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Nuove voci raccontano: Samuela Pierucci

Francesca Ghezzani | Nuove Voci Raccontano   29 Luglio 2020   7 min.

 

Originaria di Pistoia e oggi residente a Sesto Fiorentino, medico anestesista ma anche scrittrice… questa volta vi racconto la voce di Samuela Pierucci, autrice del suo secondo romanzo dal titolo “Quel poco che basta” pubblicato con la casa editrice Intrecci con cui aveva già editato il primo libro “Vuoto fino all’orlo”.

 

“Quel poco che basta” è la tragica storia, raccontata in chiave ironica, dell’amore e del fallimento di due ragazzi in cerca del proprio posto nel mondo. Perché hai deciso di parlare di fallimento, di sentimenti fragili, di progetti di vita sballati?

Il fallimento e i progetti sbagliati hanno sempre tormentato l’umanità, come simboli della imperfezione e della caducità insite in ognuno di noi. Credo di aver deciso di parlarne dopo che io stessa mi sono sentita travolta da un vortice di dubbi, disillusione, fatica. Stavo vivendo un periodo carico di impegni e mi sentivo come sradicata dal mio progetto di vita, portata fuori strada, mi sentivo come una viandante che aveva intrapreso un cammino verso una meta precisa e che poi si era ritrovata a percorrere un’altra strada, ad essere un’altra persona. Mi sono interrogata sulla difficoltà estrema della “scelta” come elemento necessario alla crescita, alla presa di coscienza identitaria. Come si fa a capire chi vogliamo essere e da che parte della barricata vogliamo stare? Come si fa a programmare un’esistenza scegliendo ipoteticamente una facoltà universitaria, una città in cui vivere o una persona con cui spartire il quotidiano senza toccarne con mano, nell’immediato, le conseguenze? Come si intrecciano i nostri ideali e la realtà che mescola le carte in tavola? È interrogandomi su queste problematiche che ho sentito la necessità di parlare di giovani adulti, ragazzi con un piede ancora impantanato nell’adolescenza e con l’altro sospeso in un salto verso il vuoto.

 

Faccio riferimento a una frase che so esserti assai cara: “Tutto è collegato – dalle microstorie alla macrostoria”. Cosa intendi dire?

Nel 2001 mi è capitato di fare una esperienza di volontariato all’estero, in Brasile. Ne ho voluto parlare nel libro per ribadire l’importanza che, anche a livello autobiografico, possono avere alcuni eventi storici che non solo segnano l’umanità intera ma deviano improvvisamente il corso delle esistenze di noi “piccoli eroi del piccolo mondo”. Era l’11 Settembre e mi trovavo a migliaia di chilometri da casa, nell’incertezza totale, addirittura in quei giorni si paventava una nuova guerra mondiale: mi sono sentita una biglia di vetro sulla spiaggia, con un percorso segnato davanti e una mano dietro pronta a farmi cambiare direzione senza la mia volontà. La storia di ognuno di noi è un grande intreccio, una trama e un ordito di consapevolezza, caso, incontri, volontà. Un enigma che sciogliamo davanti a noi di giorno in giorno.

 

Quanto di Sebastiano e Nada, i due protagonisti, troviamo in Samuela?

Ci troviamo ovviamente molto. Credo che in ogni personaggio, anche nel più distante dal narratore, ci sia qualcosa di autobiografico: a fare i narratori abbiamo il grande privilegio di essere noi stessi ma anche molte altre persone conosciute o solo brevemente incrociate. Siamo uno sguardo, un modo di dire, siamo coloro che abbiamo preso in giro o i gesti che abbiamo notato compiere, con meraviglia o disgusto, a chi ci sedeva accanto sull’autobus, siamo il bambino incontrato al parco giochi e il suo entusiasmo nel calciare un pallone, siamo i capelli al vento del giovane motociclista che ci ha sorpassato in un rettilineo. Siamo il vecchio che abbiamo osservato mentre si appoggiava al bastone e la rock star che abbiamo adorato sotto al palco: pur con la voce stonata, chi racconta una storia fondamentalmente racconta sé stesso. O almeno è così nella narrativa, altrimenti a parer mio si scivola verso la saggistica e in quel caso è necessario un grande lavoro di ricerca e studio. Io ho parlato del mio Appennino e della vita che ci si respira ancor oggi, ho parlato di un viaggio quasi iniziatico che mi è rimasto dentro e che ha segnato per me uno spartiacque nel mio modo di vedere il mondo, ho parlato delle bugie che spesso in una storia d’amore si raccontano per renderci migliori agli occhi dell’amato ma che ci portano inesorabilmente al confronto. Insomma, direi che Seba e Nada io personalmente non li conosco, ma loro conoscono me fin troppo bene.

 

Perché parli della fuga, che di solito viene interpretata come un gesto di codardia poco esemplare, come possibilità?

Ricordo che rimasi molto colpita nel vedere il film “Mediterraneo” di Salvatores, dedicato per l’appunto a coloro che fuggono. Mi ha sempre colpita il fatto che si debba per forza affrontare una prova per crescere e passare all’età adulta, e che questo faccia parte della visione arcaica di quasi tutte le culture: penso al viaggio dell’eroe come archetipo narrativo ma anche ai riti di passaggio che permeano molte civiltà, indios dell’Amazzonia compresi. E ho sempre anche pensato che i modelli di coraggio o crescita imposti dalla società in cui siamo immersi potessero anche essere sbagliati: li diamo per scontati e li affrontiamo, più o meni riluttanti, ma forse a volte non li capiamo, subendoli. Ho quindi voluto celebrare, in questo come nel precedente romanzo edito da Intrecci, “Vuoto fino all’orlo”, proprio la fuga da una realtà che non accettiamo, che ci soffoca, che ci sta stretta. Pensiamo a chi sceglie di non combattere in guerra, ai disertori. Discriminati, vittime di infamia. Ma in certe situazioni che può fare un ragazzo che non accetta di essere mandato al macello? Non tutti i soldati sono indottrinati a odiare il nemico, non tutti sanno che combattendo si difende la patria: ad alcuni sono palesi solo il sangue e il dolore, perché non accettiamo che vogliano fuggirne lontano?

 

Soffermiamoci sulla morte e sulla sofferenza, coprotagoniste delle tue opere seppure tu sappia affrontarle anche con profonda ironia. Che rapporto vivi con loro da medico e da persona?

Col dolore e con la morte ho un rapporto piuttosto contraddittorio. Da medico sono aspetti del mio quotidiano, inevitabilmente, e per sopravvivere a questa vicinanza l’ironia e la leggerezza sono aspetti direi fondamentali, salvavita. Io poi lavoro a Firenze e il sarcasmo dei miei concittadini è proverbiale, come per tutti i toscani. Nel mio privato sono però spaventata e ansiosa come tutti, o forse anche di più in una sorta di “deformazione professionale”. Direi che mi posso definire una ironica, ansiosa, donna resiliente.

 

Vuoi trascriverci e commentare alcune righe che, tra le tue pagine, trovi particolarmente significative per il messaggio che vorresti arrivasse al lettore?

“Nada e io eravamo come due falene fluttuanti attorno a un lampione con troppa foga e poco discernimento, inebriati e leggeri.

Credevo di poter congelare quei momenti vissuti senza ansie a mio piacimento. Credevo che li avrei sempre potuti riavvolgere come vecchie musicassette e riviverli come volevo, a patto di avere accanto Nada. Glielo dissi una volta, e lei restò quasi imbarazzata, distogliendo lo sguardo con uno scatto rapido del volto.

Con il passare dei giorni sentivo salire dentro un’irrequietezza inesorabile, una mano stanca che mi afferrava i piedi e me li appiccicava saldamente al terreno.

Non c’era margine di errore in quella storia”.

Con queste parole vorrei far riflettere sulle possibilità che si aprono a ventaglio di fronte a una scelta, possibilità che sono sempre molteplici e che dobbiamo sentire nostre: mai farci travolgere dagli altri, dalla loro immagine di noi. Dobbiamo essere noi stessi anche e soprattutto quando commettiamo errori o quando abbiamo dei ripensamenti.

 

Se la storia di Sebastiano e Neda fosse una fiaba, come la racconteresti?

La mia credo che sarebbe una fiaba dei fratelli Grimm di cui ho sempre amato il gusto per il terrore, per le cupe difficoltà da superare congegnate in maniera quasi machiavellica, persino di difficile comprensione per gli adulti. Nel mio libro ho creato un intreccio narrativo complesso e denso, quasi come una ragnatela in cui da lettori si resta invischiati andando a fare compagnia ai due protagonisti che a tratti ci appaiono appesantiti e quasi ridicolizzati da un fiabesco e medievale impiastro di pece e piume.

Seba e Nada li vedrei come moderni Hansel e Gretel, benché amanti e non fratelli.

Due ingenui che cercano di seminare briciole per ritrovare la strada di casa ma che invece lasciano dietro di sé una scia di frammenti incendiari: si trovano a dare fuoco al loro passato, a distruggere le radici e l’identità confusa che indossavano come una maschera in un torbido gioco di menzogne e sentimenti. Sono allo stesso tempo protagonisti e nemici, vittime della loro stessa stregoneria, con un’unica prova da superare e nessun mentore accanto.

 

Infine, che cosa pensi del mondo editoriale odierno, sia dalla prospettiva di lettrice sia di autrice?

Credo sia un mondo alquanto chiuso, poco incline alle scommesse, molto autoreferenziale e talora dichiaratamente snob. Ma ha anche un’altra faccia: quella commerciale, che contempla la ricerca del profitto facile e che quindi strizza l’occhio ai grandi nomi, al mercato, ad autori che non necessariamente sono scrittori a pieno titolo.

È un mondo di estremi: di nicchia da un lato e di banalità dall’altro, in cui un autore emergente, soprattutto se al di fuori dei circuiti letterari canonici, trova grandi difficoltà a pubblicare e farsi conoscere.

Da un lato ci sono i duri e puri della parola scritta, i critici severi, i recensori di riviste o siti che hanno spesso pesanti preconcetti ad affrontare le opere di autori che non appartengono al loro ambiente; dall’altro invece troviamo i troppi blogger o i critici, per così dire, “da tastiera” che oggi fanno il bello e il cattivo tempo per molte realtà influenzando le vendite con pochi click. Credo che non ci siano soluzioni semplici, tranne un’unica arma che, se anche non darà effetti a breve termine, avrà sempre il pregio di diffondere cultura e bellezza: leggere.

Leggiamo noi stessi, il più possibile, e soprattutto educhiamo alla lettura. Senza sterili polemiche: leggiamo in formato ebook, cartaceo, comprando dai grandi distributori, online o in negozio, andando alle fiere di settore o dai piccoli librai indipendenti.

Creare un sottobosco di amore per i libri da cui un giorno fioriranno spontaneamente soluzioni: è l’unica prospettiva che vedo per smuovere le acque troppo spesso stagnanti in cui lettori, autori, editori, librai e insegnanti si muovono ognuno per sé, in maniera conflittuale o scoordinata.

 

 

L'autore







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