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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Come nel Decamerone 2 – Giornata 8

ilRaccoglitore | Come nel Decamerone   14 Marzo 2020   6 min.

 

 

20 Dicembre 2055

Ore 5:30 circa

 

Scrivo queste pagine per denunciare. Mi scuso a priori con chiunque le troverà, se riscontrerà delle difficoltà a comprendere, però così è la vita adesso e io percepisco l’impellente necessità di liberarmi da questo insopportabile peso.

 

Ieri quanto più temevo è accaduto. È la mia stessa sconsideratezza a punirmi, e la mia punizione incomincia con una straziante attesa.

Fu un raggio del sole che attraversava, imponente, lo spiraglio lasciato dalle tende a svegliarmi. Mi toccai la fronte, accigliata: speravo ardentemente non fosse rimasta una scottatura, non era proprio il momento per avere chiazze rosse sul corpo! Mi gettai giù dal materasso e corsi ad aprire la dispensa dei medicinali, brancolai per un po’ ma trovai abbastanza in fretta la protezione solare. L’atmosfera nelle ultime decine d’anni si è parecchio assottigliata, rendendo il sole particolarmente dannoso, uno dei motivi per cui è impossibile uscire durante il giorno… farlo di notte, invece, è sconsigliato.

Assunti i miei quotidiani anti-ipertensivi, mi sedetti dinanzi al mio tablet ed entrai sul sito della rivista per cui lavoravo. Avevo una videoconferenza per discutere delle innovazioni grafiche da apportare e della nuova rubrica, presa in carico proprio da me.

Spesso, osservando i visi dei colleghi all’interno della live, mi capita di domandarmi come possano essere le loro vite. Non li ho mai visti di persona, gli unici individui che conosco al di fuori della community online sono gli abitanti del mio palazzo. Eccetto, ovviamente, Hiroji…

Quando il sole cala, uscire diviene estremamente pericoloso per la propria incolumità: si rischia d’incorrere negli esseri noti come Untori, ossia i portatori del Morbo. Sono stupidamente perseguitati dalla legge, anch’essa vittima di una tremenda psicosi di massa. Il Morbo si presenta inizialmente con grosse chiazze alla pelle, poi lividi su tutto il corpo e, infine, sfocia nella necrosi. Gli infetti (o chi è sospetto di averlo contratto) è immediatamente prelevato, rinchiuso in quarantena e abbattuto, poi il corpo cremato senza onori funebri. La prova definitiva che l’uomo è incapace di misurare correttamente il rischio e le prevenzioni da assumere.

Ogni giorno, da quando regolarmente incontro Hiroji sotto il campanile della chiesa di paese, controllo meticolosamente la pelle e la cute sotto i miei folti capelli… niente, nemmeno l’ombra del tanto temuto eczema, quello che si dice faccia accorrere i “Rapaci” a prelevare gli infetti.

 

Di notte, preparandomi per l’incontro con Hiroji, indossai la mia ingombrante tuta da scii, tuta mai usata per il suo vero scopo, bensì per proteggermi dalle escursioni termiche, le quali peggiorano di anno in anno: le notti sono divenute tremendamente gelide rispetto al cocente giorno!

Prima di varcare la soglia di casa, passai dal piccolo soggiorno e abbassai la leva dell’erogatore d’ossigeno, era inutile sprecare aria preziosa mentre ero via. Indossai lo zainetto con la bomboletta portatile, accuratamente lasciato accanto all’uscio, dunque ne sfilai il tubo e inforcai la mascherina, coprendo bene bocca e naso.

Corsi giù dalle scale, tentando di emettere il minor suono possibile, non volevo certo che qualcuno s’insospettisse! M’insinuai, con l’ausilio delle ombre, fino al vecchio campanile diroccato. Nessuno esce più dai propri palazzi, tutti gli antichi luoghi d’incontro sono oramai in disuso e abbandonati alle intemperie. Mentirei se affermassi di non aver mai temuto che quel vecchio monumento ci crollasse addosso durante uno dei nostri incontri notturni.

All’improvviso, sentii una leggera pressione sulla spalla. Schizzai come una molla, preparandomi alla fuga, quando una familiare risata mi colpii con il suo dolce tepore.

– Mi hai spaventata! – esclamai, tirando un sospiro di sollievo. Non potevo vedere le sue labbra incurvarsi sotto la mascherina, ma dai suoi occhi scurissimi intuii che stesse sorridendo.

– Diciamo che ti spaventi abbastanza facilmente. – replicò, ammiccando.

Arrossii violentemente: in quel momento riconobbi di essere una codarda, Hiroji era considerato un Untore da quel popolo d’ignoranti, le persone hanno il diritto, anzi il dovere, di sparargli a vista, lui dovrebbe aver paura più di chiunque altro!

– È bello rivederti! – sospirai. Non era poi tanto ovvio, ogni sera avevamo appuntamento nello stesso luogo e alla stessa ora e, ogni sera, il morboso timore che lui non si presentasse stringeva il mio cuore in una morsa.

– Anche per me. – rispose, con tono malinconico. Con passo felpato, ci nascondemmo dietro al fatiscente colonnato della vecchia chiesa e lì, a bassa voce, ci raccontammo vicendevolmente la nostra giornata. Certo, la sua era più movimentata della mia, cosa piuttosto ovvia dal momento che è costretto a celare i propri tratti somatici a chiunque. Trovava continue soluzioni per nascondere quel taglio di occhi così peculiare e, ahimè, riconoscibile. Addirittura ha imparato a truccarsi e a mettere le lenti azzurre in maniera tale da poter sembrare occidentale quando è in video-conferenza con i colleghi. Ah, oltretutto sono l’unica persona a conoscerlo con il suo vero nome, tutti sono convinti che si chiami Darius. È una follia questa vita.

A un tratto la conversazione scemò. Era una condizione invivibile, la nostra, e lo sapevamo: non potevamo continuare a lungo, qualcosa avrebbe rotto il precario equilibrio che, durante i nostri incontri, avevamo lentamente costruito.

– Vieni a vivere con me. – gli proposi a bruciapelo. – Porta il tuo materiale da me, è pericoloso vederci così.

Lui sollevò entrambe le sopracciglia, palesemente sorpreso: – Sei davvero sicura?

– Sì. – annuii. – Anche se quello che c’è fra noi non dovesse funzionare, io desidero comunque proteggerti.

Gli occhi quasi gli s’inumidirono, probabilmente non era abituato a tutta quella gentilezza. E non solo perché si stava nascondendo, ma anche poiché i pochi rapporti che si hanno al giorno d’oggi sono strettamente lavorativi, la gente ha perso una buona abitudine, la migliore di tutte: volersi bene.

– Grazie. – la sua voce, leggermente distorta dalla mascherina, s’incrinò appena. Improvvisamente vidi una nuova luce attraversare le sue iridi nere.

– Pensi di riuscire a trattenere il fiato per qualche secondo?

Sbattei le palpebre un paio di volte, non comprendendo; ma quando lui abbassò la propria mascherina, rivelando un viso curato e delle labbra perfettamente armoniose, capii. Presi anch’io una boccata d’ossigeno e svelai il mio volto. Non avevamo mai visto niente oltre occhi e capelli prima di quel momento! Un’ondata di stupore mi colse di soprassalto e persi un po’ di fiato. Con cautela quasi chirurgica accostammo i nostri volti, io non riuscivo a fare a meno di fissare quella sua bocca così bella e regolare, l’intero viso di Hiroji era una melodia che solamente io potevo udire e apprezzare.

Le nostre labbra s’incontrarono a metà strada, prima delicatamente, poi cedendo alla caduca passione di quell’istante. Con una mano gli toccai i lunghi capelli neri, mentre mi abbandonavo al suo tenero abbraccio, reso goffo dagli ingombranti giubbotti che ci difendevano dal gelo.

Desiderai che quel momento non finisse mai, però, purtroppo, qualcosa c’interruppe. Delle voci improvvise costrinsero entrambi a tirare su le mascherine e ad appiattire repentinamente i nostri corpi contro il pavimento. Il cuore mi martellava nel petto, temevo il peggio. Non tanto per me quanto per Hiroji. Cosa gli avrebbero fatto se, nella lontananza, avessero scorto i suoi tratti somatici?

– Hai le lenti colorate? – gli chiesi, speranzosa.

Lui scosse la testa. Che domanda idiota, nessuno esce mai a parte noi due, ovviamente non poteva pensare che gli servissero fuori!

Mi guardai intorno e notai una minuscola via in mezzo alle macerie.

– Forse conosco una scorciatoia per il mio appartamento. – gli dissi. – Seguimi.

Ci inoltrammo, restando nelle ombre, all’interno di quella viuzza. Dovevamo seminare quelle persone, chiunque fossero. Il loro tremendo scalpiccio mi martellava il cervello, anche quando ci allontanammo dalla chiesa quei rumori mi tartassavano l’anima. I miei occhi cominciarono a lacrimare, non capii se fosse per il pungente freddo o per l’ansia crescente di perdere l’unica persona con cui ho un legame genuino.

Non appena ritrovammo la strada per il mio palazzo, ci scapicollammo su per le scalinate, poi richiudendoci nel mio appartamento. Quando stavamo già per sfilarci le maschere, un terrificante dubbio assalì Hiroji: – In questo palazzo ci sono telecamere?

Incominciai a balbettare. – Non che io ci abbia mai fatto caso…

Un lampo mi attraversò la mente. Durante la folle corsa su per le scale, con la coda dell’occhio avevo captato una lucina rossa. Schizzai verso lo scaffale degli utensili, seguita dalla voce preoccupata di Hiroji: – Che cosa stai facendo?

Riemersi con un martello, affermando con decisione: – Proteggo le nostre identità.

Al danno aggiunsi, stupidamente, la beffa. Distrussi tutte le videocamere, frantumandole in molteplici pezzi con una foga inimmaginabile. Mi ero ridotta a strepitare come un torturato mentre fracassavo le prove del nostro passaggio! O almeno quello era ciò che credevo di fare.

Ero persino soddisfatta delle mie azioni quando rientrai nell’appartamento dove avevo lasciato Hiroji. Avevamo giusto appena incominciato a ipotizzare come trasferire il suo materiale fino al mio appartamento senza destare troppi sospetti, quando il mio incubo peggiore divenne realtà.

Utente Artemis 80100908, hai l’obbligo di restare nella tua abitazione. Rimbombarono gli altoparlanti. Causa: sospetta presenza del Morbo.

Le gambe cedettero. Hiroji si affrettò a prendermi al volo, stringendomi protettivamente a sé. È tanto caro, non posso credere che gli diano la caccia e che questi potrebbero essere gli ultimi momenti insieme. Stiamo ancora cercando una soluzione, secondo lui potrebbe anche trattarsi solo di un normale controllo di routine, io ho paura: non sono mai passati per “controlli di routine” prima d’ora.

 

Mi scuso a prescindere con chiunque troverà queste pagine incomplete, questo piccolo sfogo senza capo né coda. I Rapaci stanno arrivando, dobbiamo trovare quanto prima un modo per nascondere Hiroji e la mia uscita notturna. Inoltre, se questi dovessero essere davvero i nostri ultimi momenti insieme, di certo non vorrei spenderli scrivendo e isolandomi, ma consumando quel nascente innamoramento, stroncato brutalmente sul nascere dalla sconsideratezza umana.

A voi che leggete, voglio dare un messaggio: considerate saggiamente le situazioni, non condannate l’altro bensì cercate di unirvi e sconfiggere le difficoltà uniti da quel sentimento di umanità che, fin troppo spesso negli ultimi anni, è venuto a mancare.

 

Artemis

 

 

Chiara Lipari

 

L'autore







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