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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

La favola di Ariadne: Prologo

Roberto Bernasconi | La favola di Ariadne   29 Novembre 2019   6 min.

 

DRAMATIS PERSONÆ

 

 

un nunzio, da qualche commedia pseudo rinascimentale

AFRODITE

 

CORO di giovani ateniesi

ARIADNE

un SERVO

 

SANAE

EROPE

un FORESTIERO, ambasciatore del Re d’Egitto

un SATIRO, dal corteo dionisiaco

 

TESEO – DIONISO

 

***

 

SCENA

 

PRIMO EPISODIO, le porte del Labirinto a Cnosso
INTERMEZZO e SECONDO EPISODIO, l’isola di Nasso

 

***

 

Il sipario è ancora calato. Alcuni rumori fanno intendere che la scena si stia ancora preparando. Un fischio, e poi una voce, rompono il silenzio.

 

Cosa? Ma posso entrare vestito così? Lo so che non c’è tempo ma… E Il drammaturgo? non dice nulla?… Va bene! Va bene!…

 

Dalla fenditura del sipario entra il “nunzio”, vestito con abiti rinascimentali, sui quali spicca un grande sole di stoffa. Alla destra tiene un bastone. Tace per qualche secondo.

 

Signori miei, chiedo perdono per l’inconveniente. La commedia sarebbe dovuta iniziare pochi minuti fa, ma chi doveva occuparsi della scenografia ha deciso all’ultimo di dare forfait. Così, senza molte pretese, il regista mi ha chiesto di intrattenervi mentre sistemano le ultime cose. Non preoccupatevi, non sono qui per rovinare l’effetto sorpresa raccontandovi la trama dell’opera. Sto solo occupando del tempo che per quelli qui dietro è molto prezioso. Ma come posso annunciare la commedia in maniera originale, senza sembrare fuori luogo? Idea! Visto il mio costume, visto che oltre ad essere un attore sono anche un poeta nato, e che conosco l’autore dell’opera che state per vedere, posso declamarvela… con un sonetto! Ma no, non sarà noioso; dovete solo attendere qualche istante. Io trovo le parole, le rime, le metto in versi, conto le sillabe, gli accenti… dunque…

“A-mi-cheea-mi-ci-sta-per-co-min-cia-re…”
… uno, due, tre, quattro, cinque… sta-per-CÓ-min… dieci e undici. Sì, ci sono, ci sono! State bene attenti, signori! Ecco a voi una poesia degna della più bella tragedia di Shakespeare.

 

Pausa brevissima.

 

Ma vedo anche che qui dietro hanno già finito! Giusto in tempo per rubar loro qualche altro secondo…

 

Batte il bastone. Nel frattempo si apre il sipario. Buio sulla scena.

 

Amiche e amici, sta per cominciare
“La favola di Ariadne”, una commedia
che il suo poeta scrisse per affare,

non per ispirazione. Alla tragedia

 

si sentiva portato; infatti amare,

egli dice ogni tanto, non rimedia

nulla di buono se non un gran mare

di dolori e ben poche gioie, e in media

 

quasi tutti la pensano così;
ma dietro a tal pensiero v’è speranza

di veder realizzato il proprio amore,

di viver l’esistenza in una danza

come danzano mille colibrì.

Ed entri ora Afrodite col suo ardore,

 

ché annunzi qui, nel Prologo, il motore

che scuote le persone

di codesta commedia: la passione.

 

Esce.

 

 

INCIPIT FELICITER

 

 

PROLOGO

 

AFRODITE
Mi chiamano la Cipride perché
sulle coste dell’isola di Cipro
le ninfe accolsero il mio seno, nato
dalla spuma del mare. Infatti Crono,
quando detronizzò suo padre Urano,
fece a brani il suo corpo per poi sbatterlo
giù dall’Olimpo, pezzo dopo pezzo.
Il mare Egeo mischiò la schiuma bianca
col sangue fuoriuscito dal divino
membro, caduto in quelle stesse acque.
Così venni alla luce. Zeus, il nuovo
sovrano, mi ha incoronata signora
dell’amore, ponendomi sul capo
il diadema di mirto che accompagna
gli amanti nei loro luoghi segreti.

E quale dono poteva onorare
la mia infinita devozione a lui
che mi aveva condotta sull’Olimpo
per farmi dea incontrastata? Il dio Apollo,
che ebbe da Zeus il dominio del sole,
lo ringrazia ogni giorno con tramonti
felici. Atena, la sua prediletta,
gli è sempre a fianco a far guardia al suo onore
di dio. Hèrmes, figlio di madre mortale,
gli è servo sottomesso e a lui soltanto
rende culto devoto. Io non posso essere
da meno: e se il potere che conservo
mi ha resa la più alta tra le dee, allora
che il mio dono sia amore! E non l’amore
per una sposa fedele, che è amore
morto, ma un sentimento nuovo, giovane,
vitale.

Agenore, potente re
di Tiro, aveva una figlia di nome
Europa, bella sopra ogni fanciulla
che abitasse le case dei mortali.
Il re l’aveva promessa ai migliori
prìncipi, ai nobili della città,
temendo che con lei avrebbe avuto
fine il dominio della sua famiglia
su una città così ricca e potente.
Tutto questo per puro e sano egoismo.
Io, Afrodite, per impedire a un padre
di rovinare la vita a una figlia,
ho voluto sottrarla a quel destino.
Ma non per mano mia le spettò un fato
diverso, ma per mano del dio Zeus,

amante delle giovani mortali.

Avvenne poi che la giovane Europa
si trovasse per caso sulla costa
di Tiro da cui partono le navi
cariche di abbondante merce – preziosa
porpora non esiste che non nasca
lasciando il porto fenicio! La bella
giocava con le compagne quando
scorse a brucare l’erba il bianco toro
di cui il re degli dèi aveva preso
la forma. Europa, sconcertata, quasi
stupefatta di fronte alla bellezza
dell’animale, volle avvicinarsi.
A non molto servirono i richiami
delle ancelle preoccupate, dei servi
che nella propria mente presagivano
una disgrazia. Europa si era già

accostata a lui, e sopra la sua groppa
giocava ad imparare a cavalcarlo.
Approfittando della confusione
creatasi dall’imprudenza di Europa,
il toro-Zeus si alzò sulle sue zampe,
in volo, mentre tutti intorno a lui,
che portava con sé la loro bella
principessa, invocavano gli dèi.
Ma nulla: già il dio aveva lasciato
alle spalle la terra del re Agenore;
e con lui Europa, aggrappata alle corna
come se con esse fosse una cosa
sola. Giunti a Creta, sotto le foglie
di un platano, consumarono il loro
amore in un amplesso lungo dodici
giorni. E fu lieto Zeus, padre dei numi,
quando l’amata gli partorì tre
figli: Minosse, il maggiore, Dodone
e Radamanto. Questi, che Asterione,
re di Creta, adottò come suoi eredi,
alla morte del sovrano si fecero
guerra a vicenda; Zeus, che preferiva
per la sua terra il secondogenito,
fu costretto da Poseidone a cedere
il suo favore a Minosse, il quale
promise al re dei mari il sacrificio
del suo toro più forte qualora
fosse riuscito a vincere i fratelli.
Ma una volta che ottenne la corona
non prestò fede alla promessa fatta.
Io, Afrodite, regina dell’amore,
fui dunque obbligata a rendere giusto
un sentimento che in altri contesti
anche voi avreste giudicato insano.
La moglie di Minosse, figlia di Hèlios,
Pasifae, a causa dell’empietà dello
sposo, io stessa l’ho fatta innamorare
del toro che doveva appartenere
a Poseidone. Ma fu la follia
di lei, dimentica della sua origine
divina, a farla unire all’animale
con uno stratagemma ateniese
concepito nella mente di Dedalo.
In questo modo nacque il Minotauro,
terrore senza fine dell’intera
umanità. Minosse lo rinchiuse
nel Labirinto creato da Dedalo
nutrendolo col sangue degli ostaggi
che, per i loro debiti e la loro
debolezza, le terre sottomesse
dovettero alla sempre più potente
Creta. Tra queste Atene fu la prima
che di anno in anno diede a quel mostro
il fiore della stirpe di Erittonio,
per il delitto che il sovrano, Egeo,
commise contro la famiglia reale.

 

Ora, si è avvicinato il giorno di ogni
anno in cui Atene deve il suo tributo
alla terra dei natali di Zeus.
Ma questa volta non solo la nobile
stirpe è stata inviata tra le fauci
del Minotauro, ma anche Teseo, erede
del trono ateniese, figlio di Egeo,
si è immischiato nella faccenda. Eroe
dalla volontà di ferro, ha deciso
di offrirsi – vittima sacrificale! –
sperando che Minosse, avendo il figlio
del suo nemico tra le mani, provi
pietà degli altri ateniesi venuti
con lui, che li restituisca ad Atene,
e che il suo sangue ripari la lite
tra la sua città e la città del mostro.
Si dice che gli dèi siano crudeli
con gli uomini, perché di fronte a queste
ingiustizie, muti, stanno a guardare.
Può essere che sia accaduto in passato
che gli dèi si siano divertiti dinanzi
alle disgrazie umane; ma stavolta –
non so perché – mi sento di proteggere
quell’uomo senza recar danno
a lui o alla sua famiglia. E dunque, grazie
al mio dominio su ogni sentimento,
renderò Ariadne, figlia primogenita
di Minosse, sensibile al nemico
del padre, tanto che il suo debole cuore
sarà pazzo di lui. E penserà che gli astri
del firmamento abbiano scritti i nomi
di Teseo e Ariadne con lo stesso inchiostro.
In realtà non sarà così. E quando
Ariadne se ne accorgerà sarò
lì a consolarla con un nuovo amore.
Intanto avrà aiutato il suo Teseo
a sconfiggere il mostro e a scongiurare
un’ignobile morte. Ma ho già detto

troppo, amici!… Ah, volete che racconti
anche come si svolgeranno i fatti?
Ma questo è il compito dei nostri attori.
Io sono solo la sceneggiatrice:
il mio posto è lassù, a guardare e a ridere.

 

EXPLICIT

 

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