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Le Villi

Roberto Bernasconi | Racconti Mitici   12 Dicembre 2019   3 min.

 

“Supplichiamo la morte, oh Dèi,
come una rondine messaggera
che porta la Primavera
sui campi bagnati dall’ultima neve
sciolta.
Eccoci: numi immortali,
noi che abbiamo conosciuto il mondo,
infelice e felice,
sapendo una fine mai giunta.
Eccoci: spiriti,
un tempo donne mortali,
tradite due volte.
La nostra vita era sacra
più del nostro amore.
Ma siamo state spazzate via
sapendo un fine mai giunto: così, dal nulla.
Eravamo donne. Eravamo.”

 

Le Villi, nell’immaginario nordico che ispirò ai poeti l’inquietudine del romanticismo, erano creature simili alle Sirene della mitologia greca. Poiché non scelsero la loro condizione immortale in un mondo mortale, furono destinate a compiere il proprio destino in una danza senza fine, o in un canto perpetuamente nascosto dai suoni che vegliano l’oscurità della foresta. Il loro aspetto era terrificante: i pochi che le videro e che descrissero quei baccanali sotto la luna piena ricordano le squame che ne ricoprivano la pelle e un becco appuntito che spuntava là dove un tempo dovevano esserci due labbra umane. Eppure, quando sapevano di essere in presenza di una creatura vivente si nascondevano nella nebbia e i loro corpi assumevano forme gradevoli alla vista, forme di dee dell’amore e della bellezza, forme di ninfe che si specchiano nell’acqua ignare del mondo e dei suoi abomini. Ma loro erano nate donne, e non donne qualunque, ma giovani donne tradite – chi all’alba delle proprie nozze, chi mentre stringeva il frutto dell’amore congiunto al seno: tradite due volte perché, non sopportando il peso di una colpa non loro, si erano tolte la vita e svegliandosi si erano ritrovate, come esseri immortali, a scontare una pena ingiusta nell’ingiusta forma di arpie.
“Povere Villi, povere figlie mie” gridava loro la luna, che le aveva consolate con il dono di mutare a loro piacimento la natura – per mezzo di un ramo di biancospino – e la volontà degli uomini “non posso porre fine alla pena che vi affligge, così spietata, e che mai potrà rendervi soddisfatte di vivere eternamente come noi altri dèi. Ma, almeno, siate strumento della vostra giustizia!”

 

***

 

Ogni sera, ascoltando i pianti delle giovani mortali, le Villi seguono le note della loro tristezza fino alla casa delle fanciulle infelici, e posando una mano sulla spalla sinistra ne leggono il passato attraverso i pensieri che in quel momento scorrono come un fiume in piena, pronto a inghiottire gli argini del suo letto e tutto ciò che vi si trova vicino. Così, se dietro alla disperazione è nascosto il tradimento di chi diceva di amarle, esplodendo in una macabra danza, trascinano il colpevole nel luogo del loro ritrovo. Egli, chiamato dalla soave voce delle dee, ovunque si trovi, qualunque cosa stia facendo, la segue senza indugio in preda al delirio, e giunto sullo specchio d’acqua dove le Villi hanno pronto il patibolo si unisce alla loro danza, credendo di averle in pugno e di poter consumare con loro la notte migliore della sua vita. Ma quando il traditore riprende coscienza, quando le creature che gli volteggiano intorno si rivelano nel loro aspetto demoniaco, metà donne e metà mostri, ecco che le Villi si avventano su di lui con i loro becchi, facendo a brani il suo corpo. Sotto la luce della luna compiono, ogni notte, il loro sacro banchetto a nome della giustizia che mai ebbero dalla loro parte.

 

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