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TIFARE CONTRO I PIÙ FORTI: DELUSIONI, GIOIE E PARADOSSI

Nicolò Vallone | Lo Sport nel Vallone   7 Aprile 2020   6 min.

Lo Sport nel Vallone, a cura di Nicolò Vallone - Rubrica Sport

29 agosto 2004: Kimi Raikkonen, all’epoca su McLaren, vince il Gran Premio del Belgio, sul leggendario circuito di Spa-Francorchamps, detto anche “l’università della Formula 1”. Alle sue spalle, il podio è completato dai piloti della Ferrari: Michael Schumacher 2°, Rubens Barrichello 3°. E la festa è tutta loro, più che del vincitore. Quello è infatti il quattordicesimo Gran Premio della stagione: dei precedenti tredici, Schumacher ne ha vinti ben dodici (solo a Montecarlo ha mancato l’obiettivo massimo, lasciando all’italiano Jarno Trulli, su Renault, la gioia dell’unica vittoria in carriera). Risultato: quel secondo posto a Spa è sufficiente all’asso tedesco per laurearsi campione del Mondo con quattro gare d’anticipo. È il quinto titolo mondiale di fila per lui (il settimo in totale, aggiungendo quelli vinti con la Benetton nel 1994 e ‘95): dal 2000 al 2004, ha sempre trionfato lui con la Ferrari. In quel pomeriggio belga è appena divenuto il pilota più vincente della storia. Record che resiste ancora oggi, minacciato al momento solo da Lewis Hamilton e la sua imprendibile Mercedes.
In quelle annate di inizio anni Duemila, la Formula 1 è dominio della Ferrari e di Schumi. Per la gioia di tutta Italia, ovviamente, che tifa la Rossa in quanto eccellenza sportiva, e non solo, che dà lustro al nostro Paese in tutto il mondo. Ma tra tutte le persone felicissime quel giorno di fine estate 2004, ce n’è una che invece detesta quel successo in salsa italo-rosso-tedesca. Un ragazzino di quasi 12 anni che si è appena trasferito da Palermo a Milano con la mamma (una ferrarista di ferro, peraltro, fan del buon Michael).
A quel ragazzino Schumacher e la Ferrari stavano tremendamente antipatici. Incarnavano insopportabilmente la figura dei dominatori, dei più forti, quelli che vincevano sempre. Il suo istinto lo portava a tifare sempre per gli antagonisti, non importa se simpatici o meno: quelli che partivano sfavoriti, non col favore del pronostico. Quelli che non erano più forti, o non correvano per la scuderia più forte. Quel ragazzino gioì il 15 aprile 2001, quando sul circuito di Imola vinse il primo Gran Premio in carriera Ralf Schumacher, il “fratello scarso” di Michael, che correva per la Williams. Iniziò a simpatizzare per lui, per l’altro Schumacher, quello che non si filava nessuno. Ci rimase terribilmente male, invece, quando il 21 luglio 2002, nel Gran Premio di Francia, a Magny Cours, Michael Schumacher vinse il Mondiale con addirittura sei gare d’anticipo, sorpassando un giovane Raikkonen scivolato su una macchia d’olio. Il ragazzino tifava per Ralf, tifava per Kimi, tifava per gli italiani (soprattutto Fisichella), tifava per Juan Pablo Montoya quando con la Williams si contendeva il Mondiale con Schumi, tifava per la Minardi, la scuderia perennemente ultima sullo schieramento… tifava magari anche per una Ferrari, ma sempre per il compagno di squadra del solito vincitore tedesco, Rubens Barrichello. Solo a mente più lucida e matura avrebbe compreso la legittimità dei giochi di squadra in Formula 1, e quindi dei “sorpassi comandati” di Schumacher a Barrichello, come quello clamoroso avvenuto proprio appena prima di tagliare il traguardo del Gran Premio d’Austria, il 12 maggio 2002. All’epoca, il ragazzino faticava a capire e tollerare ciò che vedeva. E poi, quel gesto di Schumacher quando era sul gradino più alto del podio e prendeva un po’ in giro l’inno di Mameli, “mimandolo” con le dita delle mani a mo’ di ironico direttore d’orchestra…

Poi quel ragazzino crebbe, divenne un ragazzone. La sua passione per la Formula 1 diminuì, molti piloti cambiarono, le macchine cambiarono, alcune scuderie cambiarono. E anche lui cambiò… idea.

 

Domenica 16 aprile 2017. Pasqua. Mentre sta tornando da un delizioso pranzo in malga a San Candido, in Alto Adige, l’ex ragazzino ormai ragazzone sente per caso alla radio le ultime fasi del Gran Premio del Bahrain (già, anche alcuni circuiti sono cambiati rispetto al decennio precedente). Alla Ferrari c’è un nuovo tedesco, Sebastian Vettel, che ha vinto 4 titoli mondiali consecutivi, dal 2010 al 2013, ma in un’altra scuderia, la Red Bull. Poi è iniziata l’era di Lewis Hamilton e della fortissima Mercedes. In tutto questo, la Rossa ha potuto solo stare a guardare gli altri trionfare, sempre più lontana dai fasti d’inizio Duemila. Quella domenica pasquale di 3 anni fa, però, ciò che il ragazzone sente dai radiocronisti Rai è una splendida vittoria di Vettel e della sua Ferrari. Quella gara in terre arabe è la terza della stagione: in Australia ha vinto Vettel, in Cina Hamilton, e ora in Bahrain di nuovo Sebastian, che si porta in testa alla classifica. Per la prima volta dopo gli anni bui, il “cavallino” ferrarista può sperare di tornar rampante.
A tornar rampante, quel giorno, a distanza di un decennio, è la passione per la Formula 1 del nostro ragazzone. Con un rapporto però rovesciato con quella Ferrari, non più dominatrice ma inseguitrice. È allora, infatti, che il nostro ragazzone, che da ragazzino odiava Michael Schumacher, inizia a tifare Ferrari. Certo, non col piglio dell’autentico tifoso. Ma con quella forte simpatia di chi sostiene un ex gigante in declino, chiamato con una buona macchina a sconfiggere un avversario perfetto, l’imprendibile Mercedes dell’implacabile Lewis Hamilton.
La Ferrari è finalmente competitiva, o almeno sembra. Non ha la potenza della Mercedes, ma un’ottima prestazione nelle curve lente, che le permette di tener testa egregiamente al fortissimo avversario nei circuiti più tecnici e con meno rettilinei. Vettel rimane in testa per oltre metà campionato, il nostro ragazzone si appassiona a tal punto che sua mamma, per il compleanno, gli regala il biglietto per andare a vedere a Monza il Gran Premio d’Italia. Ed è proprio lì che arriva la delusione: la Mercedes spadroneggia e fa letteralmente il vuoto dietro di sé, Hamilton supera Vettel in classifica e non lascerà più la cima della graduatoria.
La Ferrari e il suo campione Vettel, affiancato dal veterano Raikkonen (ultimo, nel 2007, a vincere un mondiale con la Rossa) perpetuano la loro frustrazione. E così i tifosi. Sia quelli veri che quelli acquisiti. Inizia una successione di illusioni e disillusioni, di “quest’anno potrebbe essere quello buono” e di “vabeh, ci proveremo di nuovo l’anno prossimo”. Anche nel 2019 e nel 2020 vince Hamilton. E se nel ’19 Vettel arriva ancora secondo, e nella prima parte di stagione dà del filo da torcere al rivale, nel ’20 è disastro completo. Il contendente più credibile è il focoso olandese Max Verstappen, della Red Bull, uno dei futuri fenomeni della Formula 1. E il nostro ragazzone simpatizza pure per lui, pur di veder scalzare Hamilton e la Mercedes dal loro scranno. Ma niente, è per l’ennesima volta un “Vedremo l’anno prossimo”.
In questi due anni di rinnovata passione per la Formula 1 e di inedito tifo ferrarista, il ragazzone un tempo ragazzino assiste a una formidabile rappresentazione di cosa siano dei “fortissimi perdenti”. Vede un campione come Vettel perdere più volte la trebisonda nella sua vana lotta contro Hamilton. Lo vede vincere Gran Premi, lasciandosi andare pure a qualche esultanza “sopra le righe”, per poi crollare in momenti topici della stagione. Lo vede vincere il Gran Premio d’Inghilterra, terra di Hamilton, urlando “A casa loro!” col suo team; per poi perdere clamorosamente il Gran Premio “di casa sua”, quello di Germania, andando a sbattere come un principiante alle prime gocce di pioggia. Lo vede sbandare, fisicamente e metaforicamente. Soprattutto nel 2020, quando in squadra arriva un ragazzo di nome Leclerc, che ben presto entra nei cuori dei ferraristi più di lui.
E così come Vettel, è proprio la scuderia Ferrari a non raccapezzarsi. Continui problemi ed errori strategici, soste ai box (chi segue la Formula 1 sa quanto sia importante effettuare il cambio gomme al momento giusto!) spesso e volentieri troppo anticipate. Mentre la Mercedes non si guasta mai, fa i pit stop al momento giusto. I direttori sportivi della Ferrari hanno lo sguardo sempre in affanno, mentre lo stratega Mercedes ha perennemente dipinto in volto il ghigno disteso della sicurezza.
Insomma, la potenzialità c’è, la macchina è buona, i piloti sulla carta sono validi. Ma lo scontro frontale con un avversario sempre vincente ha assunto i contorni dell’ineluttabilità.

Ma se per caso la Ferrari dovesse vincere, magari per due anni di fila? Il nostro caro ragazzone se lo chiede, ogni tanto. Come cambierebbe a quel punto il suo rapporto con la Rossa? Gli tornerebbe antipatica come quando era piccolo?
Perché questo, in fondo, è il paradosso insito nel tifare chi è meno forte. Lo si tifa perché non riesce a vincere e si spera che riesca a battere il più forte. Ma se poi il meno forte diventa vincente, come cambia il suo status agli occhi dei “tifosi del perdente”?
Lambiccandosi su questo paradosso che fa invidia ai più arzigogolati sofismi logici, quel ragazzino poi ragazzone continua ad aspettare che, alla fine di questo periodo di quarantena, i motori della Formula 1 tornino a rombare, per dar vita nuovamente all’adrenalinico circo di accelerate, staccate, colori e sorpassi.

E che vinca il migliore.
O forse no.

 

PS: si precisa che l’odio puramente sportivo, e peraltro infantile, espresso sopra nei confronti di Michael Schumacher, nulla ha a che vedere con l’umana solidarietà nei confronti del campionissimo tedesco, rimasto vittima nel 2013 di un grave incidente sulla neve che lo ha mandato in coma per sei mesi e ne ha irrimediabilmente compromesso l’apparato neurologico.

 

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