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Nuove voci raccontano: Francesca Incandela

Francesca Ghezzani | Nuove Voci Raccontano   30 Dicembre 2020   7 min.

 

Francesca Incandela, la scrittrice mazarese che ha riscosso un enorme successo con “Donne di mafia. Donne contro la mafia”, torna con una nuova opera dal titolo “L’Amore distratto”, in cui affronta temi tutt’altro che leggeri. Nato in origine come inchiesta giornalistica di un drammatico episodio di cronaca, il romanzo successivamente ha subìto nel tempo notevoli trasformazioni fino ad arrivare alle pagine definitive che leggiamo oggi.

 

Francesca, perché questo titolo?

L’amore distratto non è un titolo che ho scelto a caso o dopo avere scritto il libro, anzi è nato subito dopo averlo iniziato, indubbiamente colpita da ciò che i giornali di allora pubblicavano in merito alla scomparsa di una bambina nella mia città: sapere che per una manciata di minuti la distrazione di chi aveva avuto affidato il compito di sorvegliarla ha prodotto un effetto devastante mi ha fatto riflettere moltissimo anche sui rapporti interpersonali o di coppia. Spesso, infatti, tendiamo a dare per scontati l’affetto, i sentimenti, i rapporti, smarrendo proprio l’attenzione verso quest’ultimi. Distrazione emotiva più profonda dovuta al ritmo di lavoro, allo stress, ai numerosi impegni che oggi affollano la nostra esistenza e ci fanno allontanare da ciò che ci circonda e, anche se inconsciamente o in maniera involontaria, creiamo le condizioni per la perdita, il fallimento o la sconfitta, soprattutto nei rapporti sociali o affettivi. Nel romanzo poi, la distrazione è diventata il leit motiv che fa da sottofondo alle tre storie circolari.

Affronti temi delicati, addirittura scottanti, quali la pedofilia, la scomparsa e l’abbandono. Credi che la scrittura sia impegno sociale per dare ai lettori un messaggio forte e chiaro?

Non necessariamente la scrittura ha un fine sociale, sarebbe riduttivo a meno che non si tratti di un saggio ed è il caso di Donne di mafia. Donne contro la mafia con il quale ho inteso fortemente combattere contro l’omertà e la mentalità mafiosa, mettendo anche in evidenza le contraddizioni e i conflitti interiori del fenomeno del cosiddetto pentitismo o dissociazione al femminile. Penso che la scrittura abbia in sé parecchie finalità, non ultima la gioia intima della creatività, il senso quasi di “onnipotenza” nel dare vita ai personaggi e nell’inventare situazioni, dialoghi o luoghi in cui il lettore può riconoscersi, senza avere la pretesa di insegnare o consigliare… nel caso in cui si riesca a far sognare o riflettere (come appunto è accaduto a me) su tematiche che toccano l’esistenza di ciascuno di noi questo è sicuramente un valore aggiunto. Per esempio la condizione femminile o le dinamiche psicologiche di cui tratto nella mia trilogia Elide e le altre, Profilo di donna in controluce, Il mondo degli spos(t)ati sui miei tacchi a spillo” hanno avuto senza dubbio il merito, attraverso vicende inventate o ispirate alla realtà, di riconsiderare il ruolo della donna in questi ultimi vent’anni. Sicuramente, inoltre, il mio personale impegno sociale alla fine si riversa sulle pagine camuffandosi in alcune protagoniste o personaggi, questo è evidente.

Giornalismo, cronaca realmente accaduta, narrativa e fiction, come conciliare e amalgamare a livello stilistico e contenutistico questi ambiti?

Non è stato facile, per nulla semplice… ecco perché ho lavorato più di dieci anni a questo romanzo che inizialmente doveva essere non solo più corposo, ma avrebbe dovuto contenere anche documenti ufficiali, testi originali riferiti però ad un arco di tempo molto limitato e cioè i primi mesi della scomparsa di una bambina a Mazara del Vallo, quindi cronaca vera e giornalismo d’inchiesta. Nel tempo ciò che era il disegno originale ha necessariamente dovuto subire tagli, modifiche anche perché io non ho il tesserino di giornalista e ho dovuto scartare di percorrere tale strada, ma ormai l’impianto era lì, integro e mi era costato tanta fatica e giornate di lavoro, di ricerca… ecco allora il protagonista che è un giornalista, ha una sua storia personale naturalmente inventata, sarà lui a dipanare tanti aspetti delle vicende, sarà lui a scrivere articoli e, in collaborazione con un’altra giornalista del posto (Isabella Righetti è una persona reale), ciò ha consentito di poter conciliare i diversi ambiti che rifuggono comunque dalla scarna e mera descrizione per finalmente assurgere a livello di narrativa che segue tecniche ben precise anche nei dialoghi immaginati, nella scansione dei capitoli e nello stile diaristico che è sequenza e successione degli eventi, delle riflessioni, delle tematiche trattate. Spero di esserci riuscita, almeno in parte… saranno i lettori a dare un giudizio.

Quali pensi siano i turning points principali attraverso cui si dipana la storia?

Tre storie inizialmente e apparentemente isolate l’una dalle altre (Walter ed il suo rapporto coniugale, Delfina e la sua drammatica vicenda personale, la tragica scomparsa di una bimba, Marisol) percorrono il romanzo a volte camminando in parallelo, altre incrociandosi e scontrandosi ed è proprio quando s’intersecano che ci sono i turning points, quelle svolte che rendono più interessante e più intrigante la storia narrata. Tra gli esempi potrei citare l’incontro di Walter con Delfina o l’intervista alla madre della bimba scomparsa.

Il sud e le ambientazioni fanno solo da sfondo alle vicende o li ritieni veri e propri “coprotagonisti”?

Essendo una donna del sud che ha vissuto in pieno l’evoluzione della condizione femminile ma anche la sua mancata effettiva realizzazione, paesaggi e luoghi, mentalità e costumi, usi e tradizioni emergono con prepotenza, affiancando i personaggi ed integrandosi alle vicende, più che di coprotagonismo parlerei di compenetrazione, ma anche di rabbia che poi si traduce in un amore deluso ma non vinto. Di lotta anche… di volere fare piazza pulita degli stereotipi di un sud immobile ma bello (mare, clima, accoglienza) e di gridare che sì ci sono gli aspetti positivi ma non c’è crescita occupazionale, non c’è evoluzione, che siamo e rimaniamo una terra d’emigranti…

Francesca intesa come donna e il suo stile hanno avuto un’evoluzione nel corso delle pubblicazioni?

La mia prima pubblicazione ufficiale risale al 1996, ho esordito con la poesia, con una raccolta di liriche che erano anche la somma di componimenti scritti pure in anni precedenti, Ailanto, in quel frangente la poesia occupava tutti i miei spazi vitali poiché in pochi versi puoi trasmettere non solo emozioni ma anche il tuo, di mondo; allo stesso tempo puoi fingere, nasconderti attraverso le metafore, per mezzo delle immagini poetiche il tuo io si svela e si vela in un gioco delle parti. Poi ti rendi conto che il fluire di ciò che inventi o senti dentro ha bisogno di un linguaggio più ampio, più vasto, meno criptato e la prosa consente questo, mentre la poesia, secondo me, ha le sue leggi e i suoi canoni, infatti non amo particolarmente i componimenti che assomigliano alla prosa o sperimentano in modo esasperato perdendo di intensità lirica. Mi sono pertanto dedicata alla narrativa breve per bambini e ragazzi (senza distrarmi dalla poesia) e visto che i racconti piacevano anche agli adulti, mi sono buttata a capofitto prima nella lettura di narratori classici e contemporanei italiani ma anche stranieri.

Ritengo che senza la linfa vitale della lettura non sarei riuscita a scrivere se non poche cose. Pertanto anche lo stile si è modificato, si è fatto più attento sia nelle parti dialogiche che nei soliloqui, nella scelta dei vocaboli, nell’introspezione dei personaggi e nella tecnica di successione proprio per interessare maggiormente i lettori a proseguire nella lettura dei capitoli, credo – ma non spetta a me dirlo – comunque di avere mantenuto quella semplicità che è frutto di molta acutezza.

Come donna… non è una domanda di poco conto, anzi! Sicuramente avrò avuto almeno un’evoluzione: eh sì, sono invecchiata anagraficamente da quando speravo di avere successo in campo letterario e che una grossa casa editrice si rendesse conto che qualcosa di buono c’era nella mia scrittura! Battute a parte, oggi sento di essere meno tollerante alle ingiustizie, forse perché ne ho viste molte in questi anni, ai favoritismi e clientelismi politici e sociali, alla mafia, alla corruzione… un moto perenne di combattere che se prima si nutriva di parole, di dibattito, oggi è più inerte e silenzioso ma non per questo meno vivo e se mi chiamano, mi schiero in prima linea come sempre, ma con una nuova triste accorata consapevolezza: non ho più vent’anni, avrò la forza di gridare e farmi sentire ancora? Nel frattempo, se vogliamo guardare a una sfera più intima e personale, da mamma lavoratrice che ha cresciuto (con notti insonni a scrivere) tre figlie vivendo in pieno la famiglia con tutte le implicazioni e risvolti sia positivi che negativi, sono diventata nonna e sto assaporando altre gioie e problematiche, ho imparato a bastare a me stessa, a volermi bene pur con i difetti e le mancanze e ho anche imparato a godere delle piccole, grandi cose che mi accadono con il medesimo entusiasmo di sempre, forte di una verità: la Vita, essendo l’unica che ci è concessa, va sempre vissuta senza smarrire se stessi.

Ti ritrovi affine a quale personaggio del tuo libro? Se sì, perché?

Sono molto affezionata a Walter, il protagonista del romanzo che è un giornalista; io da piccola sognavo di fare l’inviato speciale per qualche testata importante poiché ritenevo (e continuo a farlo) che la ricerca della verità, l’informazione corretta e trasparente fossero anche un’indagine che non coinvolge soltanto la storia che si narra e/o si porge ai lettori ma pure la sfera emozionale, i lati più profondi del nostro sentire e vivere le situazioni, quindi prioritarie s’impongono quella pietas che è compenetrazione e quell’humanitas che rinsalda i rapporti fra gli umani. E poi Walter è la trasformazione e la crescita evolutiva del giovanissimo protagonista che volli in uno dei miei primi romanzi, Walter e Sara, nel quale i progetti di vita, le speranze e le contestazioni sociali erano parte di una giovinezza trascorsa ma non domata, di desideri reali di migliorare la società attraverso l’impegno politico di sinistra e le velleità umanitarie… lo studente universitario ribelle si è modificato in un borghese giornalista distratto ma non del tutto, anzi la vicenda della scomparsa di Marisol gli offrirà una sorta di riscatto personale.

Concludiamo con la domanda di rito di questa rubrica: se la storia fosse una favola o una fiaba, come verrebbe raccontata?

Come in tutte le favole e fiabe che si rispettino, ci sono i buoni e i cattivi, permane l’eterna lotta dualistica tra il Bene e il Male. L’orco cattivo è Ramon (il turpe pedofilo), che divora i bambini (l’innocenza), vive in un intrico di foresta popolata da truppe di altrettanti bestie dominate da istinti selvaggi (i complici dei misfatti che accadono), al margine della foresta ci sono gnomi indifferenti e silenziosi (l’omertà) ma ecco che irrompe sulla scena il cavaliere buono armato soltanto di penna e di buona volontà per tentare di scuotere il torpore di quelle creature ai margini e avere una folta truppa d’assalto; il cavaliere sarà aiutato da una giovane fanciulla riuscita a scampare alla furia dell’Orco. Credo possa bastare per una fiaba, o no?

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