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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Merope

Roberto Bernasconi | Racconti Mitici   22 Maggio 2020   4 min.

 

“Ma cosa volete saperne voi di amplessi divini, di abbracci e di baci?” chiese la pleiade Alcione, seduta su una roccia che la faceva sembrare la più autorevole tra le sette sorelle “Avete mai assaporato il vero spirito del mare? Io sì, ragazze mie. È stato quando Poseidone mi ha presa tra le sue braccia per portarmi sul fondo dell’oceano con lui.”

“Certo, certo” disse Asterope “ma io ho conosciuto il letto di Ares. L’ho visto nudo, ho toccato con le labbra e con le mani il suo pallido corpo. E, sapete, mi ha definita la sua battaglia più memorabile.”

Maia si alzò, portandosi dietro l’orecchio una ciocca bionda “Voi pensate davvero di poter competere con l’amante di Zeus?”

“Con una delle tante.” Scoppiò una risata maliziosa.

“Almeno posso vantare un figlio da lui: Hèrmes, il messaggero di tutte le divinità.”

“Va bene, abbiamo capito. Tutte noi abbiamo il potere della bellezza, tutte noi possiamo piegare a nostro piacimento la passione degli dèi sommi. Maia si è unita a Zeus, Asterope ad Ares, Celeno a Dioniso, Elettra e io, Taigete, ad Apollo, sul carro solare; Alcione, infine, si è data al divinissimo sovrano dei mari… ma manca qualcuno, ancora.”

Tutte le Pleiadi che erano state nominate fissarono con uno sguardo incuriosito la loro sorella più piccola, Merope. Nonostante fosse un poco più giovane – un poco meno esperta di loro –, i suoi grandi occhi castani si abbassarono a terra e le sue guance, che già per natura avevano il colore ardente dei papaveri, arrossirono.

“Sorellina, l’amore arriverà! Non badare a noi che ci vantiamo di queste cose.”

“Anche se sarebbe un disonore per noi, per noi e per la nostra grandezza, se tu non riuscissi a conquistare un dio.”

“Maia, sta’ zitta una buona volta!” la interruppe Alcione “Diamole il tempo di crescere.”

 

Eppure Merope era già cresciuta abbastanza da sapere cosa fosse l’amore; di tutti i giovani che le erano passati davanti, di tutti i figli degli uomini che era riuscita a scorgere, da vicino o da lontano, ce n’erano stati molti a cui si sarebbe consegnata, a cui volentieri avrebbe donato la sua verginità di donna. Ma lei, sorella di sei ninfe che avevano condotto al seno le più alte divinità olimpiche, non si sarebbe concessa a un mortale, nemmeno se questo fosse stato l’amore della sua eterna esistenza. Intanto, mentre la giovane ninfa nascondeva lo sguardo, rivolgendolo alle piccole margherite che seguivano la brezza mattutina, e nella sua testa pensava a quale dio avrebbe potuto volerla – così impacciata da non riuscire a tenere testa alle sue capricciose sorelle –, le sei Pleiadi maggiori avevano alzato i toni della polemica, perché Maia, la seconda per ordine d’età, mal tollerava di essere zittita da Alcione. Le altre quattro difendevano quest’ultima, esasperate dalla superbia di colei che si vantava ogni volta di essere l’amante di Zeus, rischiando, per giunta, una terribile punizione da parte di Hèra. Ma quel giorno la regina degli dèi dovette essere particolarmente impegnata: sembrò infatti che la discussione avesse attirato l’attenzione di tutti, dal Caucaso indiano alle colonne d’Eracle, dalla bianca Thule alla terra dei barbari etiopi. E nella foresta arcade in cui le Pleiadi erano solite avere dimora non c’erano esseri umani o divini che potessero accorrere ad assistere ai capricci di sette ninfe, buone sorelle, tranne Sisifo – un giovane cacciatore, un degno figlio degli uomini. Quando egli ebbe udito le loro voci, la curiosità lo spinse ad addentrarsi nel cuore della radura, senza badare ai pericoli a cui facilmente si sarebbe esposto. E non appena fu nei pressi dell’ardita contesa si nascose dietro un cespuglio, stando attento a capire cosa stesse succedendo. E vide la bionda Maia che, come a sfidare le sorelle, nemmeno le guardava negli occhi; ogni tanto farneticava qualcosa per darsi delle arie. Vide Alcione, dal temperamento meno spavaldo, tuttavia ugualmente altezzosa: vantava con orgoglio i suoi diritti di sorella primogenita. Poi vide Elettra, la bruna, che ribadiva ciò che era sostenuto da Alcione; dietro di lei Asterope, Taigete e Celeno le davano manforte. Sola, invece, tutta assorta nei suoi pensieri, trovò Merope: la sua bellezza giovane, quasi acerba, non contrastava con la bellezza adulta delle sorelle maggiori; ma loro erano piene di tanta vanità e di altrettanta superbia che soltanto un dio, nella sua perfezione, sarebbe stato capace di desiderarle senza esserne disgustato, come invece accade a chi, dopo due o tre morsi, finisce per nauseare un favo grondante di miele.

“A cosa pensi, mia dolce Merope?” sussurrò Sisifo “Ah, se tu seguissi l’esempio di costoro, la loro terribile vanità, priveresti chi meriti di un amore così grande da nascondere i tristi connubi tra mortali e immortali. Priveresti me – e te ‒ di ciò che veramente conta.” E infatti Merope pensava se davvero valesse la pena attendere l’arrivo di un dio per amare, e per essere, in cambio, soltanto desiderata; pensava se al di là di un vanto familiare sarebbe stato necessario vivere ingannando la purezza dell’Amore. La risposta al dilemma non tardò ad arrivare.

 

Zefiro, il dio dalle dita di falco, il vento benevolo, aveva trascinato con sé tra gli alberi il giovane Sisifo, ignaro che il suo desiderio di conoscere la causa delle misteriose voci che aveva udito non fosse da attribuire alla sua umana curiosità; egli aveva accettato, ignaro, il patto col dio: e avrebbe così amato Merope, e appena Merope l’avrebbe scorto, spinta verso di lui da una lieve brezza primaverile, anch’ella avrebbe accettato il patto e avrebbe amato Sisifo. Un giovane mortale, un mortale figlio di uomini: non un dio, tantomeno un eroe semidivino.

 

Non passarono che pochi secondi da quando Sisifo si accostò al cespuglio, da quando Merope, nei suoi pensieri, aveva concepito il disprezzo per le passioni immortali. I loro sguardi di donna e di uomo si incontrarono; e ci fu una danza nei loro cuori, una danza tanto frenetica ‒ e tanto dolce – che questa bastò a riscattare le insidie tese a tutti gli esseri dell’Universo, in nome dell’amore più becero.

 

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