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Come nel Decamerone 2 – Giornata 4

ilRaccoglitore | Come nel Decamerone   10 Marzo 2020   4 min.

 

Amore ai tempi del Coronavirus

(punto di vista di lui)

 

«Ma senti, sei proprio sicuro sicuro di andare in Malesia…?»

Quella serata portava con sé un carico di entusiasmo non indifferente. Nuovo lavoro, nuovo sport – il ciclismo – per la prima volta da inviato sul campo. Quattro giorni a Valencia ospite di una squadra che si presentava per il 2020, poi cinque di ricarico batterie nella mia stupendamente grigia Milano, infine rotta su Kuala Lumpur. Anzi, Kota Kinabalu. Per seguire una corsa di quasi due settimane dal Borneo all’isoletta di Langkawi.

Tutto molto bello, se non fosse per quelle strane notizie provenienti dalla Cina. Tutto preso tra interviste e scrittura, nel magnifico resort sulla costa valenciana, non ci avevo nemmeno dato troppo peso. Ma qua a Milano c’erano tante persone che mi volevano bene e che avevano subito fatto quell’associazione del terrore: Malesia uguale Estremo Oriente uguale Coronavirus. Maledetto agente patogeno ammazza-persone. In quel momento, rischiava anche di ammazzare l’adrenalina dei miei incarichi da globetrotter.

«Renditi conto, si sta diffondendo a macchia d’olio. La gente in Cina ci sta morendo di ‘sta roba, e la Malesia è a un tiro di schioppo da lì!»

La serata era pungente, un tipico fine gennaio lombardo. Ma mentre aspettavo la navetta che dal terminal di Orio al Serio mi avrebbe portato ai parcheggi dove avevo lasciato la mia citycar quattro mattine prima, munito di valigione in stile militare e zaino, il freddo non lo sentivo. La mia mente si accalorava ancora a pensare ai pezzi appena scritti nel soggiorno spagnolo e a quelli che avrei realizzato a partire dal mercoledì successivo dall’altre parte del mondo. Uno spicchio terrestre che in quei giorni faceva tanto preoccupare.

«Se sei tanto incosciente da non pensare a te, rifletti sulla possibilità di contagiare me, i tuoi familiari, chi ti sta accanto. Davvero metti il tuo lavoro davanti alla salute e ai tuoi affetti???»

La prima persona che volevo sentire al mio ritorno in Italia era lei. La mia rossa che da due anni e mezzo a questa parte mi fa battere il cuore un semitono più forte. Ma quella sera sentirla fu meno dolce del solito. Almeno sul momento. In realtà fu più dolce che mai, perché mi diede la misura, ancora una volta, dell’eviscerazione di sentimento che ribolle ogni qualvolta tocchiamo corde delicate e potenzialmente ansiogene. E quei morti da virus sconosciuto in Cina, dal punto di vista di chi getta il proprio amore oltre la barriera della mera e fredda razionalità, quelle corde le toccavano.

La deflagrazione di sentimenti gusto ansia di quella sera mi fece tornare subito coi piedi per terra. Tornando a casa nella nebbia bergamasco-milanese, e nei due/tre giorni successivi, i dubbi ballavano la bachata nella mia testa. A un livello più consapevole e superficiale, la priorità fu di sentire tutti i pareri a cui potessi rivolgermi di persona, dall’amico laureato in medicina al numero verde del Ministero della Sanità. Tutti mi diedero parere positivo: bastava adottare le giuste norme di igiene e prudenza e via andare, non c’era motivo per annullare un’esperienza lavorativa così affascinante e già pianificata.

Ma a livello più profondo, le riflessioni proseguivano il loro corso. Mi trovavo davanti a una delle dicotomie etiche che prima o poi ti si parano davanti: quell’eterna coperta corta che oscilla tra carriera e amore. Certo, non si trattava del bivio se trasferirsi dall’altra parte del mondo in pianta stabile a scapito di una famiglia con figli (noi non conviviamo nemmeno). Ma erano pur sempre due settimane vicine all’epicentro di un’epidemia virale avvolta ancora dal mistero. Era così indispensabile il viaggio in Malesia? Era proprio l’irrinunciabile colpo della mia vita lavorativa? Non era egoista proseguire dritto per dritto senza dare il giusto peso alle preoccupazioni di chi aveva legittimamente a cuore la salute mia e sua?

I giorni passarono, pochi ma lunghissimi, con una sottile patina di non detti e sguardi bui al sentir parlare di Malesia. Tacitamente io maturavo le mie riflessioni e lei sapeva che la mia intenzione, in fondo, era quella di partire. Rispetto e accettazione. Questo c’era alla base. Io rispettavo e accettavo le sue istanze, le sue preoccupazioni. Perché altro non erano che amore. Lei faceva altrettanto con la mia passione per il nuovo lavoro e la voglia di non perdere quel treno tropicale. Anche perché continuavo a ripetere come un mantra quei tranquillizzanti pareri medici che in coro ci davano tutte le conferme del caso: le probabilità di contrarre un virus letale erano talmente basse da non dover razionalmente rinunciare a un’esperienza del genere.

In qualche modo, arrivammo a un’altra fredda serata lombarda. Ci salutammo e ci demmo appuntamento a due settimane dopo, annegando tutto il carico emotivo in caldi abbracci e dolci baci, soffice cura per molti virus.

E così, in un frullatore malese fatto di tappe, conferenze stampe ed escursioni termiche tra caldo tropicale e aria condizionata sparate ovunque a mille, vissi una delle esperienze più belle e formative della mia giovane vita. E al ritorno in Italia la trovai ad attendermi. La mia rossa. Che aveva letto tutti i miei articoli e visto tutte le mie foto. Felice della mia felicità, gioiosa della mia gioia, elettrizzata della mia elettricità. E io della sua. Ah, l’amour…

 

 

Nicolò Vallone

 

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