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Io sono la bestia

Giuseppe D'Abramo | Recensioni   27 Dicembre 2019   3 min.

 

Genere: romanzo
Editore: NN Editore
Pagine: 240
Anno edizione: 2019


L’autore: Andrea Donaera è nato nel 1989 a Maglie ed è cresciuto a Gallipoli. Nel 2019 ha pubblicato la raccolta Una Madonna che mai appare all’interno del XIV Quaderno italiano di poesia contemporanea edito da Marcos y Marcos. Io sono la bestia è il suo primo romanzo.

 

 

 

 

Sono passati mesi da quel 26 settembre. Ricordo di aver aspettato sotto la pioggia un bel pezzo prima che la libreria aprisse i battenti. Ero lì per un motivo ben preciso. Dovevo assolutamente accaparrarmi una copia del romanzo di Andrea Donaera: Io sono la bestia (NN Editore). E poi ricordo solo di essere rientrato a casa, perché arrivato all’ultima riga del libro era già sera.

Attraverso una narrazione corale alla maniera faulkneriana, una prosa schietta e a tratti poetica, capace di mimare perfettamente le inflessioni e i caratteri (finanche le sottili divagazioni) propri del dialetto, Andrea, racconta un’altra Puglia, la sua faccia feroce, occulta, distante anni luce dalle versioni edulcorate e capziosamente idilliache somministrateci dall’industria mainstream. Si entra in contatto con qualcosa… un morbo che infesta le strade e i campi, che si insinua nelle crepe dell’animo umano, scava dentro i suoi atavici recessi biologici come una sorta di batterio per condizionarne pensieri e azioni. Nessuno può dirsi al riparo dai suoi malefici influssi, anzi, a voler essere precisi, il contagio è totale, pervasivo, un fattore endemico alla popolazione. Tutti sanno, ma nessuno ne parla ad alta voce. Si odono bisbigli, sottintesi, ammiccamenti e da una situazione di calma apparente ci si ritrova catapultati senza preavviso nella violenza più cupa, spietata, inesorabile.

Avviene proprio questo in Io sono la bestia. Michele Trevi, figlio di Mimì, un potente boss della SCU, si è suicidato. Pare che le ragioni del folle gesto siano riconducibili a Nicole, una compagna di scuola che dopo aver rifiutato il suo libro di poesie avrebbe anche riso di lui davanti a tutti. Adesso Mimì vuole vendetta e fa rapire Nicole, segregandola in una casa fatiscente nella sperduta campagna salentina. Il custode, Veli, rivede in Nicole la ragazza di cui è innamorato (Arianna, primogenita di Mimì) e tra i due nasce un rapporto insolito scandito da atroci silenzi e dolorose confessioni, mentre in un crescendo di suspense e colpi di scena si compie l’estremo disvelamento del male che alberga e prolifera ovunque nell’uomo vestendo spesso e volentieri le sembianze dell’amore.

Sullo sfondo baluginano poesia e musica metal, le principali passioni di Michele, che tracciano a tinte fosche il destino di un ragazzo dai gusti e dagli interessi non proprio comuni, doppiamente sfortunato in quanto nato e cresciuto ai margini di un’Italia forse troppo mediocre e arretrata, quasi disinteressata dalla scoperta di ogni forma di alterità che non sia previa, familiare e già collaudata emanazione della cultura pop (d’altronde cosa non lo è oggigiorno?), dove tirar fuori la testa dal branco per esprimere la propria personalità in modo diverso puoi pagarlo con il rifiuto e l’emarginazione.

Come ha accennato l’autore in diverse interviste, l’ereditarietà (se vogliamo della virtù, ma sostanzialmente del peccato) è una componente essenziale che si percepisce lungo l’intero arco della storia. Al morbo non c’è scampo. Ce l’hai addosso e per quanto tu possa cercare di lavarlo via, non verrà mai via del tutto. Resterà una macchia sbiadita, una traccia organica rilevabile agli ultravioletti, un marchio sulla carne che misura a ritroso la lunghezza della propria discendenza, tanto che c’è da chiedersi quanto noi stessi tramandiamo alle generazioni future o piuttosto ci limitiamo a prendere in prestito dai nostri figli.

 

L'autore







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