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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Nuove voci raccontano: Rita Guardascione

Francesca Ghezzani | Nuove Voci Raccontano   9 Luglio 2020   5 min.

 

Rita Guardascione, originaria di Monte di Procida, in provincia di Napoli, amante del teatro e delle fiabe, pubblica Il lago rapito (Homo Scrivens, 2003), la filastrocca La particella Universale (2005) e nel 2006 vince il concorso internazionale “Una poesia per l’Alzheimer” con il racconto L’assenza. Poi esce sul mercato editoriale con il romanzo “Donna con due ombre” edito, nuovamente, da Homo Scrivens.

La storia del suo ultimo libro è quella di Micol, che conduce una vita apparentemente normale. Ha trentacinque anni e si muove in una Napoli affascinante e contraddittoria, che fa da sfondo alle sue vicende e a quelle degli altri personaggi.

 

Quando hai iniziato la stesura di quest’opera avevi già tutto in mente dalla prima all’ultima riga o ha preso vita man mano?

Quando ho iniziato a pensare di scrivere Donna con due Ombre, la sensazione è stata quella di trovarmi su un trampolino, di quelli per il salto con gli sci, ferma alla fase di lancio ma pronta per la sfida.

Desideravo mettermi alla prova con una narrazione più complessa rispetto alla costruzione di un racconto o di una favola, della quale mi ero servita in precedenza, con la certezza che avrei, di volta in volta, affrontato e superato la fase di stacco, il volo e concluso in un atterraggio soddisfacente.

Da questa sensazione pulsava la volontà di delineare un personaggio con un animo indipendente. Una donna che uscisse dall’ordinario.

Non avevo delineato nulla della trama, né come la storia si sarebbe evoluta. Conservavo dei particolari, piccoli quadri e qualche certezza da collocare, come Micol, la protagonista, la sua fisicità e la professione.

Il pensiero, la sua vita sono emersi spontaneamente e, soprattutto, per necessità perché c’era il presente da elaborare e, contemporaneamente, un passato che emergeva.

Le incursioni sono nell’ordito, inevitabili, quindi la mia attenzione l’ho suddivisa equamente tra l’intimità dei personaggi, la contemporaneità delle azioni e i contesti sociali perché risultassero scenari veritieri e solidi. Non ho avuto appunti preliminari, ma solo durante la stesura è sorta la necessità di annotare parecchio, date, spot e informazioni, a supporto della cronologia e dei conflitti interiori.

 

Una fitta rete di personaggi si intersecano in questa doppia esistenza, palesandosi a poco a poco per quello che realmente sono: pedine di un gioco lucido e crudele, architettato dal boss per consolidare il suo potere. Come hai fatto a non perdere mai di vista la trama e la psicologia dei personaggi?

Come accennavo precedentemente, a parte Micol, la protagonista, nessun personaggio è stato tracciato in precedenza.  Ciascuno si è emancipato indipendentemente, influenzato ovviamente dalla necessità dell’evoluzione narrativa.  Ciascuno però ha anche ricevuto una glossa, indispensabile, dal momento che nel romanzo scorre un racconto parallelo, con un’ambientazione storica e fisica totalmente dissimile della trama principale.

Non potevo permettermi inesattezze e distrazioni per non correre il rischio di confondere un anno solare o assegnare la carica emotiva di un personaggio ad un altro, anche se minore.

Il romanzo non è stato preceduto da alcuna mappa concettuale sistematica, scrivendo ho parallelamente organizzato degli appunti, i cui elementi erano fonti a cui attingere e caratteristiche da aggiornare per necessità oggettive, temporali e perché influenzate dalla fantasia in continuo mutamento.

 

Racconti, in parallelo, di un paese stuprato incessantemente. Di cosa è colpevole quell’immobilismo ancestrale del quale dici di essere vittime e artefici? In che cosa riponi speranza per il futuro?

I luoghi in cui vivo che, non a caso, ho scelto come scenario per raccontare di Micol, sono paesaggi suggestivi. La storia, intesa come passaggio e testimonianza di epoca greco-romana, mi circonda. Da queste parti la respiriamo ovunque, così come il fuoco che fluisce nel sottosuolo e emana una forza ancestrale che percepiamo nelle cose e dentro di noi. Eppure tanta bellezza non ci ha educato, piuttosto ci siamo abituati alla sua presenza costante fino a farle del male. Eravamo circondati da tanta bellezza che non ci importava sacrificarne un pezzo. Purtroppo pezzo dopo pezzo la natura ha subito una involuzione.

Oggi è diffuso un sentimento di protezione, è venuto fuori insieme al coraggio e a quella consapevolezza che le passate generazioni non avevano.

Oggi cerchiamo di uscire dalla bonarietà e semplicità paesana ambendo a essere cittadini flegrei, cerchiamo di dare alle nuove generazioni il messaggio che da sole Bacoli, Monte di Procida, Pozzuoli debbano conservare le loro identità storiche, ma la terra su cui sono disseminati è ampia, unica al mondo, perciò va difesa e organizzata insieme.

 

Come affronti il tema della violenza nelle tue pagine esercitata sia verso la bellissima terra flegrea che abiti sia verso Jessica?

Le lacerazioni profonde inferte alla terra flegrea non le racconto così come sono state provocate. Non volevo scrivere pagine di giornalismo. Ho scelto un luogo reale, un sito militare in disuso e semisconosciuto a molti perché inaccessibile e, asservendolo alla mia fantasia, l’ho elevato a cuore flegreo, utilizzandolo come il luogo ideale che qualcuno voleva colpire a morte e intorno al quale ho sviluppato la mia idea salvifica, il mio personale e metaforico omaggio alla mia terra.

La violenza di Jessica invece, anche se totalmente inventata, è una violenza di genere e purtroppo diffusa. Quasi sempre si subisce in famiglia davanti a occhi serrati, occhi che scelgono di non vedere. Quella violenza che genera dramma e contemporaneamente crimine di omertà. E poi paure che si trasformano in sensi colpa, vite spezzate, disturbi comportamentali e scelte distruttive.

 

Se la stessa storia fosse una fiaba come la racconteresti?

Il testo contiene molte funzioni che lo studioso Propp riconosceva proprie delle fiabe. Posso affermare che c’è l’eroe, l’antagonista, il mentore, quella spinta intima che induce la protagonista a deviare il suo percorso, il sovrano amico o nemico. L’elemento mancante sarebbe la principessa, effettivamente questa non c’è e la protagonista non potrebbe sostituirla, anche se Micol dimostra saldi principi, affetti profondi, ahimè imbraccia volutamente un’arma. E, a mio avviso, quest’arma non potrebbe diventare mai una bacchetta magica.

Quindi se penso alla fiaba come intrattenimento per bambini dico che non potrei né scriverla né raccontarla. Non la troverei né educativa né di evasione perché, nonostante siamo cresciute con fiabe dove la cattiveria e gesti violenti non erano fuorvianti del bene, ma stimolavano le differenze e le scelte giuste da intraprendere nel quotidiano, ci sono delle storie strutturate per appartenere a un genere e non possono snaturarsi per diventare altro.

 

E, infine, se la storia fosse un film, come sarebbe?

Al contrario della fiaba, Donna con due ombre avrebbe una facile trasposizione cinematografica.

La struttura possiede una progressione ritmica insita, così come il materiale narrativo, con i personaggi ben delineati, una trama intrigante e un sub plot.

Una protagonista con un suo spessore e un punto di vista. Luoghi composti da scenari reali, crudi o affascinanti. I personaggi ben delineati. Credo che una sceneggiatura verrebbe fuori facilmente e una buona sceneggiatura soddisferebbe molti spettatori.

Non per autocelebrarmi, ma se avessi la possibilità lo produrrei. Forse perché quando ho scritto questo romanzo contemporaneamente davo la parola all’immaginario e figuravo minuziosamente le espressioni, i toni, le andature, i luoghi e i loro odori, scene che trasformate potevano essere già proiettate.  Se fosse un film sarebbe quello che il regista vorrebbe che fosse. Di Almodovar, un noir surreale. Di Ozpetek, il fascinoso sguardo di un intimo melodramma.

 

 

 

L'autore







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