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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Nuove voci raccontano: Luca Bovino

Francesca Ghezzani | Nuove Voci Raccontano   12 Febbraio 2021   6 min.

 

Avvocato da quasi vent’anni, Luca Bovino ha scritto diversi saggi di interesse giuridico, pubblicati su libri e riviste di settore. Esordisce nella narrativa con Tutta una questione di algoritmo, con cui viene premiato con la Menzione Speciale al Premio Bukowski 2020, arrivando finalista nella cinquina del I Concorso Internazionale Montag 2020. Cura un blog di recensioni letterarie, dalReCensore.

 

Luca Bovino - Tutta una questione di algoritmoLuca, una domanda che ti faranno sicuramente tutti: cosa vuol dire che è tutta una questione di algoritmo?

Il titolo è un’antifrasi, cioè un espediente retorico per dire una cosa esprimendo il suo contrario. Naturalmente, perché possa essere apprezzato occorrerebbe trasmettere insieme al testo un contenuto aggiuntivo che funga da spia del fatto che l’intenzione del mittente è, appunto, retorica. Un po’ come se dicessi, “certo che il 2020 è stato proprio un bell’anno…”; a chiunque abbia vissuto quest’anno così turbolento non potrà sfuggire il significato antifrastico del messaggio. Ecco, la cosa particolare di questo meccanismo linguistico è che può essere difficilmente codificato attraverso un algoritmo. Come aveva dimostrato Umberto Eco nei suoi studi di filosofia del linguaggio, è molto complicato, se non proprio impossibile individuare un software per insegnare a un computer le metafore. Altrettanto inconcepibile, poi, sarà decodificare un’antifrasi. E quindi ho scelto questo titolo perché mi piaceva l’idea di una frase che fosse autocontraddittoria, che celebrasse apparentemente la razionalità, per poi, concretamente, beffeggiarla. Mi sembrava congeniale al mio racconto questa sua natura anfibia: icastica ed iconoclasta allo stesso tempo verso il paradigma dei nostri tempi, che è appunto l’algoritmo.

Vuoi dirci qualcosa in più del tuo eroe e del suo programma… che non va propriamente come previsto?

Il mio eroe prova ad essere l’unico orbo in un mondo di ciechi, ma è sempre un orbo. Vorrebbe affidare la propria esistenza a un programma razionale, o quanto meno a un progetto ragionevole. E in questo consiste il suo algoritmo: vorrebbe applicare la migliore strategia possibile al proprio lavoro. Ma dimentica che ogni idea, per quanto geometrica ed esatta possa essere, resta sempre un’idea. Ed è quindi destinata a rivelarsi piccola e inadeguata rispetto all’infinita capacità di variabili che ha la natura, la vita, il mondo. Se pensi che comportandoti in un certo modo eviti un rischio, significa che non stai riflettendo su quanti altri rischi potresti correre nel frattempo, proprio cercando di evitarlo. Ecco, anche un viaggio di lavoro altrimenti banale può trasformarsi in uno scivolo verso un abisso di apocalittiche e progressive conseguenze. Però, qualcosa di inaspettato può sempre arrivare. E in effetti, nel romanzo, poi arriva.

In queste ultime settimane sei stato ripetutamente intervistato circa degli studi che hai condotto in merito alla lettura e ai suoi benefici. Vorremmo capire se esiste un concreto benessere fisico, o mentale, che la lettura è in grado di conferire all’organismo umano. E se sì, in che termini questo avviene, e come potrebbe essere misurabile. Perché, inoltre, tu per primo ti sei posto questa domanda?

Mi sono posto anch’io questa domanda perché prima di essere una persona che scrive, sono soprattutto una persona che legge. Ed ero sempre incuriosito da un fatto: perché certe cose risultano più avvincenti di altre? Perché alcune storie non riesci proprio a farle scorrere tanto che, come avrebbe detto Voltaire a proposito dell’Iliade, il libro ti casca dalle mani, e invece altri racconti, una volta iniziati, li porti con te ovunque, nel tram, dal dentista, al lavoro, approfittando di tutti i momenti a disposizione per rituffarti in quelle pagine? Dipende dalla forma delle loro espressioni? Dal contenuto? Perché certe volte ti rendi conto che non dipende né dall’una né dall’altra cosa. E quindi mi chiedevo, ma qualcuno si è posto questo problema? Qualcuno l’ha studiato? Sono state fatte delle ricerche scientifiche sull’argomento?
Ed ho scoperto che, naturalmente, qualcuno l’aveva già fatto…

Le principali indagini cliniche sugli effetti cerebrali della lettura a quando risalgono e cosa hanno rivelato?

A quanto riporta un’inchiesta del New Yorker del giugno 2015, una delle prime indagini cliniche sugli effetti della lettura risale alla seconda metà degli anni zero. E si trattava di indagini molto rigorose, e persino invasive, perché realizzate attraverso uno scanner che usualmente veniva utilizzato per eseguire le risonanze magnetiche.
Ebbene, sottoponendo a risonanza le aree neuronali di decine di soggetti che si erano prestati all’indagine, è stato riscontrato che mentre costoro leggevano parole che corrispondevano ad esperienze olfattive come “profumo” e “caffè” la loro corteccia olfattiva primaria si illuminava. Mentre quando leggevano parole di altra natura come “sedia” o “chiave” quelle regioni rimanevano oscure.
Il risultato della ricerca fu pubblicato dalla rivista NeuroImage, nel 2006 e fu opera di un gruppo di ricercatori spagnoli.
Questo dà molto da pensare al romanziere, perché l’olfatto è l’unico campo sensibile rimasto fino a oggi privo di una forma artistica espressiva codificata. Voglio dire, la vista ha la pittura, e la lettura; il tatto ha la scultura e l’arte plastica; l’udito ha la musica, e la poesia; anche il gusto, ha la cucina gourmet, attraverso la quale si raccontano vere e proprie storie. Ma l’olfatto? Sì, c’è l’industria dei profumi, ma questa è appunto un’industria; non è una forma artistica. Eppure, a quanto pare, le sollecitazioni che riguardano l’olfatto lasciano il segno; sarà un senso senz’arte, ma ha sicuramente una parte.
Un altro studio del 2012 condotto dall’Università di Atlanta ha dimostrato come il nostro cervello reagisca soprattutto alla presenza di metafore. E in particolare di metafore “tattili”. Sono soprattutto queste ad attivare immediatamente, facendoli letteralmente accendere, i neuroni della nostra corteccia celebrale.
Ma deve trattarsi di metafore efficaci, e non stantie.
È stato osservato come espressioni quali “una giornata gradevole”, oppure “aveva le mani forti” lascino del tutto indifferente le aree neurali del lettore. Viceversa, l’uso di traslati come “aveva la voce vellutata” oppure “aveva le mani ruvide” stimoli la corteccia celebrale.
Insomma, le metafore tattili sarebbero un vero e proprio pugno nello stomaco, o uno schiaffo in faccia all’indolenza dei nostri neuroni che inizierebbero subito a scuotersi e ad accendersi una volta sottoposte alla lettura.
E questo, a chi vi parla, fa sentire aria di casa.
Jorge Luis Borges il grande poeta, e romanziere, argentino aveva evidenziato come nell’attuale stadio di sviluppo delle lingue europee, praticamente tutte le parole sono metafore. Ed hanno perso l’originale slancio poetico e immaginifico che avevano probabilmente all’inizio. La sfera morale e la sfera fisica si scambiano continuamente le parole, al punto che non ci si fa più caso; si tende quasi a confondere il mondo interiore con quello esteriore, attraverso l’uso così disinvolto e massiccio di espressioni figurate. Per esempio, suggeriva il vate argentino, se dici “pontefice” hai in mente ormai soltanto una figura religiosa, al capo della chiesa cattolica, in particolare. Non si riflette più sul fatto che la parola significasse in origine costruttore di ponti. Ponti che col tempo non hanno più unito soltanto due sponde di un fiume, ma anche due esperienze di vita, quella terrena e quella ultraterrena.

È condivisa da tutti l’asserzione secondo cui i romanzi aiuterebbero a farci comportare meglio nella vita reale?

Questa è la vera e propria pietra dello scandalo, secondo i ricercatori che intorno a questa tesi sono divisi.
Da un lato possiamo vedere la scuola canadese, capeggiata da Oetley e Mar, secondo i quali la lettura dei romanzi aiuta a stimolare la lettura della mente, cioè a farci comprendere meglio cosa possano pensare gli altri. E questo, secondo loro, aiuterebbe i lettori a sviluppare l’empatia, cioè la capacità di immedesimarsi nei sentimenti degli altri e ad avere comportamenti più solidali, umanitari, socializzanti verso il prossimo.
Secondo, invece, la scuola inglese, capeggiata dalla ricercatrice di Oxford Suzanne Keen, i romanzi renderebbero i lettori più individualisti, perché li emanciperebbero da tutti gli obblighi e le convenzioni sociali nei quali sarebbero coinvolti dalla ordinaria vita di relazione “reale”.
I romanzi aiutano ad essere più egocentrici, più individualisti, più isolati; oppure più altruisti, e più comprensivi, più fraternizzanti?
La disputa è antichissima, e coinvolge un aspetto forse mai del tutto chiarito, a proposito dell’effetto che la lettura, il teatro, il cinema, l’arte in generale possano provocare negli uomini.
Già nel IV secolo a.C. Aristotele parlando della poetica, cioè delle regole e delle forme del racconto immaginario, parlava di un effetto dai contorni piuttosto oscuri che le rappresentazioni estetiche provocavano sugli spettatori: la catarsi. Che significava? Era un modo per interiorizzare le paure e le angosce di un dramma per sentirle proprie, o per liberarsene definitivamente senza provarne più rimorso?
Come vedi, dopo tanti anni, anche dopo l’uso di risonanze magnetiche, stiamo ancora qui a domandarcelo.

Tornando al tuo romanzo, un’ultima domanda di rito per questa rubrica: se fosse una favola o una fiaba, cosa racconterebbe e perché?

Sarebbe il racconto di un bambino che ad una certa età è costretto a lasciare la casa dei propri genitori per avventurarsi in un sentiero attraverso i boschi per compiere riti oscuri e perigliosi dai quali tornerà, se vi tornerà, comunque trasfigurato e irriconoscibile. Magari con personaggi che parlano in rima, e verbi che, nelle sequenze d’azione, passano dal passato remoto al presente storico, popolato da un’umanità ancestrale per quanto coeva. Esattamente la favola che il padre immagina di raccontare, recalcitrante, al figlio nella seconda parte del mio romanzo. Quella che secondo Gianni Rodari, nella sua personalissima lettura di Vladimir Propp, è l’archetipo di tutte le storie. O, detta in altri termini, l’algoritmo di ogni romanzo. E quindi anche del mio.

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