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LA FAMIGLIA DI PASCUAL DUARTE

Federica Falco | Recensioni   30 Settembre 2020   3 min.

 

Genere: romanzo
Editore: Utopia Editore
Pagine: 157
Anno edizione: 2020


L’autore: Camilo José de Cela y Trulock (Padrón, 11 maggio 1916 – Madrid, 17 gennaio 2002) è stato uno scrittore spagnolo, esponente della Generazione del ’36 e membro dell’Accademia Reale Spagnola. Debutta nel 1943 proprio con La familia de Pascual Duarte; nel 1989 gli viene conferito il premio Nobel per la letteratura.

 

 

“Io, signore, non sono cattivo, sebbene non mi manchino le ragioni per esserlo”. Pascual Duarte, un uomo di 55 anni prossimo all’esecuzione capitale, comincia così il racconto della sua vita. Come in una specie di ultimo atto penitenziale, decide di affidare le proprie memorie a Don Joaquìn Barrera Lopez, amico di un uomo che lui stesso ha assassinato. Con un espediente di forte matrice letteraria, l’autore assume le vesti di un anonimo trascrittore, che ritrova queste carte e decide di divulgarle per presentare al pubblico un esempio di vita da rifuggire.
Dalle mura della sua cella, il condannato ci affida il resoconto di un’esistenza che è ormai giunta al termine, senza che questo comporti l’acquisizione di saggezza o di una prospettiva edificante. In effetti, la vita del protagonista viene raccontata da una voce interna che non cerca di riallacciare i fili, quanto piuttosto di descrivere, per quadri in ordine cronologico, la sequela di aberrazioni che la caratterizzano.
Di umilissime condizioni, Pascual nasce in un minuscolo pueblo dell’Estremadura da una coppia di genitori che non vuole e non può dimostrargli affetto, allevandolo in un contesto di ostilità e violenza gratuita. Il bambino, una rosa gettata in un letamaio, come si sentirà apostrofare, sviluppa un attaccamento verso la sua modesta casetta bianca, e soprattutto verso la turbolenta sorella Rosario, che rimarrà forse l’unico punto saldo di un’esistenza altrimenti senza calore. Tuttavia, il destino si compiace a vederlo trascinarsi per la via dei cardi e dei rovi, modellandolo come un essere selvatico che viene privato anche dell’unica sua possibilità di riscatto, cioè l’istruzione.
Con il passare del tempo, la vita si accanisce spietatamente, talvolta in modo grottesco, su Pascual e chi gli sta vicino, soffocando di volta in volta quel barlume di felicità che egli non smette di ricercare. Questa straniante catena di eventi produce in lui come uno strappo, evidenziato con grande sottigliezza nella stesura del romanzo. Assistiamo infatti a una progressiva spersonalizzazione del protagonista, che reagisce alla crudeltà del mondo con una crudeltà ancora più efferata, dettata da un codice di violenza tanto interiorizzato da non essere più consapevole. Pascual agisce sotto l’influsso di una sorte matrigna alla quale non si può opporre; essa non deriva tanto da una volontà suprema, quanto da un determinismo sociale che lo stigmatizza, incatenandolo a una spirale di decadenza.
Se da un lato si rimane spiazzati dalla sua freddezza omicida, dall’altro si sviluppa per lui una simpatia umana, derivata da una scrittura capace di segnare con il dito le ruvidezze dell’animo umano. I sentimenti del nostro antieroe, per quanto a volte turpi e scabrosi, aprono altresì squarci di colore in cui si intravede il riflesso della sua umanità. Ne sono esempi la pietà che gli suscita la vista del fratello Mario, malato e rifiutato fin dall’età più tenera, o piuttosto la sua fragile incredulità di giovane padre alla vista del figlioletto appena nato.
Con uno stile agile e profondamente narrativo, su cui si riflette, come evidenziano i numerosi apporti della critica, la tradizione picaresca spagnola, La famiglia di Pascual Duarte ci consegna il ritratto di un uomo a metà tra carnefice e vittima. Dopo essere passato tra mani diverse, il racconto troverà compimento solo nella sensibilità del lettore.

 

L'autore







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