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Nuove voci raccontano: Davide Buzzi

Francesca Ghezzani | Nuove Voci Raccontano   13 Agosto 2020   4 min.

 

Cantautore, fotografo, giornalista, ex poliziotto, Davide Buzzi nel 2013 approda al mondo letterario con il libro di racconti dal titolo “Il mio nome è Leponte… Johnny Leponte”, illustrato della pittrice Milvia Quadrio, ristampato poi nel 2017 da 96, Rue de-La-Fontaine Edizioni di Follonica in una seconda edizione aggiornata. Sempre nel 2017, per ANA Edizioni / Collettivo ARBOK, pubblica il racconto breve “La multa”. A distanza di tre anni, lo scorso febbraio torna sul mercato editoriale con il thriller noir “Antonio Scalonesi: memoriale di un anomalo omicida seriale”, la storia autobiografica di Antonio Scalonesi.

 

Davide, nelle tue pagine parli di un uomo assolutamente normale, imprenditore immobiliare e ex sportivo d’elite, benvoluto e rispettato da tutti, che il 21 novembre del 2011 si presenta presso la Procura della Repubblica e del Cantone Ticino di Lugano e chiede di incontrare l’allora Procuratore pubblico Giuseppe Cortesi, al quale confessa di essere un serial killer. Improvvisamente Cortesi si ritrova davanti a un racconto dai risvolti terribili e inimmaginabili, una lunga serie di delitti che a partire dal 2004 e fino al 2010 si dipana fra Svizzera, Italia e Francia.

Per fare tutto questo, hai dato vita a uno spoof, tecnica narrativa poco comune in Italia. Vuoi parlarcene?

Lo spoofing è un genere espressivo piuttosto noto in America, ma molto meno in Europa. In sintesi, è  un racconto che mescola  verità e finzione con l’intento di portare il pubblico a credere che la storia, l’articolo, il film o il documentario che ha davanti sia un fatto fondato.
La vicenda raccontata nel mio romanzo è una vera e propria confessione, esposta in prima persona dal serial killer stesso, Antonio Scalonesi, a un Procuratore pubblico; ricca di fatti cruenti ma che nasconde anche una vicenda ben più complessa e, per certi versi, incredibile. Il tutto è corredato da una serie di documenti ufficiali redatti da diversi specialisti, quali l’ex capo della polizia scientifica del Cantone Ticino, un rinomato psichiatra, un armaiolo, colleghi giornalisti, avvocati, ecc., che comprovano che tutto quanto raccontato da Scalonesi sia reale.

E invece no! È una fake news, ma talmente ben costruita da apparire vera in tutto e per tutto.

 

I personaggi subiscono una loro evoluzione durante la narrazione, magari una insperata catarsi?

Non direi. Scalonesi attraverso la sua confessione non cerca un riscatto. La sua coscienza è a posto così, in quanto lui non prova rimorso per quanto ha commesso, anzi!
È piuttosto la sua esigenza di far sapere al mondo la “genialità” della sua opera, la grandezza della sua persona, che lo porta a vuotare il sacco. Sa di dover morire e allora va alla ricerca di una sorta di immortalità spirituale, se così si può dire.

Ma anche gli altri personaggi che troviamo all’interno del racconto sono per la maggior parte degli amorali, forse alla fine quanto o più del protagonista stesso – come ha giustamente sottolineato un lettore in un commento online –, delineati indugiando prevalentemente sulla bassezza del loro carattere. Non c’è redenzione, non c’è riscatto in questa storia e proprio per questo è così vera.

 

Non è facile, e per fortuna aggiungerei, sapersi destreggiare abilmente fra menzogna e verità. Come hai fatto a delineare il profilo psicologico di Antonio Scalonesi?

Quando svolgevo la professione di Guardia di Confine (equivalente della Guardia di Finanza in Italia) mi sono ritrovato diverse volte a confrontarmi con delinquenti e criminali, persone per le quali la menzogna e la mancanza di empatia sono aspetti del tutto naturali, e questo certamente mi ha aiutato a creare un primo profilo psicologico del personaggio. In seguito è stato però soprattutto grazie all’aiuto di uno psichiatra e di due avvocati che sono riuscito a limare Scalonesi fino a farlo diventare il personaggio reale e caustico che si racconta attraverso il suo memoriale.

Non è stato difficile creare Scalonesi, difficile è stato non esagerare.

 

Il nome del tuo protagonista e il titolo del libro come sono stati scelti?

Per quanto riguarda il nome del protagonista, semplicemente ho fatto una ricerca approfondita volta alla ricerca di un cognome inesistente. Viste le caratteristiche del personaggio e il tipo di racconto, desideravo evitare di creare qualche omonimia imbarazzante. Così ogni volta che immaginavo un cognome che potesse adattarsi al personaggio, consultavo le “Pagine bianche” online e i vari social presenti in rete per vedere se quel nome di famiglia esistesse davvero. Sono arrivato a Scalonesi per tentativi e posso garantire, con una sicurezza che si avvicina al cento per cento, che quel cognome non esiste nella realtà.

Il titolo del romanzo invece è arrivato praticamente ancora prima del racconto stesso. Questo libro avrebbe dovuto essere il memoriale di un assassino, un assassino anomalo e senza speranza. E questo è stato.

 

Venendo allo stile: concordi con me nel sostenere che la scelta dei vocaboli, il suono che possiedono, il ritmo che viene impresso loro contribuiscono notevolmente a conferire veridicità alla trama e a mantenere una suspense incalzante senza cadute di tono?

Certamente. Non è la ricerca dell’impeccabilità tecnica del linguaggio a fare la qualità di un racconto, ma la veridicità di come questo viene raccontato. In questo senso i vocaboli usati devono corrispondere con l’ambientazione della storia e soprattutto con il carattere dei personaggi. Non è sempre facile, in quanto la tentazione è spesso quella di cercare la perfezione ad ogni costo ma, come per il volto umano, è l’imperfezione a creare l’impeccabilità.

 

Infine, se questo spietato thriller noir fosse una fiaba, come la racconteresti?

Questa è una domanda difficilissima e che mi trova del tutto impreparato. In realtà se questo racconto dovesse essere trasformato in fiaba, ne uscirebbe una novella davvero spaventosa.
Per certi versi forse “Il lupo e i sette capretti” dei fratelli Grimm potrebbe essere un buon esempio da seguire come linea guida per poter raccontare il Memoriale di Scalonesi sotto forma di fiaba.
Sì, credo che mi rifarei a quella storia, ma senza mamma capra e senza salvare nessuno dei sette capretti.

 

 

L'autore







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