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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

La mamma come sta? E ti sei fatta bella!

Giulia Martini | Mia cara Signorina   22 Gennaio 2020   4 min.

 

Tra bande verdigialle d’innumeri ginestre
la bella strada alpestre scendeva nella valle.

Ecco, nel lento oblio, rapidamente in vista,
apparve una ciclista a sommo del pendio.

Ci venne incontro: scese. «Signora: sono Grazia!»
Sorrise nella grazia dell’abito scozzese.

«Tu? Grazia? la bambina?» – «Mi riconosce ancora?»
«Ma certo!» E la Signora baciò la Signorina.

«La bimba Graziella! Diciott’anni? Di già?
La mamma come sta? E ti sei fatta bella!

La bimba Graziella: così cattiva e ingorda!…»
«Signora, si ricorda quelli anni?» – «E così bella

vai senza cavalieri in bicicletta?…» – «Vede!…»
«Ci segui un tratto a piede?» – «Signora, volentieri».

«Ah! Ti presento, aspetta, l’avvocato: un amico
caro di mio marito. Dagli la bicicletta…»

Sorrise e non rispose. Condussi nell’ascesa
la bicicletta accesa d’un gran mazzo di rose.

E la Signora scaltra e la bambina ardita
si mossero: la vita una allacciò dell’altra.

[…]

Sostammo accanto a un prato e la Signora, china,
baciò la Signorina, ridendo nel commiato.

«Bada che aspetterò, che aspetteremo te;
si prende un po’ di the, si cicaleccia un po’…»

«Verrò, Signora; grazie!» Dalle mie mani, in fretta,
tolse la bicicletta. E non mi disse grazie.

Non mi parlò. D’un balzo salì, prese l’avvio;
la macchina il fruscìo ebbe d’un piede scalzo,

d’un batter d’ali ignote, come seguita a lato
da un non so che d’alato volgente con le rote.

Restammo alle sue spalle. La strada, come un nastro
sottile d’alabastro, scendeva nella valle.

«Signora!… Arrivederla!…» gridò di lungi, ai venti.
Di lungi ebbero i denti un balenio di perla.

Tra la verzura folta disparve, apparve ancora.
Ancor s’udì: «… Signora!…» E fu l’ultima volta.

 

(da Guido Gozzano, Le due strade, in I colloqui)

 

In questo colloquio di Gozzano, la funzione dialogica è limitata ai convenevoli di saluto e congedo. Lo scambio diretto di battute fra la «Signora» e la «Signorina» rimane solo liminare rispetto a un loro (presunto) dialogo, su cui l’autore glissa per lasciare spazio ai pensieri del personaggio che dice «io»: «l’avvocato».

Sono infatti i pensieri dell’uomo a costituire l’offerta tematica del testo, che ha a che fare con la malinconia («forse la buona via saresti al mio passaggio, / un dolce beveraggio alla malinconia»), la bellezza sfiorita («Da troppo tempo bella, non più bella tra poco / colei che vide al gioco la bimba Graziella»), la paura della morte («discendere al Niente pel mio sentiero umano, / ma avere te per mano, o dolcesorridente») e, in ultima analisi, il senso della vita («O mio cuore che valse la luce mattutina / raggiante sulla china tutte le strade false?»).

Appare quindi chiaro come il dato dialogico cresca ai margini del dato semantico: l’epifania nostalgica dell’«infinita vanità del tutto», che, proprio grazie allo scambio di battute, viene a trovarsi incorniciata entro un sistema di buone maniere, quasi un antecedente del monologo caproniano Congedo del viaggiatore cerimonioso:

 

[…]

Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite è sì lieve spinta.

[…]

 

 

È questa l’occasione per notare che proprio nei Colloqui di Gozzano, vale a dire nella raccolta del Novecento dove la struttura dialogica è tanto importante da divenire addirittura eponima, il senso è sempre fuori, sempre altro dal dialogo stesso: lo stilema dialogico gozzaniano coincide allora con un mascheramento (uno spostamento, un decentramento, una pausa…) del contenuto stesso della poesia. Valga come esempio questo estratto da La signorina Felicita, dove il tentativo dialogico è letteralmente «distratto» (rotto, disturbato…) dalle percezioni sensoriali del mondo, che coinvolgono tanto l’olfatto («quell’odor d’inchiostro putrefatto») quanto la vista («quel disegno strano del tappeto», «quel parato a ghirlandette, a greche») e l’udito («quel tic-tac dell’orologio guasto»):

 

“«Senta, avvocato….» E mi traeva inqueto
nel salone, talvolta, con un atto
che leggeva lentissimo, in segreto.
Io l’ascoltavo docile, distratto
da quell’odor d’inchiostro putrefatto,
da quel disegno strano del tappeto,

«…. la Marchesa fuggì…. Le spese cieche….»
da quel parato a ghirlandette, a greche….
«dell’ottocento e dieci, ma il catasto….»
da quel tic-tac dell’orologio guasto….
«….l’ipotecario è morto, e l’ipoteche….».

 

Questo dispiegamento sensoriale è, leopardianamente ma prima ancora agostinianamente, spia di una sensorialità interiore: l’interlocutore, invece di prestare attenzione al personaggio parlante, è intento ad ascoltare se stesso tramite i dati fisici del «salone buio e troppo vasto» dove si svolge la scena. E di nuovo, il dialogo (qui mancato) rimane ‘da un’altra parte’ rispetto al cuore del discorso. Un ultimo esempio, da Una risorta:

 

Guardava i libri, i fiori,
la mia stanza modesta:
«È la tua stanza questa?
Dov’è che tu lavori?»

«Là, nel laboratorio
delle mie poche fedi…»
Passammo tra gli arredi
di quel mondo illusorio.

 

Anche in questo caso, lo scambio dialogico cresce nel bel mezzo di un «mondo illusorio»; ma fuori dell’affettato ‘cicaleccio’, un «ignoto abisso» è sempre pronto a spalancarsi. In questo senso, interpretando consecutivamente i titoli di Gozzano, sono proprio i Colloqui quella lastricata Via del rifugio dalla morte.

Se dunque la cifra identificativa dell’intera poetica gozzaniana è stata identificata nell’operazione di «maschera[rsi] per smascherare», a livello testuale è proprio il dialogo lo stilema scelto come cifra rappresentativa del mascheramento e, di conseguenza, specchio programmatico dell’ideologia dell’autore.

 

 

 

 

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