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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Nuove voci raccontano: Davide Pagnoncelli

Francesca Ghezzani | Nuove Voci Raccontano   27 Dicembre 2020   8 min.

 

Davide Pagnoncelli è uno psicologo, psicoterapeuta con formazione in Teatroterapia e Arteterapia, oltre all’attività clinica, ha un’esperienza di vent’anni in ambito scolastico come responsabile di un originale Servizio Psicologico di sistema, dalla Primaria alla Secondaria di primo e secondo grado.  Oltre a pubblicare, per addetti ai lavori, ricerche in ambito psicopedagogico e sociale su varie riviste scientifiche, la sua vasta esperienza lo ha portato a voler condividere con altri il frutto del suo lavoro e lo ha fatto con un libro dal titolo “Figli felici a scuola” e il sottotitolo, non meno significativo, “Come migliorare l’esperienza scolastica dei propri figli con l’aiuto di un Allargacervelli”, edito nell’aprile 2018.

 

Davide, l’intento del libro lo si intuisce nitidamente già dal titolo, ma perché hai coniato il sostantivo “Allargacervelli”?

Lo psicologo è spesso identificato con il dottore degli “svitati”, portatori di qualche non meglio identificato disturbo psichico, perciò in gergo viene denominato “strizzacervelli”. Perché non “allargacervelli”? C’è chi, ancora oggi, pensa che lo psicologo intervenga, sia a scuola che in altri ambiti, esclusivamente o prevalentemente ove sussistano problemi e disturbi vari, comunque in presenza di qualche patologia. Invece un individuo ha bisogno di essere preso in cura nelle parti sane, non solo nelle parti malate o disturbate. La parte “malata” parla attraverso un sintomo, ma è tutto l’organismo che va ascoltato con cura, integralmente, ampliando le prospettive di intervento. L’universo è molto largo, perciò allarghiamo il nostro cervello che ha più potenzialità di quanto noi possiamo credere.

Quale ruolo ha, o dovrebbe avere, lo psicologo all’interno di una istituzione scolastica?

Il Servizio Psicologico scolastico cerca di privilegiare, individualmente o in gruppo, il “lavoro sulla relazione” docente-alunno, genitore-figlio, docente-genitore. Per quanto riguarda gli alunni va tenuto presente non solo il raggiungimento o meno degli obiettivi di tipo cognitivo, ma anche l’evoluzione socioaffettiva, ovviamente rapportata ai tempi e ai mezzi a disposizione. È assodato, infatti, che chi ha problemi emozionali dispone in minor misura di energie psichiche e di motivazione ad apprendere i contenuti scolastici richiesti, in quanto l’attenzione è deviata sui conflitti intrapsichici e/o sui rapporti interpersonali non soddisfacenti.
La compartecipazione sociale di emozioni e di sentimenti è essenziale per l’evoluzione completa della persona. Non si può educare senza compartecipazione emotiva. Non è sufficiente trasmettere informazioni e insegnare, bisogna tener conto delle variabili socioaffettive, educare anche l’intelligenza emotiva e il sentimento sociale. Quanto sopra è senz’altro scontato teoricamente, ma la traduzione operativa è piuttosto impegnativa e difficoltosa.
È importante che lo psicologo, nella scuola, abbia meno il ruolo di colui che interviene direttamente e prevalentemente sui “casi specifici” (cosa spesso impossibile e infruttuosa per esigenze di tempo) e più di colui che si focalizza su alcuni aspetti cruciali dal punto di vista comunicativo, sociale, emotivo, organizzativo e didattico per favorire – dal proprio punto di vista – i cambiamenti possibili o l’eliminazione di talune interferenze che frenano l’apprendimento e la maturazione globale degli alunni. Ciò anche con l’obiettivo di valorizzare il più possibile le risorse umane già esistenti all’interno del contesto scolastico.
Penso, perciò, che debba essere privilegiato l’intervento di osservazione e di verifica con i consigli di classe e con gruppi di docenti e/o genitori interessati a monitorare percorsi formativi precisi, continui e rispettosi delle reciproche competenze e ruoli.
Occorre approfondire un’integrazione di prospettiva: dall’ascolto dei problemi degli alunni nella scuola, all’ascolto del ragazzo e della scuola nelle specifiche dinamiche e caratterizzazioni originali. Non è funzionale affrontare solo problemi, quindi, ma è essenziale favorire progetti condivisi, relazioni significative e far venire alla luce potenzialità nascoste.
Un Servizio Psicologico scolastico di sistema è concretamente realizzabile perché è già stato programmato e documentato per ben vent’anni. Chi fosse interessato a progettarne uno nella propria realtà, ovviamente adotterà le varianti più opportune e personalizzerà il tutto con ulteriori innesti innovativi in relazione al contesto di appartenenza.

Cosa significa la tua affermazione che “nella scuola si deve sostituire alla diagnosi degli errori la diagnosi dei punti di forza e il monitoraggio delle positività concrete”?

Occorre passare dalla diagnosi degli errori alla diagnosi dei progressi, delle evoluzioni positive, delle conquiste: ciò vale sia dal punto di vista personale, sia familiare, sia sociale. Per esempio, andrebbero programmate valutazioni più per premiare le acquisizioni che per cercare errori. E nel caso si dovesse verificare un errore, andrebbe precisato cosa l’errore possa insegnare e come, nello specifico, non debba essere ripetuto.
È senz’altro più funzionale e più gratificante focalizzarsi su risorse, potenzialità, competenze, disponibilità e progetti concreti, piuttosto che rincorrere prevalentemente il negativo. Un processo di incoraggiamento efficace si fonda sulla stimolazione delle migliori capacità e potenzialità di un individuo. Anche una diagnosi troppo ristretta, centrata solo sul disturbo e sui problemi, spesso deprime le prospettive di crescita, non incoraggia molto a cambiare e fa interiorizzare un’immagine di sé piuttosto negativa.

Ci accenni come fare per impostare un dialogo aperto tra genitori e figli, soprattutto in questo periodo così difficile di pandemia?

La società ha bisogno di adulti che ascoltino profondamente (secondo modalità passive e attive), che non giudichino prima (pre-giudizio) e che incoraggino l’espressione e la comunicazione del mondo interiore di bambini e ragazzi. A maggior ragione in tempi critici e drammatici.
Non pochi adulti, prima ancora di aver ascoltato, si predispongono a dare indicazioni e a tirare conclusioni affrettate e prefabbricate. Talora gli adulti tentano fortemente di modificare la personalità dei bambini o dei ragazzi piuttosto che aiutarli a sviluppare le loro peculiarità, i loro interessi e i loro punti di forza.
Ascoltare i vissuti ed essere attenti a valorizzare i talenti dei ragazzi è fondamentale ed è pure gratificante. L’essere autenticamente ascoltati, quindi accettati, favorisce la riappacificazione con se stessi e con gli altri e stimola a evolvere positivamente.
Un’intera sezione del mio libro raccoglie i vissuti degli alunni emersi duranti i numerosi progetti realizzati: da questi ho imparato molto e sono convinto che possano essere utili anche ad altre persone.

Una domanda specifica: l’ascolto di racconti, di storie, di metafore quanto è importante per i più giovani?

Narrare è molto importante, perciò rispondo così…
C’erano una volta… vari leoni artificiali, parecchi conigli paurosi e molte tartarughe astensioniste: ognuno di loro, pur in modo diversificato, non era capace di perdere oppure di tollerare una sconfitta e contava più gli errori che i rimedi o le soluzioni. Ma facciamo qualche passo indietro…
Proviamo a immaginare, proviamo a vedere, proviamo a sentire e a percepire quell’occasione, quell’esperienza in cui ci siamo sentiti inferiori, inadeguati. È importante aver ben chiaro in testa quell’episodio, percepirlo bene, sentirne chiaramente i contorni: ciò che si vede, ciò che si sente, perfino talora capita che si colgano dei profumi, degli odori, dei fruscii, delle piccole percezioni. Cosa passa per la mente quando ci si sente inferiori, inadeguati, svalorizzati? Cosa accade quando un individuo si sente emarginato, perdente o con la sensazione di non contare niente? Cosa succede in un gruppo quando una o più persone si sentono inferiori, inadeguate, svalorizzate? Sappiamo tutti cosa significa un confronto ìmpari: la sgradevolezza di sentirsi inferiori, il vissuto di svalorizzazione, il non sentirsi capiti. La sofferenza psicologica individuale o di gruppo, se non risolta, si trasforma in un danno per la collettività. Chi percepisce di essere inferiore, di essere inadeguato o emarginato, chi percepisce di non essere un leone vero taglia i rapporti con la società o con la comunità di appartenenza.
Chi soffre profondamente diventa più facilmente distruttivo, anche socialmente, però non rinuncia al desiderio di vincere, di avere un ruolo, di contare qualcosa. Gli esiti possono essere tre… e ritorniamo all’inizio.
Il leone artificiale: cerca di far perdere gli altri, rompe, entra a gamba tesa, butta giù gli altri dal loro piedistallo piuttosto che costruirne uno per essere positivamente alla pari (bullismo, criminalità, illegalità varie). Se non può avere un ruolo per via sociale, ha un ruolo per via antisociale.
Il coniglio pauroso: mente, inganna, è passivamente aggressivo, parla alle spalle con maldicenza, è ipocrita nei rapporti, teme di comunicare apertamente, fugge codardamente dalle responsabilità. Ha un ruolo per via asociale.
La tartaruga astensionista: diventa passiva, si blocca, nessuno la smuove, non esce dal proprio guscio. Piuttosto che giocare e rischiare di sbagliare non gioca e afferma che non le interessa niente, non dà l’apporto al gruppo. Ha un ruolo astenendosi.
Tutto ciò veicola sofferenza, non solamente per l’individuo ma anche per il gruppo. Prendersi cura, curare, guarire è vivere avendo un ruolo positivo nella comunità. Guarire significa avvicinarsi o rientrare nella società. È l’esatto contrario della logica del tumore che cresce e si sviluppa, ma a scapito dell’intero organismo, con una dinamica autodistruttiva.
Allora che fare? Una delle tante iniziative da intraprendere è di promuovere la cultura dell’ascolto, ma vero e profondo; l’ascolto attivo delle emozioni. Un ragazzo di un liceo ha affermato in un colloquio: “Non posso dialogare con i miei genitori, loro hanno già la soluzione in tasca!” Va offerta attenzione al vissuto emotivo, in modo da far emergere paure, emozioni, sentimenti senza giudicare preventivamente. Per esempio, si può dare spazio all’espressione della rabbia, se non è distruttiva, senza intervenire subito con commenti che limitano la comunicazione. Il linguaggio può diventare, perciò, compartecipazione anche in presenza di sofferenza e di aggressività, non più solo linguaggio di comunicazione ma linguaggio di comunione, un prolungamento dello stare e del sentire insieme.
Inoltre, servono occasioni e luoghi studiati per l’attenzione reciproca, la tenerezza, la riflessione aperta; servono luoghi studiati per l’arte e luoghi per esplorare e scoprire gli aspetti amichevoli di ognuno.
Quindi, scegliamo di essere leoni artificiali (tigri di carta, violenti per debolezza, aggressivi per paura), conigli paurosi (che svicolano dalle responsabilità, ipersensibili, timorosi) e tartarughe astensioniste (pigre, bloccate, rinunciatarie, senza iniziativa), oppure decidiamo di essere leoni veri (con sana aggressività, grinta costruttiva), conigli autentici (sensibili e raffinati degustatori attenti alle sfumature) e tartarughe naturali (corazzate contro le avversità e aperte alla lentezza meditativa e creativa)?

Infine, ecco la domanda di rito di questa rubrica: se fossero fiabe o favole, cosa racconterebbero le tue pagine?

C’era una volta un brutto anatroccolo chiamato “strizzacervelli”; lui era focalizzato soprattutto su ciò che non funzionava, sul negativo, sulle malattie e sui disturbi, sia suoi che altrui. La sua vita trascorreva intensamente, per certi versi era interessante, purtroppo però era grama, troppo centrata sull’osservazione del negativo; cosicché quando “strizzino” (tal nomignolo gli affibbiarono…) rientrava a casa alla sera, si sentiva pieno e appesantito di paturnie altrui. Pure il suo fegato non era entusiasta… e il suo stomaco brontolava spesso, seppur a vuoto.
Poi un bel dì, guardando a oriente, intravide una carovana. Forse era un miraggio, ma a lui non importava, non gli interessava affatto disquisire se il presunto miraggio fosse reale oppure no: era urgente muoversi per esplorare e allargare i propri confini. Eh, già!… Allora a “strizzino” balenò un’idea in testa: “Cambierò nome!”, decise e si fece chiamare “allargacervelli”, perché il proprio e altrui cervello era meglio allargarlo che strizzarlo. E poi percepiva come scorreva fluida la pronuncia: alllargaaacervelliii… “Bien, evvaiii”, pensò.
E cominciò tranquillo il suo giro di boa: da un pensiero e un’azione focalizzata prevalentemente sul negativo a un pensiero e un’azione con occhiali più positivi e sereni.
Questo racconterebbero le mie pagine: una conversione spinta da una carovana e un miraggio. Quando non si perde tempo a spremersi le meningi per definire se un’intuizione è reale oppure no e la si prende come stimolo per spostarsi in avanti, solamente allora nasce qualcosa di nuovo… Perché noi sappiamo più di quello che comprendiamo. La medesima cosa accade nelle favole quando la protagonista bacia il rospo o un essere deforme (la parte oscura, i fantasmi interiori) e quel bacio trasforma il brutto in bello (un giovane principe) e fa sgorgare luce nitida e colorata, luce che si espande tutt’intorno.

 

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