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Nuove voci raccontano: Benedetta Frezzotti

Francesca Ghezzani | Nuove Voci Raccontano   21 Febbraio 2020   4 min.

 

“Nuove voci raccontano” questa volta dedica il proprio spazio all’autrice del libro “Le mie Stories” (Edizioni Piuma) Benedetta Frezzotti, un’artista a tutto tondo che si divide tra stesura, illustrazione, animazione e la progettazione di laboratori e Activity (giochi e attività per l’editoria).

 

Benedetta, come nasce l’idea di dar vita a “Le mie Stories”?

Era un po’ che volevo fare un libro che parlasse di fotografia, che raccontasse la storia e le problematiche legate all’illusione di realtà: questo fenomeno percettivo per cui pensiamo che una fotografia sia la realtà stessa anche se spesso è costruita tanto quanto un disegno. In sostanza la fotografia può mentire in modo molto sottile, basti pensare alle foto di moda e al loro impatto sull’idea di bellezza. Avevo anche sviluppato un libro illustrato, ma non era a misura di bambino, era un po’ più adulto per i temi trattati. Poi Instagram è entrato nei miei laboratori attraverso le tasche dei bambini e ha prepotentemente imposto di rivedere la trama.

 

Ci delinei uno ad uno i personaggi affinché possiamo immaginarceli sia caratterialmente che fisicamente? Inoltre, come si collocano all’interno della storia?

Comincerei dalla coppia protagonista/antagonista: Daniele, il nostro eroe, è quello che chiameremmo un bravo bambino, pel di carota, bravo a scuola, grandi occhiali tondi, amante dei temi in classe e un po’ timido. Forse per questo è così felice di fare amicizia con Doriano, un compagno della classe accanto che invece è spigliato, sicuro di sé, social, un nero ciuffo lucido sempre perfettamente in piega. Altrettanto fondamentali sono la spalla del nostro eroe e nerd della fotografia Su (figlio di immigrati thailandesi di origini cinesi, bassino, rotondetto ma con due gambe smilze incredibilmente agili) e Vani, la vulcanica coprotagonista. Vani è figlia di immigrati indiani, ama il Biryani e, soprattutto, la famosa fotografa Vivian Mayer. Vani si avvicina alla fotografia per un motivo: nel suo percorso di costruzione di una identità a cavallo tra due mondi vuole dimostrare a internet cosa sono gli italo-indiani. È una tipa piuttosto determinata, alta, asciutta, con i lunghi capelli neri, molto curiosa e amante dei libri. Intorno al gruppo principale ruotano, o meglio vengono trascinati nel vortice, i genitori dei bambini e il cugino di Vani, Padreep.

 

Qual è il messaggio che volevi dare con questo libro?

Volevo un libro per scoprire la fotografia e che potesse aiutarmi a raccontare come avvicinare in modo consapevole i social ai bambini.

 

Quanto la tecnologia oggi viene in supporto alla lettura e come vanno integrati i due aspetti per non perdere lettori?

Credo che il modo per non perdere lettori sia attrarli con belle storie, e penso che la tecnologia sia da vedere solo come un supporto, come di fatto è. Anche il libro è un supporto tecnologico in fondo. Noi lo diamo per scontato, ma nei secoli si è evoluto e modificato: dal rotolo di papiro alla stampa, poiché queste trasformazioni hanno sempre risposto a un’esigenza del lettore. Purtroppo non si affronta mai la lettura dal punto di vista del design inteso come un messaggio, della narrazione che viene veicolata con un oggetto (nel caso del libro un oggetto meraviglioso). Conoscere le nuove tecnologie, ad esempio, mi offre la possibilità di decidere come dare un valore aggiunto alla mia narrazione. Un uso consapevole mi permetterebbe di far arrivare la mia storia a tanti lettori in più, che altrimenti avrebbero delle difficoltà nella lettura. In questo senso l’epub è un formato editoriale ad alta accessibilità anche per i non vedenti o i dislessici, mentre gli audiolibri possono rispondere all’esigenza di una grossa fetta di lettori magari con problemi di affaticamento degli occhi a fine giornata, oppure i lettori di ebook sono molto popolari tra gli anziani, che hanno bisogno di mettere il testo molto grande. Forse è il mio approccio da designer a farmi notare quanto la tecnologia sia un ottimo sistema per diffondere storie, ovviamente se usato in modo consapevole.

 

 

È stato difficile illustrarne le pagine?

No, anche se è stato un lavoro faticoso. Alcune illustrazioni sono state impegnative, ma la mia formazione è legata al fumetto e all’illustrazione. Il vero sforzo è stato trovare un equilibrio tra il testo e le immagini. Data la mia esperienza come illustratore era molto facile cadere nel tranello del “ma sì, poi questo lo risolvo con una figura”. Per fortuna Edizioni Piuma mi ha affiancato un’editor meravigliosa, che è riuscita a distinguere molto bene, già in bozza, tra quello che valeva la pena dire attraverso una immagine e quando usare la scrittura per raccontare.

 

Se la trama di “Le mie Stories” fosse una fiaba come verrebbe raccontata?

È una domanda molto difficile, perché Le mie Stories è più vicino ai libri di documentario o alla non fiction. Però credo che la fotografia si presterebbe bene per essere l’elemento magico della storia. Una magia che se usata nel modo giusto può creare cose bellissime, ma se usata in mondo sbagliato può creare grande scompiglio tra i nostri quattro aspiranti maghi Daniele, Vani, Su e Doriano.

 

Un’ultima curiosità… vedresti adatto il tuo libro a una trasposizione cinematografica o a una miniserie tv per bambini?

Amo il cinema e l’animazione almeno quanto i libri, quindi sarebbe sicuramente una soddisfazione enorme! Penso che la storia si presti bene anche nel modo in cui è stata scritta: con molti dialoghi e spazio alle immagini.

 

 

 

L'autore







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