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Il poeta sentimentale

Tancredi Greco | I racconti della stella Arturo   13 Maggio 2020   3 min.

 

Sergio era un povero poeta che conservava ancora quel pizzico di spirito romantico necessario a catturare qualche like su Facebook. I suoi aforismi, le sue memorabili frasette zuccherose erano adatte ad ogni paesaggio e ad ogni selfie che il poeta pubblicava. Ma Sergio voleva conquistare qualcosa di più di semplici followers su Instagram. Sergio voleva conquistare la storia. Più di ogni cosa desiderava ottenere una sua pagina Wikipedia; diamine, gli sarebbe bastata una di quelle che si leggono tutte senza nemmeno dover scorrere più in basso con il mouse o una sua piccola citazione su un manuale scolastico o essere uno di quei poetucoli che altri grandi autori citano o ai quali dedicano qualche verso. Ma sì, gli sarebbe bastato anche solo che uno scrittore illustre chiamasse le sue pagine cacata carta pur di scavare il suo posticino nella storia.

La cosa che crucciava di più il povero poeta sentimentale era che i suoi versi erano fondamentalmente insulsi, pieni di un fin troppo stucchevole romanticismo, e proprio quando gli sembrava di aver prodotto qualcosa di memorabile… Niente, era già stato scritto da qualcuno. E spesso questo illustre predecessore era vissuto ancora prima di Cristo. Ma come aveva fatto l’uomo in duemila anni di storia a non morire di noia a forza di raccontarsi le stesse storie? Come aveva fatto a non forarsi i timpani ascoltando continuamente le medesime note o a non staccarsi la retina dopo milioni di spettacoli tutti uguali?

Insomma, Sergio non sapeva più a che santo appellarsi; pregava persino la Vergine Maria: le aveva promesso una di quelle belle preghiere alla Dante o alla Petrarca, ma niente, a Sergio non arrivava nessuna grazia divina. Allora, provò con gli spiriti dei grandi del passato e infine con le divinità pagane, le muse e il dio Apollo in persona.

Apollo ve lo immaginate sempre tutto l’opposto di Dioniso – e fate bene, Dioniso è sicuramente una compagnia più piacevole – ma dovete sapere che anche il dio della poesia e delle arti alcune volte si diverte a giocare con le sorti di voi mortali. Ricordo ancora quando quel giorno mi disse: “Arturo, è proprio buffo questo sciocco poeta. Ho intenzione di concedergli tutto quello che desidera… Vediamo che succede.”

Qualche giorno dopo, Sergio stava presentando l’ultima raccolta poetica dedicata alla nuova misteriosa, chiacchieratissima donna-angelo, nascosta sotto l’impensabile pseudonimo di Laura, quando all’improvviso si sentì invaso da uno spirito sacro, una forza, un’energia mai sentita prima. Lo capì al primo istante: era l’Ispirazione, quella proprio con la I maiuscola, che arriva poche volte nella vita. Corse in bagno, tirò fuori il telefono e si mise a scrivere il suo capolavoro. Uscì solo dopo aver sentito bussare per la quinta volta. Era tutto sorridente e soddisfatto, nonostante le imprecazioni degli uomini in fila dietro la porta, e si avviò trionfante al buffet che avevano imbandito per la sua presentazione.

Dopo quella sera la sua vita cambiò radicalmente: il povero poeta sentimentale che aveva cercato di strappare il consenso solo a quindicenni alle prese con i primi amori, ottenne il plauso della critica e dei grandi letterati dell’epoca. Fu salutato come la rivelazione del suo secolo, il nuovo sommo poeta della letteratura italiana. Teneva lezioni all’università e intanto intratteneva i suoi fan su Instagram con le foto dei suoi ritiri letterari in campagna, sempre con una Laura diversa.

Una notte Sergio si svegliò di soprassalto, invasato dalla sua musa bucolica, e iniziò a comporre versi sulla sua vita solitaria nei campi. Mentre farciva i suoi testi di uccelli, fiori e insetti dai nomi più strani, fu destato dal suo stato di possessione lirica dal suono di una notifica sul cellulare. Gli era arrivato l’ennesimo messaggio di una fan su Instagram. Stava per spegnere e mettere via il telefono, quando si accorse che tale Sania Lassen – questo il nome della ragazza – gli aveva mandato delle poesie. Divorò i suoi versi uno dopo l’altro, nonostante fossero pezzi di vetro taglienti, difficili da mandar giù. Quello sì che era qualcosa di nuovo. Erano nuovi perché erano suoi. Era la vita di quella ragazza, unica, irripetibile, vomitata sulla pagina e spiattellata davanti ai suoi occhi. Ma sapeva che la via della poesia vera, onesta, non era quella che gli avrebbe riservato un posto nel paradiso dei grandi scrittori. Quindi, le rispose dicendo che non tutti potevano essere baciati dalla musa e continuò a comporre i suoi versi artificiosi che tanto facevano impazzire i suoi lettori e soprattutto le sue lettrici. Anche l’opera partorita dopo quella notta di intenso lavoro era destinata a diventare un successo indiscusso.

Alla fine, Sergio ottenne quello che voleva: visse da scrittore ispirato, da grande maestro della parola e si avviò nell’aldilà accompagnato dalle più tristi poesie degli amici letterati e dai più toccanti post su Facebook. Ora, infatti, se decidessi di scendere in terra e comprare un manuale scolastico di letteratura italiana, troverei il nome di Sergio citato almeno una volta, come “il virtuoso poeta, cui è dedicata la seguente poesia di Sania Lassen”.

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