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Di chi è questo odore?

Giulia Martini | Mia cara Signorina   2 Novembre 2019   3 min.

 

«Di chi è questo odore?» «Questo odore
è del sambuco.» «Del san cosa?» «Del sambuco,
d’una pianta diversa dal pino sotto cui siamo passati
tante volte in questa falsa estate;
coi fiori del sambuco la nonna, la nonna Maria,
faceva la gazosa.» «Sì, è morta.»

 

(da Giorgio Orelli, A Lucia, poco oltre i tre anni, in Sinopie, ora in Tutte le poesie,
Milano, Mondadori, 2015)

 

*

 

Questo testo sembra rappresentativo di una caratteristica orizzontale dei frammenti dialogici nella poesia di Giorgio Orelli: l’epifania del niente.

Come spesso accade, i due interlocutori si ricostituiscono nel binomio relazionale padre-figlia; altra situazione tipica è una sorta di innocenza iniziale, innocenza dello scenario, che senz’altro contribuisce a far risaltare il rovesciamento luttuoso della codata finale. Un altro esempio potrebbe essere Dal buffo buio, tra le poesie più note di Orelli:

 

[…]
Vedo un battello morbido
Vedo te ma non come attraverso
il cono del gelato»

«E poi?»
«Vedo una cosa che cominica per GN»
«Cosa?»
«Gnente»

 

Nel caso di A Lucia, poco oltre i tre anni, il botta e risposta iniziale, «Di chi è questo odore?» «Questo odore / è del sambuco.», suggerisce il contesto di un’estiva passeggiata amena, di una spinta conoscitiva, di un’esuberanza di vita subito ombrata dal fatto che Lucia non conosce la parola sambuco: «Del san cosa?». Il padre ripete quindi la parola, ma con un’attenzione nuova – e di fatto la sua lunga risposta costituisce il corpo centrale del dialogo e occupa quasi cinque versi pieni dei sei versi totali.

Ma la sua lunga – in proporzione – risposta, che potrebbe essere scambiata per generosità pedagogica, è un vero e proprio flusso di coscienza, un’intermittence du coeur: l’odore del sambuco lo riporta, infatti, prima alle altre recenti passeggiate in compagnia della figlia, quindi alla gazosa che la madre usava preparare: «coi fiori del sambuco la nonna, la nonna Maria, / faceva la gazosa».

Ed ecco la codata finale: all’evocazione della nonna, la poco più che treenne Lucia chiude lapidariamente «Sì, è morta», con una battuta che arricchisce il suo personaggio di un interesse nuovo: la bambina diventa annunciatrice di morte, probabilmente di una morte non ancora elaborata dal padre stesso (come si presagisce dall’aggettivo falso riferito allo scorrere del tempo e dall’insistenza nominale nella designazione della madre). Lucia, che non sa cosa sia il sambuco ma sa che la nonna è morta, diventa rivelatrice del lutto: è per suo tramite che l’epifania del niente (e della morte, sua declinazione) agisce.

A questo proposito, viene in mente il celebre incipit bassaniano del Giardino dei Finzi Contini, dove un compito del tutto equivalente viene affidato all’altrettanto giovane Giannina, che sortisce sul personaggio che dice «io» lo stesso «effetto déclencheur della proustiana madeleine» (Dolfi, 2016). Inoltre, anche nel libro bassaniano l’antefatto era quello di una – almeno inizialmente – piacevole e svagata «domenica d’aprile […] durante una delle solite gite di fine settimana», che ha come destinazione finale la necropoli etrusca di Cerveteri:

 

«Papà», domandò ancora Giannina, «perché le tombe antiche fanno meno malinconia di quelle più nuove?»
[…] L’interpellato ingranò la seconda. «Si capisce», rispose. «I morti da poco sono più vicini a noi, e appunto per questo gli vogliamo più bene. Gli etruschi, vedi, è tanto tempo che sono morti» – e di nuovo stava raccontando una favola – «che è come se non siano mai vissuti, come se siano sempre stati morti». Altra pausa, più lunga. Al termine della quale […] toccò a Giannina impartire la sua lezione.
«Però, adesso che dici così», proferì dolcemente, «mi fai pensare che anche gli etruschi sono vissuti, invece, e voglio bene anche a loro come a tutti gli altri».

 

Nel testo di Bassani quanto in quello di Orelli dunque, scatta lo stesso rovesciamento finale: Giannina quanto Lucia hanno non solo il merito di ‘porre la questione’ ma anche di centrarla davvero, senza permettere ai padri di sviarne.

 

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