• La Redazione | Chi siamo | Newsletter

    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Il fuoco delle idee: la vita di Giordano Bruno

Alessandro de Concini | Scuola e apprendimento   5 Giugno 2020   9 min.

 

“Io sono un’ombra profonda… non tormentatemi, stolti, un’impresa tanto ardua non è per voi, ma per i colti”.

Con queste parole si apre il “De umbris idearum”, l’ombra delle idee, uno dei trattati più complessi e intriganti della storia sull’arte della memoria. Giordano Bruno vede l’universo come un organismo unico, interconnesso, infinito e le idee come il fondamento di questa realtà.

Le idee, i pilastri della realtà, di cui la mente umana non può che percepire le ombre, per l’appunto.

Giordano Bruno ha cercato per tutta la sua vita quelle idee, ha lottato per esse, alimentato da un fuoco impossibile da spegnere, affamato di una conoscenza al di là del suo tempo.

Filosofo, scrittore, futurista, maestro di memoria, frate, eretico… la mente di Giordano Bruno e la grandezza della sua ricerca rifiutano le categorie, si nutrono di influssi, tradizioni, innovazioni e le fondono insieme in un calderone profondo, oscuro, affascinante, sul fondo del quale si trova il coraggio, la responsabilità di farsi carico del peso della conoscenza, per sé stessi e per le generazioni future.

Giordano Bruno, forse come nessun altro, ha pagato davvero il prezzo della conoscenza, il prezzo delle idee. Lo ha pagato con il fuoco.

In questa puntata vi racconterò di Giordano Bruno, uno dei più grandi pensatori della storia dell’umanità, della sua vita, del suo pensiero e di come abbia sacrificato tutto in nome delle idee.

 

LA FORMAZIONE

Filippo Bruno, questo il nome che gli diedero i suoi genitori, nasce a Nola, a dodici miglia da Napoli, ai piedi del monte Cicala, nel 1548.

Non sappiamo niente della sua infanzia, della sua famiglia, se non quelle poche briciole di informazioni che lo stesso Bruno ci ha lasciato nei verbali degli interrogatori che dovette subire.

Suo Padre, Giovanni, doveva essere un soldato, un militare, Bruno lo definisce “alfiere”. Il piccolo Filippo gioca fra le rovine di un castello del dodicesimo secolo, fra gli ulivi, e guarda quel monte gigantesco, il Vesuvio, che segna per lui i confini del mondo conosciuto. Si dice fosse brillante, sveglio, studioso, ma le informazioni sono troppo poche, è come cercare di ricostruire un intero puzzle a partire da una manciata di pezzi.

 

IL CONVENTO

Da quanto sappiamo quando ebbe 14 o 15 anni rinunciò al suo nome, come previsto dalla regola Domenicana, e si fece frate, con il nome di Giordano.

La scelta di farsi frate non sembra dettata dal suo fervore religioso, quanto piuttosto dal suo desiderio di continuare a studiare la filosofia: non è disposto a scendere a compromessi con la sua passione e solo l’agio e la sicurezza di un ordine religioso gli possono garantire la tranquillità che cerca.

È irrispettoso, disinteressato alla rigidità del pensiero teologico, racconterà di aver gettato via tutte le immagini di santi che possedeva.

Era il tempo della Controriforma ma Giordano, di quella disperata lotta della chiesa per affermare il suo dogma, non intende occuparsi.

Già a 21 anni si distingue per la sua incredibile padronanza dell’ars memoriae, la mnemotecnica, tanto da essere presentato al papa Pio V in persona per insegnargliene i fondamenti. Diventa suddiacono, poi diacono, presbitero e si laurea in teologia nel 1575.

Bruno continua a rimanere nell’ambiente del convento solo per poter continuare con gli studi e ad accrescere la sua cultura, ma disprezza l’ordine e i suoi pari: corrotti, ignoranti, viziosi. Non c’è un grammo di rispetto nel modo in cui Giordano si riferisce ai religiosi, la sua onestà intellettuale lo rende incompatibile con la realtà triste e greve dell’istituzione Chiesa.

 

LA FUGA E I VIAGGI

Ma è nel 1576, quando Giordano ha compiuto 28 anni, che la sua vita fino a quel momento tranquilla, cambia per sempre:

Bruno rifiuta il concetto di Trinità, gli pare assurdo, ha opinioni innovative sui concetti cardine del Cristianesimo e arriva a rivalutare persino le dottrine di Ario, uno dei più famosi eretici del passato.

Discute di queste sue posizioni con un frate domenicano, Agostino, ospite nello stesso convento a Napoli, credendo di non stare facendo nulla di male.

Ma Agostino lo denuncia invece all’Inquisizione e istituisce immediatamente un processo per eresia contro di lui.

Bruno si trova di fronte a un bivio. Può rimanere, affrontare il processo e rischiare di finire in prigione, o può fuggire.

Giordano scappa. Si trasferisce a Roma, in un altro convento, sperando di sfuggire ai tentacoli dell’inquisizione, ma è un’illusione che dura poco.

Qualche mese più tardi viene accusato di un omicidio che non ha mai commesso, dicono che abbia ammazzato e gettato nel Tevere un altro frate, ma è tutta una bugia, una mistificazione. Bruno è un pericolo per la chiesa, le sue idee sono potenti, contagiose e minano l’ordine costituito. Questa volta, le accuse sulla sua testa si fanno ancora più pericolose.

Giordano Bruno deve scomparire davvero, così abbandona l’ordine domenicano, torna a farsi chiamare Filippo e fugge ancora una volta, più lontano.

Genova, poi Noli, Savona, Torino, Venezia, Padova, Brescia, Bergamo, Milano… Bruno non può rimanere nella stessa città più di qualche mese e nel 1578, a 30 anni, lascia l’Italia.

A Ginevra, in Svizzera, aderisce al calvinismo, ma la verità è che anche del calvinismo gli interessa ben poco, ancora una volta quello che cerca è un lavoro di insegnamento, una sicurezza, una posizione stabile dalla quale potersi dedicare ai suoi studi, ai suoi ragionamenti, alle sue idee.

Finisce per denunciare pure i professori calvinisti, definendoli dei cattivi insegnanti, e viene arrestato per diffamazione, processato e scomunicato, costretto con la violenza a ritrattare le sue posizioni.


LA FRANCIA

Neanche la Svizzera può sopportare la carica rivoluzionaria di una mente realmente libera, indipendente, e Bruno passa in Francia, prima a Lione, poi Tolosa, dove conosce un filosofo portoghese, Francisco Sanches, che gli dedica un libro.

Ma Bruno non è impressionato dalle idee del suo collega e di lui dirà “è stupefacente che questo asino si dia titolo di dottore”.

Sembra che la natura critica e irriverente di Bruno si sia inasprita, radicalizzata con gli anni, le fughe, le difficoltà.

È un uomo solo, consapevole della sua stessa grandezza ma sottovalutato, attaccato, incompreso, svilito, accusato.

Nel 1581 è a Parigi e trova finalmente un po’ di pace e di apertura mentale, pubblica le sue prime opere e le voci sulla sua memoria straordinaria lo portano a corte, dove il re Enrico terzo gli chiede di prenderlo come allievo e insegnargli la sua arte. È allora che nasce il De Umbris Idearum.

 

LE IDEE

Bruno professa l’infinità dell’universo, che immagina brulicante di vita, di stelle, di pianeti e riconosce la verità della teoria copernicana. Sa che la terra è tonda e gira intorno al Sole e non viceversa, professa la mortalità dell’anima, indaga la natura con sguardo critico e attento, non offuscato dalla tradizione o dal principio di autorità.

Disprezza la rigidità della religione monoteistica e il cristianesimo in particolare, chiama il Papa “Santa Asinità”.

Vede la Chiesa come un concentrato di superstizioni, poteri corrotti e credenze irrazionali che fomentano l’ignoranza e incatenano gli uomini, e abbraccia il concetto antico di Panteismo, che identifica Dio con la natura stessa.

Gli esseri umani, gli animali, le piante, le rocce, per Bruno sono tutte particelle interconnesse dell’universo, del suo Dio, inscindibili le une dalle altre, di uguale valore.

Attraverso l’arte della Memoria Bruno vuole imprimere i segreti del mondo nella sua mente, modificare la struttura stessa del suo cervello, padroneggiare il sapere nella sua forma più pura.

Ed è solo nell’indagine della natura e delle idee, nell’opera di creazione tecnica e artistica che l’uomo può innalzarsi e trovare un senso.

La sua non è ancora una ricerca guidata dall’empirismo scientifico naturalmente, siamo lontani dal rigore sperimentale, si avvale invece di intuizione, ragionamento astratto, misticismo e passione pura per la vita e per ogni suo minimo dettaglio. Un “eroico furore”, come lo chiama Bruno, un fuoco di conoscenza che arde nel petto del filosofo e lo spinge a procedere con la sua indagine.

È questo che distingue gli uomini, per Giordano Bruno: questo fuoco. La filosofia e la conoscenza sono per i filosofi, le Chiese e le religioni sono per governare il popolo rozzo e ignorante.

 

IL RITORNO

Anche in Francia il clima comincia a cambiare e Bruno torna presto ad essere un personaggio scomodo. Riprende a viaggiare. si trasferisce in Inghilterra e insegna ad Oxford, che non apprezza affatto i suoi insegnamenti.

L’arcivescovo di Canterbury chiamerà Bruno:

“Un omiciattolo italiano, che intraprese il tentativo di far stare in piedi l’opinione di Copernico per la quale la terra gira e i cieli stanno fermi; mentre in realtà era la sua testa che girava e il suo cervello che non stava fermo”.

L’ignoranza genera paura e disprezzo. E rabbia.

Bruno torna in Francia, poi si trasferisce in Germania, dove riesce a trovare pace per due anni, insegnando all’Università di Wittenberg, pubblicando altre opere.

Nel 1588 è a Praga, Nel 1590 è a Francoforte, poi di nuovo a Zurigo. Dovunque vada le dicerie su di lui, le scomuniche, le ingiurie, lo perseguitano, lo inseguono, lo braccano.

E poi, nel 1591, dopo 15 anni di fughe e spostamenti, Giordano commette un errore: torna in Italia.

 

L’ARRESTO

È difficile comprendere le ragioni di questa sua improvvisa decisione, forse la stanchezza, la voglia di tornare nel suo paese o ancora di più la volontà di riformare quel mondo cattolico che tanto disprezzava, forse la speranza di poter tornare a una vita tranquilla.

Nel 1592 si trasferisce a Venezia, a casa di un nobile patrizio, Mocenigo, interessato alle sue arti mnemoniche e alla magia.

Il 21 maggio 1592 Bruno comunica al Mocenigo di voler tornare per qualche tempo a Francoforte per far stampare alcune sue opere, ma il ricco Veneziano è paranoico, sospettoso, vendicativo: si convince che Bruno voglia smettere di fargli da maestro, scappare e non tornare mai più.

Ordina ai suoi servitori di sequestrare il filosofo e impedirgli con la forza di lasciare la sua casa. Due giorni più tardi, Mocenigo tradisce Bruno, lo denuncia all’Inquisizione, lo accusa di blasfemia, eresia, pratiche di magia nera.

Quella sera stessa, il 23 maggio del 1592, Giordano Bruno viene arrestato e trascinato nelle carceri dell’Inquisizione di Venezia. Non tornerà mai più un uomo libero.

 

IL PROCESSO

Bruno sa quanto sta rischiando e non ha nessuna intenzione di veder finire la sua vita. Ricorre a tutta la sua abilità persuasiva e retorica per convincere gli inquisitori di non essere un eretico: nega, omette, mente apertamente sul contenuto dei suoi pensieri e dei suoi insegnamenti, si giustifica… a questo punto crede ancora di poter tornare alla libertà ed è pronto a tradire, almeno in parte, le sue idee, pur di sopravvivere.

Ma Roma esige l’estradizione e qualche mese più tardi viene trasferito, le accuse si fanno sempre più pesanti.

Passa anni in quelle galere, interrogato, forse torturato, non è chiaro cosa abbia davvero dovuto subire. Ma qualcosa in lui comincia a cambiare. Continua a difendersi, certo, ma smette di mentire, smette di negare. Ribadisce le sue convinzioni di fronti ai giudici, insiste sui fondamenti della sua filosofia. Lotta.

Il 12 gennaio 1599, dopo 7 anni di carcere, il tribunale dell’Inquisizione gli intima di abiurare, di rinnegare otto delle sue idee più sovversive, ammettere che si tratti di eresie e rinunciarvi.

Bruno è tormentato, vacilla.

Ci piace immaginare gli eroi come lui come esseri perfetti, titanici, impossibili da scalfire, ma la realtà è ben diversa, molto più umana.

Immagina cosa significhi aver dimenticato cosa sia la libertà, vivere in una galera, odiato e accusato per il solo crimine di aver pensato con la tua testa e trovarti all’improvviso di fronte alla scelta tra morire o rinunciare a tutto ciò per il quale hai lottato per tutta la vita.

Immagina il dolore, lo strazio psicologico e fisico, la stanchezza.

Bruno rilancia, si dice pronto ad abiurare a patto che le 8 proposizioni vengano dichiarate eretiche da quel momento in poi, “ex nunc” per dirla alla latina, e non da sempre. È un po’ un modo per dire “ehi, io non lo sapevo che dire quelle cose fosse così grave”.

I Cardinali inquisitori rifiutano e propongono di torturarlo ancora. È il papa, Clemente VIII, che si oppone e impedisce che accada.

Il 10 settembre 1599 Bruno dichiara di essere pronto all’abiura, pronto a piegarsi alla volontà dell’Inquisizione, ma solo 6 giorni più tardi cambia idea, chiede tempo.

In quei mesi qualcosa dentro di lui cambia, questa volta per sempre.

Il 21 dicembre 1599 Giordano Bruno rifiuta ogni abiura in via definitiva, dichiarando di non avere nulla di cui pentirsi. Ed è in quell’esatto momento, in quell’istante di 420 anni fa che Giordano Bruno smette di essere un uomo e diventa un simbolo, un’idea.

 

LA FINE

L’8 febbraio 1600, viene fatto inginocchiare di fronte ai cardinali inquisitori, costretto ad ascoltare la sua sentenza.

Terminata la lettura della condanna Giordano Bruno si alza in piedi, fissa negli occhi gli uomini che lo hanno appena ucciso e pronuncia queste parole:

«Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam»

«Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza che io nell’ascoltarla»

Il 17 febbraio del 1600 Giordano Bruno viene trascinato in piazza Campo Dei Fiori, gli viene chiusa la bocca a forza con una morsa di metallo, per impedirgli di parlare.

Viene spogliato fino a rimanere nudo, legato ad un palo e arso vivo.

Le sue ceneri gettate con disprezzo nel Tevere.


CONCLUSIONE

Giordano Bruno è stato un uomo qualunque, il figlio di due sconosciuti popolani. È stato un frate, è stato un rivoluzionario, è stato un filosofo, è stato un insegnante, è stato un prigioniero, è stato un martire, è stato un eroe.

È stato la voce di tutti quelli che, in qualunque epoca, devono e hanno dovuto subire l’orrenda violenza di chi non è disposto a permettere agli altri di essere liberi di pensare; è diventato il simbolo, suo malgrado, della differenza tra ragione e superstizione, di quanto il dogma, l’ottusità, la chiusura mentale, l’estremismo possano schiacciare la vita umana e tutto ciò che la rende degna di essere vissuta.

Giordano Bruno, legato a quel palo, con la bocca serrata dal ferro, nudo di fronte a un popolo che non poteva capirlo, ha portato con sé l’unica cosa che contava davvero, fino all’ultimo istante: le sue idee.

Le ha tenute strette, le ha difese, le ha protette. Anche dal fuoco.

L'autore







Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

1 + 2 =


 

È vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma.
È vietata la redistribuzione e la pubblicazione dei contenuti e immagini non autorizzata espressamente dall’autore.

Se riscontri problemi con il sito web, contatta il webmaster.

redazione@ilraccoglitore.com

 

Ti piace scrivere?

il Raccoglitore è qui per raccogliere storie! Se vuoi inviarci la tua candidatura, scopri come fare.

Scrivi con noi

Newsletter

Seguici su

il Raccoglitore 1.0 © Copyright 2020 - lunedì 13 Luglio, 2020 03:04