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Nuove voci raccontano: Sergio Calcagnile

Francesca Ghezzani | Nuove Voci Raccontano   3 Dicembre 2019   5 min.

 

“Nuove voci raccontano” questa volta vi parla di Sergio Calcagnile, in arte SiR j.
Nasce a Torino, ma vive a Milano, ama la lettura e la musica e dal 2018 entra a pieno titolo nel panorama editoriale italiano con Nonno Egeo, il suo primo libro di genere narrativa storica, e Lumina Tenebrarum, genere horror. Il 19 settembre scorso è uscito Uru, il suo terzo romanzo, edito dalla casa editrice Caosfera Edizioni.

 

Sergio, partiamo dal titolo… perché hai scelto di chiamarlo URU? Cercavi un semplice palindromo o dietro c’è ben altro?

Il titolo, oltre a essere un palindromo di cui, in verità, mi sono accorto solo in questo momento facendomelo notare, nasconde un qualcosa di estremamente tradizionale, di particolarmente “salentino”, aspetto questo che mi ha sempre affascinato e creato scompensi a livello emotivo tali da farmi viaggiare con la mente per minuti, ore, giorni. Soprattutto da bambino, attraverso i racconti delle tate, dei nonni, degli amici del luogo, mi venivano i brividi quando sentivo parlare dell’uru. Pochi giorni fa ne discutevo con mio padre e lui, diversamente dalle sensazioni da me provate, afferma che le storie sull’uru gli hanno sempre creato delle sensazioni simpatiche e giocose. Evidentemente, ognuno ha le sue sensibilità, legate soprattutto all’adolescenza, all’infanzia, periodi in cui determinati racconti, se narrati in un modo o in un altro, probabilmente generano effetti diversi per il resto della vita, innescando o meno il famoso “Babau” che conserviamo gelosamente nel nostro io. Andando a ritroso, ricordo che un pomeriggio, mentre il sole cominciava a tramontare e mi trovavo a parlare con un mio carissimo amico in Puglia, disteso nella terra rossa in mezzo alla campagna, costui mi indicò una costruzione fatiscente in cui affermava che fosse stato avvistato l’uru.  Rammento che la costruzione si chiamava “le quattro pizzure” e che all’epoca faceva davvero impressione in quanto lugubre, diroccata, infestata da fantasmi. Oggi l’edificio è stato totalmente ristrutturato, ma le fondamenta hanno conservato lo stesso antico aspetto. Se vi capitasse di fare un giro su internet, provate a darci un’occhiata e capirete. Chissà che da quelle “quattro pizzure” non possa venire fuori un bellissimo romanzo. Chissà…

Ci sveli la sinossi?

È alquanto semplice. Il protagonista, Roberto (nome che mi è sempre piaciuto e che avrei assolutamente preferito a Sergio), sposato e con una figlia, in crisi con se stesso, decide di trascorrere un tranquillo week end presso una sede monastica apparentemente sacra e silenziosa, sulle pendici delle Alpi. Dopo un primo momento di entusiasmo meditativo, comincia a percepire e rendersi conto di voci, luoghi, sensazioni che minano l’apparente sacralità di facciata. Dubbioso, viene raggiunto nel monastero da un caro amico che lo aveva consigliato sul luogo stesso, a sua volta animato da una carica giovanile incomprensibile, motivato a ispezionare a fondo alcuni posti del luogo benedettino per venire a capo di un antico segreto. Da qui comincia il viaggio nel terrore, riscoprendo antiche sensazioni sopite tratte, appunto, dalla tradizione salentina e attualizzate nel nostro contesto. Ma non voglio dire altro prima di svelare particolari che possano dar vita a deduzioni errate.

 

Perché sostieni che quest’opera sia nata da una personale crisi mistica e da tanta tenacia?

Il manoscritto è figlio di una personale crisi di mezza età (superata? Non superata? A voi la scelta), che ritengo passino tutti gli uomini dai 45 ai 50 anni circa e da cui non è facile risollevarsi se non attraverso emozioni molto forti. Quella esperienza per me lo è stata prepotentemente. Ricordo il week end in questione come un capitolo di vita unico e indimenticabile, attorniato da persone (monaci e fedeli) di rara razionalità e sensibilità. Grazie a quella brevissima esperienza cominciai a scrivere libri. Fu come se il Signore, dall’alto, mi avesse benedetto e dato la tenacia e il coraggio di portare su carta stampata le mie fantasie, i miei ricordi, la mia sensibilità, la mia vita. Auguro a tutti questa illuminazione “sulla via di Damasco”. Credo che ognuno di noi sia dotato di creatività e di senso dell’arte, chi più e chi meno. Magari è nascosta, sepolta sotto chili di scorza accumulata nel tempo, però prima o poi si rivela e fuoriesce come schiuma, strabordando in ogni dove, riempiendo ogni angolo di emozione vissuta. La tenacia è figlia di tante dimostrazioni di sfiducia vissuta sulla mia pelle e trasmesse da tante persone, anche da persone inimmaginabili. Alla fine, però, ha vinto la caparbietà e di questo vado assolutamente fiero.

 

Ci racconti come hai fatto a coniugare un’atmosfera religiosa e spirituale quale quella dell’ambientazione al più truce degli horror?

In verità non lo so neanche io. Diciamo che ho ammirato da adolescente “Il nome della rosa” di Umberto Eco, che mi trasmise un qualcosa di unico nella lettura. Forse attraverso quel libro (attenzione, dico libro più che film, nonostante quest’ultimo sia bellissimo) si intrufolò un tarlo nel cervello esploso poi in età avanzata. Chissà? Forse per questo, o forse semplicemente per aver vissuto quell’esperienza monastica e misteriosa. O forse perché mi piace da matti il contrasto “sacro e profano” attraverso cui i due poli si attraggono in modo totale. Credo che nell’horror il truce possa fare effetto solo se in compagnia di sensazioni semplici e infantili, altrimenti diventa tutto troppo scontato.

Sappiamo che il genere horror ti appartiene nel profondo, ma se “Uru” fosse una fiaba la storia che traslazione subirebbe?

Sarebbe un folletto simpatico e divertente, maligno ma non terribile e sanguinario, il quale potrebbe agire anche al fine di lanciare messaggi positivi. In verità la poesia da me citata in fase iniziale di canzone dal titolo omonimo così recita: “Antica leggenda contadina, che narra di un piccolo folletto salentino, che compare durante la notte quando uno ha brutti pensieri. Il folletto si chiama URU”.

 

Un’ultima domanda… ci racconti qualcosa in più dell’affascinante storia salentina?

Certamente. Premetto che io sono salentino di origine. Mio padre è nato a Carmiano, in provincia di Lecce, un paesino che si trova in piena campagna a pochi chilometri dal capoluogo. Il Salento, al centro del Tavoliere, è diviso in tre lingue di terra: alto, medio e basso. Per intenderci, nell’alto si trova Lecce, nel medio Otranto/Gallipoli, nel basso Leuca. È molto unito nei diversi territori, nel senso che i salentini non conoscono nord, sud o altro della propria terra. I linguaggi si assomigliano tanto. Una cosa che li unisce in modo particolare è l’origine, assolutamente greca. In queste lingue regnava la Magna Grecia. Prima di loro i Messapi, anch’essi di origine ellenica, su cui esistono leggende fantastiche che prima o poi metterò in un libro. Ecco, questa matrice greca si manifesta in modo eccezionale tutt’oggi nelle tradizioni, negli odori, nei sapori delle vivande, nel linguaggio. Insomma, almeno per quanto mi riguarda, ogni volta che mi recavo da bambino in queste terre (e come tutti sanno i bambini hanno sensibilità superiori a quella degli adulti) mi sembrava quasi di cambiare dimensione, cosa di cui mi rendevo conto quando facevo ritorno e mi ritrovavo poi nella triste città metropolitana, alla fine della vacanza.

Vorrei concludere questa intervista proprio regalandovi questa poesia, per voi appositamente creata, sulle esperienze vissute in Salento:

 

PIEDINI

A volte, di nascosto
dai miei genitori,
mi allontanavo, da solo,
poco lontano da casa.
Raggiungevo la campagna vicina,
e immergevo
i piedini in quella terra.
Una terra rossa, umida,
ricca e fertile.
E in quella posizione
rimanevo per ore e ore,
fantasticando
in quel mio piccolo mondo prezioso,
qualsiasi tipologia di sensazione,
riuscendo a sognare
a occhi aperti
le esperienze più magiche.
Poi, talvolta,
mi svegliavo,
e mi rendevo conto che
quella terra
non aveva mai smesso
di accarezzarmi dolcemente
i piedini,
avvolti dal suo caldo massaggio.
E io,
inevitabilmente,
ricominciavo a sognare…

(SiR j)

 

 

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