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Nuove Voci Raccontano: Gianluca Stival

Francesca Ghezzani | Nuove Voci Raccontano   29 Dicembre 2019   4 min.

 

La rubrica “Nuove voci raccontano” dedica spazio ad un giovane scrittore, Gianluca Stival, classe 1996 ma già giunto alla sua terza pubblicazione in ambito editoriale.

Nasce nella caotica città di Odessa nel 1996, studia lingue e sin da piccolissimo nutre un notevole interesse per le culture e le tradizioni straniere. Con numerose certificazioni linguistiche riconosciute a livello mondiale, Gianluca si è già ambientato nel mondo della letteratura con pubblicazioni online e cartacee di suoi componimenti, valutate positivamente da esperti, critici e personaggi famosi. Ha presentato poesie in lingua italiana, francese, inglese, spagnola e portoghese brasiliana, apprezzate e commentate da blog di poesia internazionali. Nel 2017 viene inserito all’interno de “Enciclopedia dei Poeti Italiani Contemporanei”, edita da Aletti Editore, e pubblica il primo libro per la grande distribuzione dal titolo “Meriti del mondo ogni sua bellezza”, recensito da testate giornalistiche italiane e da blog internazionali. Nel 2018 rilascia una nuova raccolta di poesie dal titolo “AWARE – Tutte le poesie” (tradotta in francese e portoghese brasiliano) e porta a teatro il suo monologo sulla libertà dal titolo “Meriti di essere libero”. Nel 2019 continua con progetti letterari in Italia, Francia e Brasile e pubblica il terzo libro dal titolo “Scriverò di te”, edito da Editrice Veneta.

 

Gianluca, quanto ti senti cresciuto come scrittore e come giovane uomo nel corso delle tre pubblicazioni?

Il processo della scrittura è un percorso che mi ha aiutato molto sia sul piano umano che sul piano creativo; molte volte ho scoperto anche i lati più bui che non avevo considerato. Nel mio caso, nei due libri precedenti (“Meriti del mondo ogni sua bellezza” e “AWARE – Tutte le poesie”), c’era un lavoro più tecnico sul piano stilistico perché la vera protagonista era la poesia, mentre ora, in “Scriverò di te”, la scrittura si è evoluta ed è più fluida e meno generica. Sul piano umano mi sento indubbiamente più sicuro e determinato, scrivere mi ha aiutato ad andare oltre ai pregiudizi e ai tabù.

 Ti dedichi anche alla poesia oltre che alla prosa… Ami in egual misura i due generi o in cuor tuo a uno ti senti più vicino?

Questa è una domanda molto interessante! Sarò sincero, la poesia ha uno spazio più grande nel mio cuore. Recentemente ho pubblicato una poesia nei miei canali social dal titolo “Te l’ho mai detto” e per un attimo mi sono sentito “nel posto giusto”, quasi come se avessi ripreso in mano le chiavi di casa e l’avessi riaperta dopo un po’ di tempo. Scrivere un romanzo richiede organizzazione, metodo e un talento che non sento ancora mio del tutto, probabilmente ci vorrà del tempo prima di affrontare quel percorso. Scoprire il genere dei racconti, nella modalità in cui li desiderava mio nonno, mi ha fatto staccare la mente dalle “sovrastrutture” della poesia e mi ha fatto scoprire un nuovo modo di scrivere.

 

Ci parli di “Scriverò di te” e del suo protagonista, il tuo nonno paterno Mario?

L’idea di “Scriverò di te” è nata durante un pranzo in cui un amico storico di mio nonno gli propose di raccogliere tutti gli episodi più importanti della sua vita: da lì iniziammo a parlarne, mio nonno mi chiese se avessi voglia di avventurarmi nei suoi lunghi novant’anni e accettai. Iniziai così a registrarlo, raccolsi le pagine con i suoi appunti e feci anche una ricerca tra le sue foto per selezionare quelle più belle. È un nonno gentile, affascinato dal mondo, molto giudizioso e sempre pronto ad ascoltare.

 

Se fosse una fiaba la storia di tuo nonno come sarebbe?

Sarebbe una fiaba con protagonista un tenero signore che, seduto di fronte al proprio tavolo di lavoro, racconta al nipote gli aneddoti più curiosi della sua vita: gli racconta di quando andava a scuola, di quando si divertiva con gli amici, dei suoi bellissimi viaggi intorno al mondo e, infine, dei valori e delle lezioni più importanti apprese durante tutti i suoi anni di vita.

 

C’è un aneddoto di quelli che hai raccontato vissuto dal nonno Mario che vorresti poter vivere anche tu?

Mi piacerebbe visitare la Cina con gli stessi occhi meravigliati e stupiti che ha avuto lui. Tra i vari episodi che mi ha proposto, la Cina rientra tra quelli più amati e nostalgici. Racconta: “La Cina fu uno dei Paesi dove riconobbi il rispetto della gente, l’umiltà, la generosità degli anziani pensionati che accompagnavano bambini e altri anziani al di là delle strade, sempre estremamente pulite e percorse da centinaia di biciclette. Ho visitato il mausoleo di Mao Tse-tung in piazza Tienanmen dopo quasi due chilometri di coda, poderi agricoli, raccolte del tè di 43 tipi e case coloniche […]. Con meraviglia vidi nel focolaio una fiammella sotto la pentola che riscaldava l’acqua, così vidi il mio primo biogas. Dopo questa visita promisi a mia moglie di portarla in Cina e così avvenne nel 1990”.

 

Una trasposizione teatrale, con cui ti sei già cimentato in passato, come la immagineresti?

Me la immaginerei come un monologo: microfono, leggio e luce soffusa. Al centro immagino una persona che racconta in prima persona alcuni episodi del libro e li condisce con aneddoti e racconti nuovi. Sarebbe un bell’esperimento!

 

Un’ultima domanda… per te la tua opera, seppure non sia un romanzo, potrebbe rientrare nel genere della letteratura di formazione?

Credo proprio di sì, d’altronde la storia di mio nonno è quella di un uomo che parla della propria infanzia, delle “lotte” con i disequilibri di allora (conseguenti al periodo della Seconda guerra mondiale) e della forte predisposizione all’emancipazione psicologica sia rispetto a se stesso che rispetto al proprio futuro. Se dovessimo inquadrare la figura di mio nonno potremmo definirla autonoma, irrequieta e molto consapevole delle insidie del mondo e di ciò che lo circonda.

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