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Leggende groenlandesi: Ímap Ukûa, la madre del mare

ilRaccoglitore | Estratti   16 Dicembre 2020   5 min.

 

Un’isola enorme, la più grande del globo, con i suoi insediamenti sparsi e piccolissimi, unica dimensione sociale possibile per un’umanità che deve fare i conti con i ghiacci del Nord più estremo: questo il paesaggio che fa da sfondo alle storie della tradizione popolare groenlandese.

– Iperborea –

 

Traduzione di Bruno Berni

 

Si racconta che Uitsataqángitsoq, «il Cieco», aveva deciso di andare dalla madre del mare che domina su tutti gli animali e gli uccelli del mare. Era un grande sciamano e i suoi conterranei gli avevano chiesto di fare quel volo spirituale perché l’insediamento da molto tempo pativa carenza di prede.

Il Cieco andò dalla madre del mare seguendo accuratamente la via dei morti; non ci mise molto ad arrivare a un’altra strada che portava a sinistra, e prese quella. Era lunga e ci volle tempo; tutti i suoi spiriti ausiliari lo accompagnavano. Continuava ad avanzare quando gli giunse alle orecchie un fragore enorme; era il rumore del ruscello che attraversa il cunicolo d’ingresso della dimora della madre del mare. Il Cieco continuò per la sua strada e si avvicinò sempre più alla sua meta finché non arrivò al grande ruscello. Era stato creato un guado con tre grandi pietre sulle quali si poteva saltare dall’altra parte, ma erano completamente coperte di alghe così viscide che saltando non si poteva evitare di scivolare nel torrente. Il Cieco rimase lì a lungo confuso senza avere il coraggio di saltare, finché tutti i suoi spiriti ausiliari non furono dall’altra parte; solo allora fece un tentativo, saltò senza cadere e arrivò dall’altra parte.

Si rincamminò e alla fine scorse la casa della madre del mare. La raggiunse, ma vide che l’ingresso era sbarrato da un ruscello spumeggiante che sembrava del tutto insuperabile. Alla fine trovarono però un passaggio e il Cieco giunse alla casa. Lì i suoi spiriti ausiliari lo fermarono dicendogli così:
«Non appena entrerai dalla madre del mare, devi subito saltarle addosso e afferrarle immediatamente i capelli avvolgendoteli intorno al braccio destro; lei cercherà di gettarti dietro il suo giaciglio. Se ci riuscirà, rimarrai soffocato lì nell’oscurità.»
Dopo aver parlato così, entrarono con lui. Nel cunicolo d’ingresso scoprirono che il ruscello cambiava direzione e scorreva dritto dentro la casa. Ecco perché dalla casa della madre del mare non arrivavano foche e gli uomini pativano la carenza di prede.

 

 

Non appena il Cieco uscì dal cunicolo d’ingresso saltò addosso alla grande donna e l’afferrò per i capelli, come gli era stato detto. Subito si avvolse i capelli intorno alla mano destra e il tentativo di gettarlo dietro il giaciglio non le riuscì. Ma fu sollevato così in alto che gli si spalancò davanti un grande abisso nero. Poi i due lottarono con tutte le forze e durante la lotta gli spiriti ausiliari picchiavano la donna sulle orecchie dicendo:
«Stai tranquilla, stai ferma, è venuto solo per pulirti, pettinarti e spidocchiarti.»
Ma nella sua rabbia la madre del mare non sentiva niente e si sforzava solo di gettarlo nell’abisso dietro il giaciglio; però a poco a poco cominciò a stancarsi e allora fu come se d’improvviso sentisse ciò che gli spiriti le gridavano nelle orecchie. Subito si calmò e disse solo:
«Che gioia sentire queste parole. Se starò qui ancora un po’, sarò sommersa da tutta la sporcizia degli uomini. L’impurità delle vostre viola- zioni mi contagia. Sbrigati, sbrigati, puliscimi la testa e pettinami!»
Si sdraiò sul suo immenso giaciglio e il Cieco cominciò a pettinarle i capelli. Era un lavoro difficile, tanto erano lunghi, ispidi e annodati. Erano così lunghi che si potevano misurare due volte con il braccio.

Quando ebbe finito di pulire, raccolse tutta la sporcizia e la gettò via. In quello stesso istante ogni cosa prese vita: erano orsi, volpi, foche dal cappuccio, foche barbate, foche dagli anelli, foche dalla sella, foche comuni, trichechi, narvali e uccelli d’ogni tipo. Lo sporco che le aveva tolto dai capelli si trasformava in animali vivi, e tutti uscivano dal cunicolo attraverso il ruscello e salivano verso il mare. Il Cieco rimase a guardare tutte le prede che sciamavano fuori e notò in particolare una giovane foca dalla sella che aveva la testa bianca da un lato e nera dall’altro. Da allora non riuscì più a dimenticarla, perché uscendo dal cunicolo si era voltata e gli aveva sorriso. Era la prima foca che avrebbe catturato quando sarebbe uscito di nuovo in kayak dopo il ritorno a casa.

Dopo che tutte le prede ebbero in tal modo abbandonato la loro dominatrice, il Cieco cominciò a sistemarle i capelli e li raccolse in una crocchia, e quando ebbe finito le chiese di alzarsi. Ora non c’era fine alla gratitudine della donna, che gli disse queste parole:
«Grande gioia mi hai dato venendo qui, tu che mi hai fatto visita senza pensare solo al cibo. Mi hai resa contenta, perché fin da bambino avevi solo pensieri profondi e ti sei formato come sciamano. Molte epoche sono passate dall’ultima volta che qualcuno è venuto a pulirmi.»
Così gli parlò, e poi aggiunse:
«Quando tornerai sulla terra devi chiedere ai tuoi compagni d’insediamento di stare bene attenti a rispettare le norme della fede e la penitenza che gli uomini devono fare, sia per le nascite sia per le morti. Gli uomini non si sforzano di vivere la vita ed è colpa della loro gran- de indifferenza se io mi ricopro di sporcizia. L’ostinazione degli uomini arriva da me come sporcizia e mi rende brutta. Io avrei voluto liberare le mie prede per gli uomini, ma ho dovuto trattenerle per spingerli a riflettere.
«Finché vivrai la tua vita sulla terra devi venire spesso da me a pulirmi. Perché non è giusto che gli uomini pensino solo al cibo e al mangiare.»
Dopo che la grande donna ebbe parlato così, il Cieco chiese: «Mi permetti di portare con me un tuo capello?»
«Puoi portare con te un mio capello», rispose la madre del mare, «ma il capello che porti con te devi legartelo al braccio.»

Allora il Cieco le strappò un capello e se lo avvolse al braccio, poi si incamminò per il viaggio di ritorno. Nel cunicolo trovò tutto cambiato; un piccolo ruscello scorreva allegro fuori dalla casa in direzione della terra, e il fondo non era più pieno di pietre, ma splendeva di sabbia bianca.
Così il Cieco affrontò il viaggio di ritorno e camminò e camminò e non vide traccia del grande ruscello che gli aveva creato tanti problemi; avanzava rapidamente e lungo il tragitto incontrò molti animali marini e uccelli e tutti gli sorridevano. Ben presto giunse a casa, concluse la sua evocazione degli spiriti e disse ai suoi compagni d’insediamento:
«Se ho agito nel modo giusto e ho esercitato le mie arti per il vostro bene, arriverà la pioggia e si alzerà un libeccio che romperà la banchisa e aprirà la strada alle prede.»
Tacque per un po’, poi riprese con queste parole:
«La madre del mare mi ha pregato di dirvi che non è giusto occupare i vostri pensieri solo col cibo e usare tutti i vostri sforzi solo per pro- curarvi da mangiare. È altrettanto necessario rispettare accuratamente tutti gli usi e le norme degli sciamani e in caso di nascite e morti non mancare di far penitenza per le vostre impurità; perché le violazioni degli uomini arrivano da lei come sporcizia e la rendono impura e brutta.»
Di nuovo tacque e c’era silenzio tra coloro che lo ascoltavano quando concluse dicendo:
«Ora la banchisa si spezzerà e avremo acque aperte; molte prede arriveranno qui, ma nei primi tre giorni nessuno potrà catturare più di una foca al giorno.»

Tutto andò come aveva detto e presagito: arrivò un miglioramento del tempo e scese la pioggia, si alzò un libeccio che spaccò la banchisa e con l’acqua aperta arrivarono tutte le prede. Non appena il vento si calmò, ciascuno prese il kayak e si attenne esattamente alle prescrizioni del Cieco. Solo un uomo, per la sua avidità, catturò più di una foca e da allora non ne prese più di una, anche se tutti gli altri ne prendevano tante quante riuscivano a trainarne a casa.

Ma la prima foca che il Cieco catturò era proprio la piccola foca dalla sella che si era girata e gli aveva sorriso lasciando la dimora di Ímap Ukûa.

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