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Ambiente e coronavirus

Bruno Contini | Arboretum, Botanica   15 Giugno 2020   4 min.

 

Continuiamo così.

Facciamoci del male.

(Nanni Moretti, Bianca)

Dopo un periodo drammatico come quello appena trascorso, nel mezzo delle numerose e sacrosante discussioni su tamponi, test sierologici e vaccini, potrebbe sembrare fuori luogo parlare di un pino. Vorrei spiegare perché. Il gioco funziona cambiando l’essenza arborea, la latitudine e il colore politico dell’amministrazione.

Il 9 marzo, per arginare la diffusione del contagio, il governo dichiara il Paese zona rossa. Il nuovo decreto non fa altro che estendere a tutto il territorio quanto già applicato in certe province settentrionali. È vietato circolare, meno che per “spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità”.

Industrie, fabbriche, uffici, negozi, università… Tutte le attività non indispensabili vengono sospese. Che cosa succede agli alberi italiani in questo periodo?

Ai primi di marzo nel Bosco La Goccia, a Milano, in un terreno di proprietà di A2A vengono abbattuti ottanta pioppi. Si stima che il pioppeto avesse mezzo secolo. Con buona pace del Regolamento d’uso e tutela del verde del Comune di Milano che, nel rispetto del periodo riproduttivo e della nidificazione, circoscrive gli abbattimenti tra il 1° ottobre e il 28 febbraio. D’altronde la Lombardia è stata dichiarata zona rossa prima del resto d’Italia: il Comitato per la difesa del parco può solo assistere impotente.

Il 17 marzo a Grosseto l’amministrazione abbatte i 52 pini domestici di via Mascagni. Le radici avevano svergolato l’asfalto, pregiudicando la sicurezza dei guidatori e la viabilità. Anche nella città toscana il comitato locale per la difesa dei pini non può intervenire. La Maremma, come il resto d’Italia, è zona rossa. I 52 pini vengono abbattuti. Il sindaco fa sapere che verranno sostituiti con essenze meno invasive. Grosseto è salva.

Sono solo alcuni dei casi più evidenti della smania di abbattimento selvaggio che ha colpito la Penisola durante l’isolamento, un estratto delle grida di dolore vegetale «che da tante parti d’Italia si levano verso di noi», dall’Aspromonte alla Sardegna, dalla Toscana alla Romagna, dalla Lombardia alla Venezia Giulia.

Ufficialmente gli esemplari abbattuti sono quasi sempre malati e i tagli avvengono nelle strade deserte per tutelare l’incolumità pubblica. Nella pratica il picco di deforestazione è stato talmente sospetto da indurre il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa ad aprire due indagini.

 

Intanto i primi scricchiolii, quegli stessi scricchiolii sinistri mandati dall’albero prima di essere stroncato dalla lama, vengono percepiti anche dagli scienziati.

I giornali rispolverano Spillover, opera di David Quammen edita nel 2012 che preannunciava la diffusione di una pandemia di origine animale.

Spillover è un anglicismo tecnico per designare il salto di specie compiuto da un patogeno, in questo caso da un animale all’uomo.

In un’intervista del 22 marzo a «la Lettura», lo scrittore statunitense evidenzia i nessi tra Covid-19 e deforestazione:

 

Tutto ha un’origine: i nuovi virus diffusi nella popolazione umana provengono da animali selvatici. Gli ecosistemi terrestri ospitano numerose specie animali, ognuna della quali è portatrice di patogeni unici e peculiari. Nel momento in cui si distruggono le foreste per ottenere legname o ricavare metalli, oppure si uccidono centinaia di specie per uso alimentare o per immetterle sul mercato, si espone il genere umano a tutti questi virus: offriamo cioè loro l’opportunità di traferirsi dagli ospiti animali alla nostra specie.

 

E come siamo messi a deforestazione? È il Wwf a raccogliere l’assist allarmante di Quammen: guardando al solo Brasile, l’estensione la Foresta amazzonica si è contratta del 17% rispetto all’estensione originaria. Se l’area disboscata dovesse arrivare al 25%, comincerebbe un processo irreversibile di desertificazione. La foresta lussureggiante lascerebbe il posto alla savana. Quello che era il nostro principale polmone verde inizierebbe a rilasciare più CO2 di quanta ne assorba. Ma non divaghiamo, e torniamo al virus.

Nel frattempo, nuovi studi si affastellano: sembrerebbe che la deforestazione non sia solo legata all’origine del virus, ma anche alla sua diffusione.

Il 5 aprile 2020 l’Università di Harvard pubblica Exposure to air pollution and COVID-19 mortality in the United States. Lo studio afferma che «l’aumento di solo 1 μg/m3 di PM2.5 è associato a un aumento in media dell’8% nel tasso di mortalità da Covid-19».

Allo studio statunitense fa eco quello nostrano del SIMA, Società Italiana di Medicina ambientale: «La specificità della velocità di incremento dei casi di contagio che ha interessato in particolare alcune zone del Nord Italia potrebbe essere legata alle condizioni di inquinamento da particolato atmosferico che ha esercitato un’azione di carrier e di boost».

Va fatta una precisazione doverosa: i lavori sono ancora al vaglio della comunità scientifica, ma ad ogni buon conto Silvio Brusaferro, Presidente dell’Istituto Superiore della Sanità, in relazione ad Harvard, ha parlato di «uno studio solido, che sollecita una riflessione importante, ma dobbiamo essere consapevoli che va fatta un’analisi di dettaglio».

Quel che è certo frattanto è il ruolo fondamentale degli alberi nell’assorbimento, non solo dell’anidride carbonica, ma anche del particolato atmosferico.

L’altra certezza è che nel 2016 in Italia, tra polveri sottili, CO2 e ozono, l’inquinamento ha mietuto quasi 80.000 vittime (Dati dell’Agenzia europea dell’Ambiente).

 

Dopo questa processione angosciante di dati, torniamo al nostro pino maremmano, torniamo ai pioppi della Bovisa. Proviamo a guardarli non più come dissestatori d’asfalto o spargitori di polline, ma come presidi sanitari.

Sarà una provocazione. Sarà un discorrere riduttivo – ci sono miriadi di altre cause – ma a monte e a valle di una pandemia c’è il ceppo di un albero abbattuto.

Tirare giù un’alberatura conviene rispetto a rifare il manto stradale.

Se non annaffi i nuovi alberelli piantumati risparmierai sulla paga del giardiniere.

Se per trapiantare un albero lo capitozzi brutalmente, poi lo sradichi e infine lo striminzisci in un pane di terra claustrofobico, spenderai di meno. Poi nel giro di due anni l’albero sarà morto, e tu potrai dire contrito che ci avevi provato.

Ma sarebbe opportuno che le amministrazioni e gli enti privati capissero che quel risparmio immediato lo pagheremo negli anni a venire – e a caro prezzo.

Sarebbe importante che capissero che ogni colpo di motosega inferto a un tronco, è un colpo che infliggiamo in primo luogo a noi stessi.

Sarebbe bello andare alla Cop26 (la Conferenza mondiale sul clima di Glasgow, rimandata al 2021 per via del virus) con uno spirito e una consapevolezza diversi.

Invece probabilmente andrà come le altre volte: indosseremo la nostra maschera più seria, ci siederemo al tavolo e asseriremo compiti che il cambiamento climatico è una sfida. Poi lo accartocceremo e lo getteremo nel cestino, insieme a tutte le altre sfide. Ci alzeremo dal tavolo e torneremo al nostro business as usual. Tradotto: inquineremo, disboscheremo, cementificheremo come se nulla fosse. E sgaseremo verso il baratro – ma un pezzettino più in fretta.

 

SITOGRAFIA:

https://projects.iq.harvard.edu/covid-pm/home

https://www.simaonlus.it/wpsima/wp-content/uploads/2020/03/COVID19_Position-Paper_Relazione-circa-l%E2%80%99effetto-dell%E2%80%99inquinamento-da-particolato-atmosferico-e-la-diffusione-di-virus-nella-popolazione.pdf

https://www.wwf.it/news/notizie/?52760/Le-foreste-sono-il-nostro-antivirus-ma-le-stiamo-distruggendo

https://www.eea.europa.eu/publications/air-quality-in-europe-2019

Per documentarsi sugli attacchi quotidiani al nostro patrimonio arboreo e forestale, si rimanda alla pagina Facebook “Stop Taglio Alberi Italia”

L'autore







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