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Storia del pino cembro e della nocciolaia che gli insegnò a volare

Bruno Contini | Arboretum, Botanica   24 Gennaio 2021   3 min.

 

Storie di larici, cembri e montagna

Lasciano al suon de l’arme al vario grido

E le fere e gli augei la tana e il nido

(Torquato Tasso, Gerusalemme Liberata, III, LXXXVI)

 

Con le feste abbiamo assistito alla consueta calata in città di un esercito di conifere, Picea Abies e Abies Nebrodensis su tutte, che affollava giardini, cortili, balconi, e – troppo spesso – cestini e discariche al triste scollinare della parabola.

Oggi parleremo però di due specie che non fanno spesso capolino alle nostre altitudini di pianura: per farne la conoscenza bisogna guadagnare le Alpi, superare la fatidica quota di 2000 m, e cercare.

Cercare se, d’autunno, tra le macchie verde silvestri, si intravedono, come armature arrugginite, delle chiome rossastre, una specie quasi burbera, scontrosa, poco amante della compagnia, ma con le stimmate della pianta pioniera. Il leader silenzioso di cui stiamo parlando è Larix decidua, al secolo Larice.

Della sua indole solitaria qualcosina si sarà capito: i suoi semi hanno un basso indice di competitività, vale a dire che, se nel suolo ci sono già altre specie arboree o erbacee, la pianta non nasce. Per venire al mondo, preferisce posti più inospitali, dove gli altri non si sognerebbero mai di metter radice, come crepacci, rupi e rocce serpenitiche, una sorta di cocktail imbevibile di silicio e magnesio. Passano i secoli e Larix comincia il suo lento, ma tenace lavorio: le radici sgretolano il duro suolo, la lettiera (gli aghi morti che cascano al suolo) lo nutrono di sostanze organiche. Ora anche le altre conifere cominciano a guardare con interesse a quel micro lotto di terra. Ed ecco che, accanto ai larici, spunta un bosco di pini e abeti.

È questo il singolare contrappasso del larice: da tutti voler fuggire, da tutti essere seguito. Così, quando il locale diventa troppo affollato, il larice si sposta in un altro punto, ancora più in alto, ancora più romito.

Tra le piante che si mettono al traino del larice, c’è anche Pinus Cembra, per certi versi il suo opposto. Come il larice ha un rapido accrescimento, così il cembro è di una lentezza toccante. Mentre il larice cerca la luce del sole, il cembro cresce alla sua ombra. Come il larice scansa la compagnia, così il Cembro ha una grande amica: Nucifraga caryocatactes, la nocciolaia.

La nocciolaia è un corvide che si ciba di insetti, vermi e, ça va sans dire, nocciole. Ma c’è un alimento di cui va particolarmente ghiotta: pinoli di cembro. Questi semi spiccano per le dimensioni e per l’eccellente sgusciabilità. Gli uccelli non devono spezzarsi il becco per aprirli, come rilevato nei monumentali Discorsi sull’opera di Dioscoride del medico e botanico rinascimentale Pietro Andrea Mattioli:

Il guscio de pinocchi è così fragile che si rompe con le dita: e però vien furato dalli augelli nell’albero, perché per la molta fragilità sua agevolmente lo rompono con il becco

Sotto il becco quest’uccello tiene una tasca sublinguale: un enorme gozzo dove può immagazzinare fino a cento pinoli. In estate e primavera la nocciolaia nasconde vari mucchietti di pinoli qua e là per i monti: un mucchietto su quello sperone inaccessibile, un altro sotterrato dove gli altri animali non possono vederlo…e di mucchietto in mucchietto, un singolo esemplare arriva a disseminare decine di migliaia di semi in un anno. Quando vengono l’inverno e il gelo, Nucifraga caryocatactes torna a disseppellire il bottino per sfamare sé, il compagno o la compagna (le nocciolaie sono uccelli monogami: le coppie restano insieme per tutta la vita) e i piccolini. Delle migliaia di nascondigli, non c’è timore che se ne scordi neanche uno. La nocciolaia ha una memoria infallibile e torna in ogni punto, inesorabile. A volte però qualcosa va storto: magari i semi vengono smossi, magari la nocciolaia non è in grado di tornare alle sue provviste, magari è stata uccisa da un altro predatore! A quel punto i semi possono germinare e lesinare una delle crescite più lente nel mondo vegetale, giusto un paio di centimetri all’anno. Dopo qualche secolo dove c’era un ciuffetto d’aghi, si erge una pianta di 15-20 m, dal tronco tortuoso.  E dopo “solo” una cinquantina d’anni, metteranno le pigne. Con la bella stagione, un corvide con le ali carbone e le piume marrone screziate di bianco svolazzerà nelle sue vicinanze. È la storia dell’eterna amicizia tra il cembro e la nocciolaia.

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