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Nuove voci raccontano: Rosy Shoshanna Bonfiglio

Francesca Ghezzani | Nuove Voci Raccontano   9 Dicembre 2020   6 min.

 

Rosy Shoshanna Bonfiglio è un’artista siciliana, nata ad Avola nel 1990. Diplomatasi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico di Roma, prende parte a importanti produzioni dirette da grandi firme del teatro italiano. Vocalist poliedrica per la musica e per il teatro, ha realizzato spettacoli anche nelle vesti di autrice e regista. Affianca alla recitazione, alla musica e alla scrittura, l’attività di Acting e Business Coaching. Oggi vive a Milano e ci racconta come il suo primo libro di poesie, Nei giardini dell’Erebo, sia diventato un progetto di creazione, educazione e riflessione collettive.

 

Rosy, da quale percorso interiore è nata questa tua prima opera?

Un percorso di profonda trasformazione direi, di rinascita. Qualcosa è morto, qualcosa è potuto così venire alla luce. Lungo gli anni di scrittura ho attraversato esperienze e sentimenti che mi hanno provocato intense gioie e profonde sofferenze, picchi di euforica felicità e collassi paralizzanti. Persone, eventi, relazioni hanno compromesso in modo significativo il mio equilibrio e il mio benessere. Al contempo tutto questo ha comportato per me un avvicinamento ulteriore alla mia identità e più in generale all’esistenza, a quel sottile confine in cui sentiamo di appartenere a qualcosa di più grande, di più lontano. Quando parlo di identità mi riferisco a quella che ciascuno di noi custodisce e da cui ci teniamo più o meno distanti nella nostra vita cosciente. Possiamo passare anche molto tempo senza incontrarla mai veramente, per distrazione, noncuranza, paura. I motivi sono tanti. Personalmente ho sempre avuto un contatto molto acuto con me stessa, eppure la vera consapevolezza è arrivata solo quando “mi sono svegliata” dopo aver toccato in un certo senso il fondo.

Hai pubblicato Nei giardini dell’Erebo durante il lockdown, quando il mondo intero e quello editoriale erano fermi in una bolla di sospensione: cosa ha motivato questa scelta?

La chiamerei onestà intellettuale e spirituale. Ho avuto un gran bisogno di generare in un momento di gravissima depressione della vita. Ho sentito che proprio in quel momento quest’opera, già ultimata alcuni mesi prima, trovasse la sua ragione d’esistere. E io la mia necessità di donarla al mondo. La poesia è una lingua universale e questa mia raccolta rappresenta per me un’intima testimonianza di come l’anima debba necessariamente sprofondare dentro gli abissi della vita per elevarsi, per destarsi, per guarire. Esattamente come sta accadendo all’umanità durante questo tempo buio di pandemia.

Scrivi più per te o per gli altri?

Scrivo per chiunque ne abbia bisogno e perché ne ho un gran bisogno. Quindi per me e per gli altri.

Il critico letterario Claudio Ardigò ha scritto: “Le poesie di Rosy Shoshanna Bonfiglio vanno lette in silenzio e in perfetta solitudine. In ogni verso c’è un rimando a situazioni vissute, a momenti reali o immaginati. Poesia per capire, dal significato latino di contenere, tenere stretto, prendere.
Prendere le emozioni, contenere gli angoli più remoti che le sue poesie trasmettono alle nostre coscienze, tenere stretta la passione che trasporta il lettore”. Cosa ti piacerebbe che provassero i lettori leggendo il tuo libro?

Mi piacerebbe che ci trovassero dentro qualcosa di sé. Che anche solo una parola, un verso, un’immagine stimolata da un componimento possano essere qualcosa che li riguarda. Che ci trovino indizi e vie d’uscita. Aree di sosta. Intuizioni. Non dico necessariamente in maniera cosciente. La poesia è straordinaria perché è la lingua dell’anima, non parla al cervello, parla allo spirito, parla direttamente al nostro sangue. Mi auguro che ognuno leggendo attraversi delle emozioni dentro le quali trovare qualcosa di utile per il proprio viaggio.

Sei, lo abbiamo detto, un’artista a tutto tondo. Chi è oggi l’artista e quale il ruolo dell’Arte?

Quello di sempre, da sempre: è un tramite. Un anello di congiunzione tra l’uomo e Dio, intendendo con la parola Dio un concetto non religioso ma sacro. L’artista è uno stimolatore della coscienza, un messaggero, un angelo nel significato greco del termine. Come tale ha una funzione cruciale nella società e nella vita di un popolo. È un educatore. La conoscenza è fatta di esperienza e di osservazione. Quest’ultima richiede una distanza tra chi osserva e chi/cosa è osservato. E distanza non significa solo una distinzione ontica. Significa anche spostamento, trasposizione, velamento che prelude allo svelamento. Abbiamo bisogno di guardare – gli altri, le cose – per capire, per capirci. Il segno, la rappresentazione, i codici: la trasposizione di senso su cui l’Arte si fonda è la condizione indispensabile affinché tutta la nostra coscienza di essere umano si tenda, come un elastico, si espanda. L’Arte ha il ruolo di ricordare all’uomo che esiste l’intangibile. Glielo ricorda continuamente, perché fa accadere ciò che non è reale. Un quadro è in grado di emozionarci potentemente eppure quella vergine dipinta è pura forma, un’impressione di vita su tela, non è qui con noi. Lo stesso vale per la musica. Non puoi toccarla. Ascolti per ore un concerto e vibri di un’energia difficile da spiegare, nulla che si possa afferrare, nulla che possa essere pesato, misurato, contenuto. L’esperienza artistica è un continuo confrontarsi con la potenza inequivocabile di ciò che non vediamo ma c’è. Niente di troppo diverso da quando guardiamo negli occhi una persona e ci commuoviamo senza comprenderne il motivo. C’entra l’Amore, c’entra la Vita, per questo c’entra Dio.

L’opera Nei giardini dell’Erebo prosegue la sua fioritura… in che modo?

Direi che siamo già al terzo step di questa splendida fioritura inaugurata con la pubblicazione.
Il libro si sta continuamente ‘trasformando’ diventando veicolo di riflessione, crescita e creatività. In estate ho coinvolto un gruppo di artisti di diverse discipline e ciascuno ha realizzato un’opera da una poesia scelta. Ho intervistato ognuno di loro parlando di processo creativo, inteso come spinta vitale, generatrice, e di creatività intesa come attitudine verso la vita, dentro e fuori dall’Arte. Ho raccolto dieci ‘powerful questions’ da queste interviste, domande sull’esistenza e sul nostro modo di vivere, utili a chiunque di noi per mettere a fuoco il nostro cammino di uomini e donne, e aggiungerei anche di futuri uomini e donne, visto che molti giovanissimi stanno entrando a far parte di questa grande community del Giardino. Il progetto si muove sui miei canali social, ma lo alimento con un intenso passaparola fatto di contatti diretti e indiretti, telefonate, messaggi, con persone conosciute e sconosciute, che stanno prendendo in carico le domande degli artisti per condividere un video in cui rispondono a uno dei quesiti con una riflessione personale. Ognuno diventa ambasciatore a sua volta di questa missione, che mi piace definire di ‘rifondazione valoriale’ proprio perché attraverso questa catena di riflessioni individuali si alimenta una coscienza che è anche collettiva, fatta di profondità e ricerca. ‘Metterci la faccia’ diventa un atto generoso di responsabilità volontaria, scevro dai puri esibizionismi che purtroppo invadono la rete e i social soprattutto. Il mio profilo instagram si sta riempiendo con i volti di splendidi fiori che donano i loro pensieri luminosi agli altri, è molto emozionante. Sono certa e fiduciosa che questa fioritura possa durare e rinnovarsi più a lungo possibile, diventando un modello positivo e replicabile in altri modi, forme e contesti.

Infine, domanda di rito di questa rubrica: se Nei giardini dell’Erebo fosse una fiaba o una favola come ne racconteresti i contenuti?

Se fosse una fiaba probabilmente sarebbe scritta da Andersen, e farebbe più o meno così:
C’era una volta un Cuore, nato dalla terra. Si fece strada nel mondo nutrendosi di tutto ciò che incontrava. Lo fortificò il Vento e lo nutrì la Pioggia: il suo amico più fidato era il Sole, ma per quanto profondo fosse il loro legame, neanche lui riusciva a distoglierlo da certe cattive frequentazioni. L’Uragano ne era ben soddisfatto: sapeva di esercitare sul Cuore un’influenza ineguagliabile, vivevano insieme esperienze adrenaliniche. Per l’Uragano era più semplice: lui era un Uragano, il vortice era la sua natura. Per il Cuore era diverso. Lui era fatto per amare e talvolta quei giochi con Uragano gli lasciavano certi segni addosso che neppure il Sole era in grado di guarire. Un giorno Uragano arrivò come tante altre volte, e fu più forte del solito il suo gioco, più irruenta la sua forza vorticosa. Quella danza forsennata durò giorni e giorni, senza sosta. Il Cuore cadeva a pezzi, a brandelli, consumato dalla forza alienante di quel cattivo compagno. Dopo un lungo tempo il gioco cessò, e l’Uragano scomparve. Forse aveva capito di averla fatta grossa, perché si defilò senza nemmeno salutare. Il Cuore rimase sparso nella terra, lì da dov’era nato, ma stavolta diviso, frammentato. Piccoli cocci rosso rubino scintillavano nella trama del terreno. Venne allora una violenta pioggia e il Cuore era felice perché bruciava così tanto, pensava che si sarebbe rinfrescato. La pioggia sembrò scioglierlo del tutto, fece sprofondare i cocci sottoterra, fino al punto di farli sparire. Il Sole era molto triste, teneva così tanto al suo amico Cuore, doveva assolutamente intervenire. Ed ecco che dopo notti di tristezza, trascorse sempre nella desolata prospettiva di dover risvegliare un nuovo giorno senza il Cuore, il Sole si alzò una mattina altissimo nel cielo, puntando verso la terra con tutto il suo amore per l’amico perduto, scaldò coi suoi raggi il punto in cui il Cuore era stato seppellito ed ecco che dalla terra si vide sgorgare una bellissima Rosa, color rosso rubino come i cocci seminati. La Rosa crebbe forte nei giorni, scaldata e nutrita dalle cure quotidiane del Sole, dagli amici Vento e Pioggia che intervenivano all’occorrenza. Fu una fioritura miracolosa, e un piccolo bruco che amava fare le sue passeggiate sottoterra mi confessò un giorno di aver visto che le radici della Rosa fossero sorprendentemente rosse come i suoi petali, da sembrare le vene in cui scorre il sangue della terra, quasi lì sotto battesse forte il suo cuore.

 

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