• La Redazione | Chi siamo | Newsletter

    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Gabriella Sica – Tu io e Montale a cena

ilRaccoglitore | Recensioni   10 Gennaio 2020   3 min.

 

Genere: poesia
Editore: Interno Poesia
Pagine: 104
Anno edizione: 2019


L’autore: Gabriella Sica è nata a Viterbo e vive a Roma da quando ha dieci anni. Protagonista della poesia italiana contemporanea fin dal 1979, quando ha esordito su “Prato pagano”, rivista da lei fondata e curata, pubblica “Tu io e Montale a cena” a dieci anni di distanza dall’ultimo libro in versi, “Le lacrime delle cose” (Moretti & Vitali).

 

 

 

 

Umberto Fiori

Gabriella Sica, Tu io e Montale a cena, Interno Poesia, 2019

 

In una pagina di Stella variabile (Poeti in via Brera: due età) Vittorio Sereni fotografa un gruppetto di poeti (noti, si intuisce, ma qui anonimi) che passeggiano “a due a due sottobraccio tenendosi/a due a due odiandosi in gorgheggi/ di reciproco amore”.

I rapporti tra poeti non sono sempre facili, si sa. La poesia, che potrebbe sembrare il regno dell’armonia e della magnanimità, è anche terreno di cupe rivalità, di invidie, di rancori inconfessati.

In questo quadro, il libro che Gabriella Sica dedica a Valentino Zeichen, scomparso nel 2016, sorprende come una cosa rara e preziosa: una testimonianza di vera amicizia e di sincera ammirazione, che va ben al di là del tributo rituale. Non c’è nella nostra tradizione, che io sappia, un’opera paragonabile a questo ricordo appassionato, toccante, che un poeta dedica a un altro poeta.

 

Quello che colpisce subito è la generosità di un gesto come quello di Gabriella Sica: pochi poeti in Italia, credo, avrebbero la forza di riconoscere così pienamente, così incondizionatamente, il valore di un collega. Ma nel libro c’è di più: leggendo, si avverte che non di generosità letteraria si tratta, non di adesione critica, ma di quella che potremmo chiamare – dando al termine il suo senso più alto – simpatia. A Gabriella, Valentino era proprio simpatico; lo si sente in ogni verso, in ogni parola, nel calore che sale da ogni pagina.

 

Questa simpatia la condivido e l’ho sempre condivisa: Zeichen – che ho avuto la fortuna di incontrare in varie occasioni – non era soltanto un finissimo poeta, era una persona che si faceva voler bene. Non un simpaticone, intendiamoci; anzi, per molti versi sapeva anche essere ruvido, quasi scostante a volte. Ma c’era in lui qualcosa di estremamente franco, diretto, che conquistava. Un po’ mi intimidiva: non avevo, con lui, l’immediata familiarità che si può avere con un tuo coetaneo, con chi ha condiviso – magari a distanza – la tua storia. Valentino era diverso. Un dandy, qualcuno ha detto, ma il termine mi pare riduttivo. Conversare con lui significava essere pronti a sentirsi contraddire duramente, provocare anche. Aveva le sue idee, e non erano mai quelle che uno si aspettava. Più che discutere con te, ti ammaestrava. Ricordo – mi pare fossimo a Rotterdam – una sua osservazione sulle mie scarpe: erano “sbagliate”. E subito mi indottrinò sulla necessità di calzare sandali; e mi indicò pure quali, di quale marca. Cose del genere, dette da un altro, mi avrebbero irritato: da lui le prendevo come le verità che un saggio sente il dovere di donarti, per il tuo bene. Nessuna spocchia, in Valentino. Anzi, una sorta di timidezza sapiente.

 

Il libro di Gabriella Sica colpisce anche per la varietà dei testi, per la continua invenzione che articola il ricordo in forme sempre nuove e diverse. C’è il racconto, la rievocazione, c’è l’apostrofe, la meditazione, il lamento. Ci sono anche pagine di gustosa comicità, come quella di cui è protagonista una mosca che in un museo molesta Maria Luisa Spaziani sotto lo sguardo divertito di Zeichen. E c’è la trovata – che dà il titolo alla raccolta – di Montale in veste di mozartiano Convitato di Pietra, che canta con voce di baritono: “Tu m’invitasti a cena./ Il tuo dovere or sai. / Rispondimi: verrai / tu a cenar meco?”.

La convivialità mi sembra lo spirito che domina queste pagine. La poesia come convivialità, come condivisione dei piaceri terreni (e – chissà – ultraterreni). Noi siamo soliti rappresentarci il poeta come un solitario, un isolato. Nel libro di Gabriella Sica va in scena invece – e questo ci rallegra e ci sorprende – una comunità di poeti in cui l’amicizia e la cordialità prevalgono sulle divergenze letterarie: penso ad esempio a un’altra delle cene di cui si parla, quella a cui partecipano l’autrice stessa, Zeichen e Elio Pagliarani. “Beati gli invitati a questa cena / sognatori di una più bella mensa”, scrive Gabriella Sica, con toni quasi religiosi. La poesia, in questo libro, appare come una sorta di utopia, di agàpe in cui terra e cielo, realtà e immaginazione si fondono. Se questo è il sogno dell’autrice, è un gran bel sogno.

 

Novembre, 2019

 

(Testo scritto da Umberto Fiori per la presentazione, con Giorgio Ghiotti e letture di Emanuele Marchetti, del libro di Gabriella Sica, il 20 novembre 2019, alla libreria “Verso libri” di Milano).

 

L'autore







Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

2 + 1 =


 

È vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma.
È vietata la redistribuzione e la pubblicazione dei contenuti e immagini non autorizzata espressamente dall’autore.

Se riscontri problemi con il sito web, contatta il webmaster.

redazione@ilraccoglitore.com

 

Ti piace scrivere?

il Raccoglitore è qui per raccogliere storie! Se vuoi inviarci la tua candidatura, scopri come fare.

Scrivi con noi

Newsletter

Seguici su

il Raccoglitore 1.0 © Copyright 2020 - lunedì 01 Giugno, 2020 01:32