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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Nuove voci raccontano: Stefano Sciacca

Francesca Ghezzani | Nuove Voci Raccontano   12 Giugno 2020   8 min.

 

Una chiacchierata con lo scrittore Stefano Sciacca per la rubrica “Nuove voci raccontano” è quanto di più piacevole possa esserci per trovarsi catapultati nel genere noir, in una Torino ipnotica e misteriosa, nei meandri della mente umana.

Torinese, classe 1982, si è laureato in giurisprudenza e specializzato nelle professioni legali presso l’Università degli Studi di Torino, ha studiato all’Università di Oxford e collaborato con l’Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale. Ha pubblicato testi di critica cinematografica e letteraria e il romanzo “Il diavolo ha scelto Torino” (2014). Con Mimesis è stata poi la volta di “Sir William Shakespeare, buffone e profeta” (2018) e, nel giugno di questo 2020, dell’uscita sul mercato editoriale nazionale dell’opera “L’ombra del passato”.

 

Stefano, come nasce la stesura della tua ultima “fatica letteraria”?

L’idea di un romanzo che mutuasse l’ambientazione e l’atmosfera del cinema nero hollywoodiano è sorta durante lo studio dedicato a questo celebre genere cinematografico e poi confluito in un saggio intitolato, appunto, Prima e dopo il noir. Si trattava di una ricerca che, in linea con le intenzioni espresse dal titolo, andava oltre la ben nota relazione tra questi film e i romanzi hard-boiled di Hammett, Chandler e Cain. Oltre anche le parentele, più o meno evidenti, con le pressoché coeve esperienze del realismo poetico francese e del neorealismo italiano e con il fondamentale antecedente dell’espressionismo tedesco degli anni di Weimar. Si trattava cioè di tracciare una più ampia mappa della poetica del dissenso e della disillusione che aveva determinato l’avvento del Realismo, quale corrente figurativa e letteraria, sensibile alle istanze politiche del socialismo ottocentesco, per poi ispirare artisti come Dostoevskij e Van Gogh che, dalla rappresentazione della realtà, erano passati a cercare di dare espressione a quanto vi era nascosto dietro, alla verità. E così, eccoci, allo studio dell’inconscio, all’interpretazione dei sogni, alla psicanalisi di Freud. Il quale, tuttavia, per propria ammissione, aveva contratto un profondo debito nei confronti di poeti e pittori, di Shakespeare e di Goya, di Hoffmann e di Ibsen.

Forse non si direbbe, ma tutto questo si ritrova nel cinema noir. E, almeno spero, anche nel mio romanzo che a quel genere vuole rendere omaggio, pur divertendosi a scherzarci sopra, ad esasperane gli stereotipi, quasi a parodiarne i cliché. I cliché non sono altro che regole ed è innegabile, soprattutto agli occhi di chi ha una formazione giuridica, che le regole assumono particolare rilievo proprio nel momento in cui vengono infrante. Eppure le regole sono espressione di una determinata visione del mondo e le regole del noir restituiscono l’idea di un mondo ambiguo e violento, nel quale, a dispetto del ricorso ora espressionistico, ora onirico, ora poetico al bianco e al nero, i confini sono assai meno marcati e definiti di quanto non piacerebbe credere ai benpensanti. Girare un b-movie noir (o un travagliato film realista), come scrivere un romanzetto di sapore hard-boiled, implica spesso la volontà di fare a pezzi la morale dei benpensanti, dei filistei, dei borghesi. Implica dissenso e disillusione. E, così, ecco che, essendo partito da un innocuo divertissement, mi sono ritrovato invischiato in qualcosa di tremendamente serio, quasi tragico. In qualcosa insomma di molto umoristico.

 

Scrivi solitamente di getto e dai vita al lavoro di cesello in un secondo momento o ponderi tutto prima sapendo già dalle prime pagine quale evoluzione conferire alla storia e ai suoi personaggi?

In verità, inizio a scrivere – di qualunque cosa si tratti – avendo bene in mente ciò che mi propongo di sostenere. Ho un’idea in testa. Che mi assilla. È mia, mia soltanto, e sento perciò di doverle permettere di evolversi in una tesi. Una tesi molto personale, quasi un autoritratto.

Ma secondo quale andamento tale tesi si svilupperà, questo resta, durante l’intera stesura, un autentico mistero. E, in fondo, anche in seguito, quando svolgo il lavoro di revisione, non mi capacito di come l’idea iniziale abbia assunto una forma. E, in particolare, proprio quella lì. Ma, d’altra parte, allo stesso tempo, mi convinco che non sarebbe potuto essere altrimenti.

Questo vale anche quando mi occupo di saggistica: la ricerca necessaria procede in direzione del traguardo prefissato, ma lungo il percorso incontro sempre innumerevoli deviazioni, del tutto inattese e insperate. Si tratta di un viaggio. Ma non un viaggio in aereo, per effetto del quale, si congiungono due luoghi distantissimi senza mai osservare alcuna differenza nel paesaggio (se non, naturalmente, alla partenza e all’arrivo). No, si tratta di un viaggio in automobile, di quelli nel corso dei quali ci si ferma ogni volta che la nostra attenzione è inaspettatamente attirata da vedute che neppure sospettavamo si sarebbero aperte di fronte ai nostri occhi.

Nel caso del romanzo, poi, i personaggi, a poco a poco, si animano, assumono autonomia, indipendenza, persino insofferenza rispetto al progetto iniziale al quale lo scrittore vorrebbe ricondurli, anzi ridurli. Alcuni sono più docili, altri, invece, più ribelli e, se scappano, tocca rincorrerli. Ed ecco che ci si ritrova di nuovo per strade del tutto inimmaginate. Scrivere è come viaggiare, è come vivere. E non esistono viaggio o vita che non procurino qualche imprevisto. Più o meno felice, più o meno fortunato.

 

Parliamo del personaggio principale, Michele Artusio. Se tu dovessi descriverlo con pochi aggettivi quali useresti?

Polemico, disilluso, solitario, cinico, dissacrante. Eppure vivo e assai più attaccato alla vita di quanto non indurrebbe a credere quel suo atteggiamento, quel suo personaggio.

È curioso e riflessivo. Interiorizza ogni esperienza, ogni incontro. E questo lascia segni indelebili dentro di lui.  A dispetto di ciò che vorrebbe far credere e di ciò che forse, per il proprio bene, desidererebbe che fosse, nulla gli è indifferente. Tutto per lui assume un significato, a tutto attribuisce valore o disvalore. Ama (pochissimo) o odia e la sua coscienza (o, come dice lui, quanto di essa gli resta) non ammette compromessi, non tollera l’ipocrisia.

 

Troviamo in lui qualcosa di autobiografico?

Tutto in lui è autobiografico. E, forse, ripensando alla risposta che ho appena dato, dovrei dire ahimè.

Artusio è condannato a soffrire nel momento stesso in cui è condannato a vivere. Non sa adeguarsi ai cambiamenti, non possiede alcuna elasticità. Si sente in conflitto con la società alla quale suo malgrado appartiene, avverte che sarebbe dovuto nascere in un’altra epoca. Non ha certamente idea di chi sia Wilhelm Meister ma ne condivide l’incapacità di adottare la scala di valori borghesi che si era già imposta alla fine del XVIII secolo, per quanto tenti di ostentare il contrario. È ossessionato dai soldi e, in un mondo in cui tutto ha un prezzo, ne vorrebbe sempre di più. Ma sospetto che, anche se riuscisse ad accumulare tutto l’oro del mondo, non riuscirebbe a comprare il silenzio della propria coscienza, a comprare l’indulgenza del proprio peggior accusatore. Insomma, scoprirebbe di non averne comunque abbastanza per poter corrompere se stesso.

Ciò vale anche per me.

Perciò L’ombra del passato mi ha offerto l’opportunità, mai sperimentata in precedenza, di ricorrere alla narrazione in prima persona, di elaborare un mio linguaggio dell’interiorità e concedere a esso libero sfogo. Di sperimentare senza freni o vincoli. Persino a costo di stravolgere le regole della sintassi e della punteggiatura.

 

A proposito, qual è la ragione a livello stilistico del ricorso al “punto e virgola” che caratterizza la narrazione?

Si tratta appunto di un esperimento linguistico, certamente spericolato e, probabilmente, non esente da potenziali censure.

In effetti, in ossequio alla tradizione che lega tra loro letteratura hard-boiled, cinema noir e musica jazz, ho adottato una sintassi volutamente franta per richiamare il ritmo della musica jazz, fatta di improvvisazioni, esitazioni, svolte impreviste, scoppi.

Trattandosi di un racconto narrato in prima persona, però, il ricorso estremo al “punto e virgola” ha prodotto l’effetto, inizialmente forse neppure pienamente consapevole, di spezzare lo sviluppo del pensiero del protagonista, finendo così per suggerire un’associazione tra il modo di operare della mente umana e l’andamento tutt’altro che lineare e armonico, ma travolgente, della musica jazz.

Evidentemente, nella mia testa stava giungendo a compimento un processo di maturazione letteraria progredito durante il lavoro su un breve studio intitolato Sir William Shakespeare, buffone e profeta: confrontandomi con il linguaggio dell’interiorità elaborato da Seneca e da Shakespeare, da Dostoevskij e da Pirandello, ho finito per dare la mia interpretazione della forma espressiva che si può attribuire allo sviluppo logico del pensiero e del discorso. E sono giunto a una conclusione, per così dire, opposta a quella di Joyce.

 

Tornando ad Artusio, si tratta di un personaggio inquieto e tormentato. Ma può sperare in un’evoluzione e successiva catarsi o rimane tale e quale dalla prima all’ultima pagina?

Di solito i film noir raccontavano sogni di riscatto e di felicità destinati a infrangersi contro l’indifferente e avida violenza della società e della città (che ne è lo specchio) alla quale i protagonisti, autentici antieroi, erano loro malgrado incatenati. Costoro alla fine morivano o venivano catturati dalla polizia per essere neutralizzati, ridotti al silenzio, all’impotenza. Nella loro ostinazione a realizzare i propri sogni, essi non evolvevano, in quanto erano già l’esito di un’evoluzione interiore, l’esito di una riflessione così amara sulla propria condizione presente da indurre a qualunque pazzia pur di evaderne. Dunque, non veri e propri racconti di formazione, ma strumenti di formazione a disposizione dello spettatore e della sua consapevolezza. Strumenti pericolosi e perciò spesso mutilati dalla censura e relegati in un circuito distributivo minore. Artusio risolverà i misteri che sarà chiamato dal destino ad affrontare ma la soluzione non potrà essere un sollievo, bensì la conferma ai peggiori sospetti circa la disumanità che affligge la nostra civiltà. Come mai egli già coltivasse tali sospetti, come fosse cresciuta in lui la nausea per il tipo-borghese e il suo stile di vita, è un tema con il quale, prima o poi, dovrò necessariamente confrontarmi. Allora sì, forse, assisteremo a un’evoluzione o, per essere più esatti, a un’involuzione.

Nondimeno, ne L’ombra del passato, all’amara constatazione che la maggior parte degli uomini ha perso la coscienza (o, meglio, se l’è venduta!) si contrapporrà alla fine la consolazione che procura ad Artusio l’essersi riconciliato con la propria e l’impressione che questa gli suggerisce di essersi conservato un essere umano. Né troppo buono, né troppo cattivo. Umano punto. Ed è già molto!

 

 

L’opera si presta a letture e lettori differenziati. Alle spalle c’è molta ricerca: il cinema noir, il neorealismo italiano, l’espressionismo tedesco (cinematografico e pittorico), la metafisica di Hopper e de Chirico, la letteratura hard-boiled di Hammett, Chandler, Cain, la Torino della guerra e dell’immediato dopoguerra, la musica jazz (americana e italiana). Allo stesso tempo, però, il racconto è fruibile da chiunque (non importa se esperto o meno in tali materie) e i riferimenti, pur chiaramente evidenti per chi conosca qualcosa di ciò che hai approfondito, affiorano appena, senza risultare troppo pesanti e didascalici. Se la stessa storia fosse una fiaba come la racconteresti?

Questa domanda è molto stimolante e, direi, anche particolarmente indovinata.

La fiaba, come il mito, è spesso sintesi di una mole di materiali diversi e contraddittori, afferenti tutti alla medesima cultura. La fiaba, come il mito, anzi, tenta di risolvere nella maniera più semplice possibile una contraddizione altrimenti difficilmente sanabile.

La brevità del mio romanzo mi induce a credere che qualcuno potrebbe persino pensare si tratti già così di un racconto lungo, piuttosto che di un romanzo breve. Un racconto fiabesco, che ricorre agli stereotipi (il detective malinconico e sensibile che gioca a fare il duro, la donna bella e fatale, simile a un fiore avvelenato, l’anziano ubriacone che richiama il buffone shakespeariano, il poliziotto insensibile, disumano, meccanico) per raccontare una realtà sociale, quella moderna e borghese, ambigua e schizofrenica.

Anche il cinema noir, d’altra parte, ha avuto la sua fiaba: il capolavoro di Charles Laughton intitolato La morte corre sul fiume e interpretato da un superlativo Robert Mitchum che, nei panni di un falso predicatore puritano, inscenava la lotta di bene e male serrando tra loro le dita delle proprie mani, sulle nocche delle quali erano scritte le parole “love” e “hate”. Quel film, però, nonostante l’aspetto fiabesco (con la netta prevalenza dell’ambientazione rurale rispetto alla tradizionale scenografia metropolitana), metteva alla berlina l’ipocrisia della popolazione adulta nella bigotta provincia nordamericana, confrontandola con l’ingenua spontaneità dei bambini e dei pochi che, pur essendo invecchiati, continuano a conservarne nel proprio cuore la purezza.

Il film fu un fiasco commerciale e Charles Laughton (straordinario e istrionico attore), tornò a fare l’interprete nei film altrui, avendo visto le proprie inattuali velleità creative scontrarsi contro le inflessibili regole del business e dell’entertainment.

Resta però una traccia indelebile del processo di contaminazione tra noir e fiaba. Ma del resto, il noir è fiabesco nella sua rappresentazione dell’eterna lotta tra bene e male. È una fiaba realistica, però: il suo realismo risiede, appunto, nella spietatezza con cui svela la convivenza di bene e male, accentuando la complessità della natura umana e della società, invece di risolverla.  Bene e male, nella poetica noir, non sono e non potranno mai essere disgiunti, separati, contrapposti. Essi, sia pure secondo dosaggi ben diversi tra loro, scorrono in ciascun individuo, abitano ogni quartiere della città, si trovano lungo ogni gradino della scala sociale. Ecco la morale della fiaba noir. Una fiaba che non conosce lieto fine.

 

L'autore







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