• La Redazione | Chi siamo | Newsletter

    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Salvador, il tempo e il formaggio

Maria Basso | Arte, Artifacts   5 Novembre 2019   3 min.

 

“Sono il primo a essere sorpreso e spesso terrorizzato
dalle immagini che vedo apparire sulla mia tela.”
[S. Dalì]

 

 

Era una di quelle solite sere d’agosto: faceva caldissimo. Quei momenti in cui l’afa ti si attacca addosso e sei lì lì per fonderti. Salvador si sentiva un po’ come quel formaggio Camembert che aveva sul tavolo di fronte: si stava sciogliendo e gocciolava. Nel giro di pochi minuti quella forma si sarebbe tramutata in una poltiglia giallastra. Secondi, minuti, ore. Una questione di tempo. Un tempo che è relativo, non qualcosa di fisso. Quel tempo che nei momenti di noia e angoscia non passa mai e che, invece, nei momenti di felicità e allegrezza va avanti troppo velocemente.

Era in quello stato di noia, reso più intollerabile dal caldo torrido dell’estate in Costa Brava. Gala, sua moglie, era andata al cinema con alcuni amici. La velocità in cui quel pezzo di formaggio si stava disintegrando era inversamente proporzionale alla velocità con cui andava avanti la serata del nostro protagonista. Una serata interminabile.

Il suono cadenzato delle lancette dell’orologio da parete pretendeva che si contasse il tempo in modo oggettivo, qualcosa che è in realtà prettamente soggettivo1.  Era apparentemente passata una mezz’ora da quando aveva guardato il quadrante: le 21:05. Accarezzandosi i baffi e tamburellando con le dita sul tavolo a cui era seduto, rialzò lo sguardo: le 21:12. Erano passati soltanto sette minuti.

“Quando un uomo siede due ore in compagnia di una bella ragazza, sembra sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa rovente per un minuto e gli sembrerà che siano passate due ore. Questa è la relatività.” [Einstein], disse due anni prima un singolare uomo dall’espressione e i baffi altrettanto singolari. Era vero! Se per il Camembert erano effettivamente passati sette minuti, perché logicamente parlando – con quel caldo – in sette minuti era già bello che sciolto, per Salvador, dall’altro lato, la combinazione di noia, calore, solitudine, aveva reso quei sette minuti lunghi una mezz’ora.

«Vado a dormire», disse tra sé ad un tratto.

Si alzò e si diresse verso la cucina della sua piccola cabina da pescatori a Port Lligat. Tornò in salotto portando con sé un cucchiaino e un piattino. Si mise a sedere sulla poltrona e, un po’ pendente a destra, vi si appisolò. Posizione assai scomoda! direte voi, ma in quel modo riusciva a tenere il braccio destro penzoloni. E il perché è presto spiegato: poco prima aveva adagiato il piattino sul pavimento, accanto alla poltrona; il cucchiaino nella sua mano, perpendicolare al recipiente2.

Alla noia di quei sette minuti durati mezz’ora si contrappose la dimensione onirica in cui tutto è possibile; lì i viaggi lunghi potevano durare anche soltanto un secondo. Ci si poteva ritrovare nel passato e subito dopo nel futuro, poi di nuovo nel passato. Non c’era logica di successione. La velocità e la lentezza si fusero, come si era fuso poco prima il formaggio; Salvador era finito in un tempo non scandito, non calcolato, lontano da una società in cui tutto era collegato all’orologio, ai programmi, alle scalette, al tempo speso e al tempo perso. Il suo viaggio sarebbe durato poco o tanto, sarebbero passati cinque minuti o mezz’ora: tutto dipendeva da cosa avrebbe fatto e visto.

Si ritrovò in una landa desolata, una veduta onirica di Port Lligat; si potevano scorgere sullo sfondo gli scogli e il mare. Gli si formarono vividi i ricordi richiamati dalla memoria che ben presto si tramutarono in un ramo di ulivo spoglio, un blocco di legno e un qualcosa che ricordava un lenzuolo – ma anche una palpebra chiusa – sui quali erano adagiati degli orologi in uno stato molto simile alla forma di Camembert. Su un orologio vi era una mosca, un richiamo a ciò che effettivamente è il tempo, qualcosa che imputridisce, che resta lì. L’orologio molle indicava la difficoltà di scandire il tempo legato alla memoria, a cose del passato. Una volta va veloce, un’altra volta resta fermo. Un altro orologio, invece, stavolta nella sua forma solita, era attaccato da formiche: la più grande fobia del nostro protagonista. In quel caso il tempo lunghissimo riusciva a scandirlo bene, l’attesa, nella la speranza che sparissero, risultava interminabile.

Il caro Salvador si svegliò al Tin! del cucchiaino caduto sul piattino. Con le immagini ancora vivide, non fece caso all’ora. Si alzò, tavolozza e pennelli alla mano, e iniziò la sua creazione, ignorando il mal di testa intenso che lo tormentava.

Dipinse febbrilmente e tutto gli si mostrò sulla tela in men che non si dica; il lavoro era concluso.

Gala, nel frattempo, era tornata a casa. Erano passate due ore.

 

 


1 Sigmund Freud
2 Avvenimento di pura fantasia. In uno scritto dello stesso Dalì, quella sera, l’artista ebbe l’illuminazione chiara di ciò che avrebbe dipinto, senza andare a dormire.

L'autore







Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

7 + 7 =


 

È vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma.
È vietata la redistribuzione e la pubblicazione dei contenuti e immagini non autorizzata espressamente dall’autore.

Se riscontri problemi con il sito web, contatta il webmaster.

redazione@ilraccoglitore.com

 

Ti piace scrivere?

il Raccoglitore è qui per raccogliere storie! Se vuoi inviarci la tua candidatura, scopri come fare.

Scrivi con noi

Newsletter

il Raccoglitore 1.0 © Copyright 2019 - martedì 12 Novembre, 2019 17:23