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Esse mi macilentano

Giulia Martini | Mia cara Signorina   7 Dicembre 2019   3 min.

 

Sul piano puramente umano, come se fosse inconcluso

il suo viaggio, gli dissi: «non tirare per la camicia

l’amicizia», «essa è definitiva». Se non fruttando

viaggi, se non sfruttando, togliti almeno la camicia

ch’io ne possa vedere il sudore.
E mi rispose: «se
tutta una linea è retta, chiara, se tutto il mio

appartenere è retto», ed io: «non solo sei sulla linea

retta che incurva, ma essa s’incurva, ti bacia la

mano». E lui rispose: «ma mi incammino furioso, inutilmente

ripenso alle tue parole».

 

«Esse mi macilentano».

                                                                                                     (Amelia Rosselli, da Serie Ospedaliera)

 

Questo testo rappresenta, all’interno della produzione di Amelia Rosselli, un unicum dialogico, in cui due enti testuali si passano la parola, alternandosi nell’enunciazione. Ma anche questo tentativo dialogato stinge in quello che sembra il grande proprium della Rosselli: la «rarefazione semantica» (La Penna), capace addirittura di invertire la tendenza centripeta del dialogo in una chiara ansia centrifuga.

Scendendo più a fondo: chi comincia a parlare è il personaggio che dice io («gli dissi»), rompendo all’improvviso con un’ammonizione («non tirare per la camicia / l’amicizia») subito ricostituita in una sorta di massima («essa è definitiva»).

Intanto, l’enjambement la camicia / l’amicizia, i cui due termini intrattengono un rapporto quasi di anagramma, rivela fin da subito la vocazione onirica di un dettato che sembra nascere, sostanzialmente, da se stesso, in un’autogenesi a cui forse si deve anche la costante dell’enigma e la cifra dell’indecifrabilità.

A quest’ammonizione/massima segue un discorso indiretto libero in cui il primo personaggio continua a rivolgersi, dentro di sé, al tu – ma i suoi pensieri rimangono uno statuto privato, che non arriva a essere condiviso o incluso nel dialogo.

Giunge a questo punto la risposta dell’interlocutore, che è una non-risposta, sia dal punto di vista sintattico – le sue parole sono la protasi di un periodo ipotetico – , sia da quello semantico, in quanto (apparentemente) dimentica del discorso sulla camicia e sull’amicizia: «se / tutta una linea è retta, chiara, se tutto il mio / appartenere è retto»; per cui in un certo senso sembra che l’io, riprendendo la parola («non solo… la mano»), quasi lo interrompa o gli parli sopra.

Senz’altro è da notare che, mentre c’era stato uno scarto abbastanza netto nel primo scambio fra i due interlocutori, in questo secondo c’è almeno una ripresa tematica: è l’idea, appunto, di una sorta di rettitudine a cui il tu sarebbe ascritto, che l’io conferma e allo stesso tempo smentisce («linea / retta che incurva, ma essa s’incurva»), concludendo su un’immagine sensualmente allusiva e, ancora una volta, straniante («ti bacia la / mano»).

Ma è l’ultimo scambio di battute (vv. 10-12) quello in cui chi scrive sembra tirare le fila dell’intero discorso. Di nuovo, l’interlocutore non si manifesta con una proposizione compiuta ma con un’avversativa: «ma mi incammino furioso»: il suo messaggio passa attraverso le condizioni del se e del ma, il suo è un codice condizionale, la sua funzione è il vincolo. E questo vincolo è in rapporto con le «parole» dell’io, a cui dice di ripensare «inutilmente», quasi consumando dentro di sé quello che consuma l’io stesso: «Esse mi macilentano».

Il breve scambio si chiude quindi con un avverbio e un verbo che chiamano in causa l’azione del logorìo, del logorìo interno, con uno slittamento notevole dall’area semantica iniziale, a cui afferivano verbi, aggettivi e nomi che contribuivano a un immaginario definito, nitido, pulito: «tirare», «definitiva», «linea», «retta», «chiara», «appartenere». Qual è dunque l’agente corrosivo di questo immaginario? Una proposta interpretativa potrebbe essere il tempo: il tempo come linea retta che incurva, su cui non ci si può far altro che incamminare, accettando i suoi omaggi inevitabili (avventi, ricorrenze) e inevitabilmente mortiferi.

Ma la Rosselli è una maestra dello sfuggire alla narrazione: ogni situazione vive di una scena incomprensibile, che fa emergere la sostanziale impossibilità della comunicazione. Sono le parole che macilentano.

 

L'autore







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