racconti Le case narranti. Rapsodie sui luoghi del silenzio, vagabondaggi nella Tuscia. Quanto è importante il confronto con gli altri autori per migliorare la propria scrittura?

Per uno scrittore è importante avere qualcuno con cui confrontarsi ed esercitarsi nella quotidianità, permette anche di crescere e migliorarsi. Non a caso tanti scrittori hanno un circolo letterario di riferimento.

Infine, domanda di rito di questa rubrica, se la storia che narri fosse una favola o una fiaba come sarebbe raccontata?

C’era una volta, in un tempo lontano, una comunità che viveva di gioie e di fatiche, di spensieratezza e di duro lavoro. La popolazione credeva che niente li avrebbe toccati, né la paura né il dolore, ma la vita mette spesso a dura prova. Un triste presagio si abbatté sulla comunità, gli uomini furono richiamati in guerra e una forza oscura e malvagia pervase gli abitanti. Notti insonni passarono le madri per la paura di non rivedere i figli, persone uccise senza ragione, bambini destinati a non rivedere più i padri. Qualcosa di misterioso però spingeva le persone a non abbattersi e a continuare a lottare, per rivedere i propri cari, per amore, fino a rischiare la propria vita. Una forza che portava a non rassegnarsi nel desiderare un futuro migliore. Un giorno, quando la speranza nel cuore della gente, ormai esanime, stava per dissolversi, ecco che qualcosa di magico accadde. Gli uomini iniziarono a tornare nelle loro case, esausti, con ferite incolmabili dentro, ma con la gioia di essere ancora con i propri affetti. La forza oscura che regnava sulla comunità lentamente si allontanò e la speranza tornò a cospargersi come una luce tra la gente quasi incredula. Non posso dire se vissero sempre felici e contenti, ma di sicuro vissero più forti di prima, consapevoli che anche le tragedie e i dolori più forti si possono superare.

Mi piace concludere come nelle favole di Esopo: il mito narra che (in greco o mythos deloi oti) anche nello sconforto e desolazione più grande non si deve mai smettere di lottare per ottenere un futuro migliore.

L'autore







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