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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

La Dama Nera

Andrea Bassoli | Fiabe Riabilitate   2 Dicembre 2020   3 min.

 

Eccomi di nuovo! Il vostro Icario ritorna fra voi (anche se forse si stava meglio lassù sopra alle nuvole). Che facce tristi che avete! Che volete? Volete una storia di principi e mercanti? Di streghe e paesaggi fatati? La volete per distrarvi da questa vita rimasta un po’, come dire, a metà? Volete il lieto fine insomma! Beh, l’avrete, ma attenti perché ogni fiaba ha il suo finale e ciò che vuole trasmettere cambia, muta nelle orecchie di chi l’ascolta.

Molto tempo fa mentre volavo su di una terra di boschi e leggende, che oggi chiamate Bretagna, mi misi a seguire un giovane che di mestiere faceva il mercante. Era un uomo di buon cuore, sempre giusto negli affari e anche di piacevole compagnia. Quando giungeva in un villaggio, era solito raccontare ai curiosi una storia che, per sua stessa ammissione, gli capitò anni addietro; io, a modo mio, ve la riporterò.

Durante uno dei suoi viaggi, smarrita la strada in un bosco, si ritrovò davanti una torre, nascosta nel fitto della selva. “Che strana costruzione,” pensò il giovane “non c’è nemmeno una porta per entrare, eppure mi sembra che dalla finestra provenga un bagliore…”.

Dopo numerosi giri attorno alla base dell’edificio pensò bene di attirare l’attenzione mettendosi a gridare.

«Ehilà! C’è nessuno?» urlò, ed ecco che dalla finestra apparve una sagoma pallida, scavata e sottile. Questa visione gelò il sangue nelle vene del povero mercante; a un certo punto la misteriosa figura gettò a terra una massa nera di fili intricati. Ancora impaurito il giovane si avvicinò e… la paura si trasformò in terrore: quella massa di fili altro non erano che capelli! La misteriosa apparizione iniziò a parlare, o meglio a cantare con una voce melodiosa ma inespressiva:

 

Com’io mi nomo è cosa da poco,

vivendo reclusa in cotesto loco.

Non sorrido, rido o vivo da tanto

ma fui luminosa più del lampo.

Se non sei chi sai, va’, non è un gioco!

 

Il giovane non se lo fece ripetere una seconda volta e fuggì alla cieca per il bosco fino a trovarne l’uscita. Giunse infine a un villaggio dove, ancora sconvolto, raccontò ai paesani il suo avvistamento. Questi, presi dal panico, si riunirono in fretta e furia in assemblea decidendo all’unanimità di partire in spedizione per far luce sulla vicenda. Presero torce e forconi, poi, guidati dal giovane mercante, riuscirono a ritrovare la torre nel bosco. Lì, di nuovo, si ripeté la scena: apparve la misteriosa figura dalla finestra, gettò a terra i capelli e recitò la medesima nenia:

 

Com’io mi nomo è cosa da poco,

vivendo reclusa in cotesto loco.

Non sorrido, rido o vivo da tanto

ma fui luminosa più del lampo.

Se non sei chi sai, va’, non è un gioco!

 

Per i paesani fu fin troppo evidente: era un demone dell’inferno e, pertanto, doveva essere eliminato. Decisero di dar fuoco ai suoi capelli affinché le fiamme, propagandosi, bruciassero quel mostro. E così fu. Si dice che l’essere misterioso, mentre stava bruciando, cantò di nuovo, con un filo di voce, la sua filastrocca:

 

Com’io mi nomo è cosa da poco,

vivendo reclusa in cotesto loco.

Non sorrido, rido o vivo da tanto

ma fui luminosa più del lampo.

Se non sei chi sai, va’, non è un gioco!

 

Ora vi starete chiedendo se davvero la storia finisca in questo modo? Devo, purtroppo, dirvi di sì, e vi dirò di più: non si trattava di un demone, o di un qualche tipo di mostro del folklore celtico, era invero una povera fanciulla. Vedete, molti anni prima s’innamorò, ricambiata, del principe di un piccolo regno. La madre di lui, una strega molto potente, gelosa della sua bellezza, decise di maledirla: fu segregata in quella torre che altro non era se non una prigione incantata da cui era impossibile scappare. Per anni la ragazza aveva atteso l’arrivo del suo amore cantando canzoni per l’uomo che amava ma che ahimè non avrebbe più rivisto. La lunga prigionia e la solitudine ne avevano deturpato l’aspetto piacevole e la salute mentale tanto da lasciarle nella memoria solo l’immagine del suo innamorato e la canzone con cui sperava, un giorno, di essere riconosciuta. C’è una morale in questa fiaba? Forse no, o forse sì, a voi scoprirla. Ma lasciate che vi domandi questo: di chi è la colpa? Dei paesani, ignari della vicenda, o della strega, che la ridusse in quello stato?

 

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