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Bello il velluto, però non tiene caldo

Giulia Martini | Mia cara Signorina   2 Ottobre 2019   5 min.

 

– Bello il velluto, però non tiene caldo.
– Perché non tiene caldo? È così erto!
– Com’è il velluto, di lana o di cotone?
– È di cotone, ma a volte anche di lana.
5– Anche il cotone volendo tiene caldo.
– Ma non avresti del peperoncino?
E ciabatta ciabatta per le scale…
Andiamo, non si resta. Qui non si resta.
Eh no, qui non si resta.
10Perciò andavamo per le strade alla vendetta.
Voglio vendetta, mi bucano le gomme,
cinque gomme bucate in dieci giorni.
Prima due, poi una e poi altre due.
Pagherò l’agenzia investigativa
15voglio vederlo in faccia quel bel tipo,
poi lo fermo lo guardo e neanche parlo
lo guardo solo, lo guardo e lo riguardo.
E lui che fa? Arrossisce, balbetta, si difende?
Si squaglia, si scompone, si nasconde?
20È per vedere questo che passerò all’azione.
E se dicesse – Aò, che vòi da me, oggi te rode?

 

(Patrizia Cavalli, Pigre divinità e pigra sorte, Einaudi, 2006)

 

*

La struttura di questo componimento, uno dei più noti di Patrizia Cavalli, è idealmente tripartibile in due scenette, unite dal passaggio dei vv. 7-10. Mi limito qui ad analizzare la prima (vv. 1-6): un veloce botta e risposta fra due personaggi non identificati, per quanto contestualizzati fra un androne e un pianerottolo (come specifica il v. 7.); chi scrive si limita a registrare i loro sprazzi di conversazione, senza alcun intervento, sul modello di Lundi Rue Christine di Guillaume Apollinaire:

 

[…]
Louise a oublié sa fourrure
moi je n’ai pas de fourrure et je n’ai pas froid
le Danois fume sa cigarette en consultant l’horaire
le chat noir traverse la brasserie.

 

Ma il loro veloce scambio, apparentemente slegato e privo di senso, ruota intorno a un grande tema di Pigre divinità e pigra sorte: il caldo, sempre connesso a uno stato di grazia, qui declinato nei termini del «velluto» e del «peperoncino», che cooperano per vie diverse alla temperatura corporea: il primo dall’esterno, vestendosene, il secondo dall’interno, ingerendolo. Ancora, il sintagma «tiene caldo» viene ripetuto tre volte nel giro di sei versi: le prime due in riferimento al velluto e a seguito di una negazione («non tiene caldo»), cioè negando o mettendo in dubbio che un tessuto propriamente invernale come il velluto riscaldi; la terza in riferimento al cotone e in una proposizione affermativa, sostenendo che una fibra tradizionalmente leggera e estiva come il cotone, invece, lo faccia.
Sempre su questa linea, il velluto sembrerebbe soggetto a un’ambiguità materica, a una confusione tipologica da parte dei due anonimi interlocutori, che non saprebbero risolversi sulla sua natura: «– Com’è il velluto, di lana o di cotone? / – È di cotone, ma a volte anche di lana». Eppure il cotone è oggi il materiale più diffuso nella produzione del velluto, nonostante esistano anche velluti di lana e di seta: chi dice dunque che il velluto «[è] di cotone, ma a volte anche di lana» non solo dice il vero, ma dimostra anche di essere un fine conoscitore dell’industria tessile.
Al di là di questi dati oggettivi, la breve conversazione sembra alludere a due temi cari alla Cavalli: il malinteso e il discorso amoroso. Il malinteso emerge soprattutto nei primi due versi: «– Bello il velluto, però non tiene caldo. / – Perché non tiene caldo? È così erto!». Come si vede, le due battute intrattengono un rapporto di tipo chiasmico: nella posizione centrale infatti viene ripetuto il sintagma «non tiene caldo», mentre ai margini ci sono due aggettivi, «Bello» e «erto». Ora, il punto sembra che nessuno di questi tre domini (cioè la bellezza, che riguarda la vista; il calore, afferente alla temperatura; e l’essere erto, che pertiene all’esperienza e di solito si usa per una salita particolarmente ripida e faticosa), nessuno di questi tre domini intrattiene un rapporto consequenziale con gli altri due – ma tutti sono legati fra di loro da dei connettori logici come se fossero equivalenti l’uno dell’altro: «però», «Perché», «così». In altre parole, l’ipotetico interlocutore A esordisce dichiarando una propensione estetica per il velluto, nonostante non tenga caldo: quasi le due qualità potessero o dovessero essere connesse, che è un po’ come dire, ‘buona la cioccolata, però non è celeste’. A quest’affermazione, l’ipotetico interlocutore B reagisce stupito, spostando il punto su un altro livello ancora: ‘strano che il velluto non tenga caldo, dal momento che è così ripido’.
Tale procedimento non è nuovo nella poesia della Cavalli, che anzi prende spesso spunto dai meccanismi inconsci o occulti che fanno scattare le situazioni o i sentimenti; e non è nuovo neanche il fatto che questo procedimento venga declinato nei termini di un malinteso o di un’offerta che non corrisponde alla domanda.
Per quanto riguarda l’allusione al tema del discorso amoroso, sembra affidata soprattutto al v. 5: «Anche il cotone volendo tiene caldo». Intanto, quel «volendo» alluderebbe al cotone come a una materia di ripiego, a una seconda scelta; come a dire che anche gli amori più disimpegnati, le cosiddette ‘storielle’, possono comunque tenere caldo, offrire cioè una qualche forma di ristoro. A rileggere il dialogo sulla scorta di quest’interpretazione, di nuovo il v. 2 («Perché non tiene caldo? È così erto!») farebbe riferimento al rapporto tra piacere e tormento all’interno di una passione amorosa, senza mettere in dubbio che i due valori siano proporzionali: all’interlocutore B non torna, quindi, che a un intrigo tanto tormentato («È così erto!») non corrisponda una quantità di piacere equivalente («Perché non tiene caldo?»); e infatti, il v. 5 è pronunciato dall’interlocutore A, che riprende direttamente il sintagma del v. 2.
Persino il grande tema del discorso amoroso, quindi, viene sottoposto ai termini di utilità e disutilità; chi scrive sembra aspirare a qualcosa di funzionale: non il ‘cappotto elegante’, ma il cappotto con le tasche cucite al punto giusto; non il ‘bel velluto’, ma il cotone che «tiene caldo». Ma questa declinazione del rapporto di coppia, a cui l’ultima raccolta, Datura, riserva la sezione Il conveniente amore, compariva già in L’io singolare proprio mio:

 

Lucia, Giovanna, Antonia, Giuseppina,
neanche le conosco, chi saranno?
Lasciamo stare, rinunzio, non è il caso.
Magari sono belle, dolci e ardite.
Ma non ci credo. E poi che me ne faccio?

 

Infine, i due motivi del malinteso e del discorso amoroso si riunirebbero in un altro grande topos della Cavalli: le scale. L’oggetto delle scale infatti, nel corso delle varie produzioni, viene configurandosi come metafora privilegiata della vita e della morte. In Bello il velluto, le scale rendono perfettamente il fatto che i due interlocutori seguano un filo logico comune (infatti le loro battute, si è visto, sono solo apparentemente slegate e prive di senso); ma anche il fatto che comunque non si trovino mai sullo stesso piano: le risposte che si danno non sono mai del tutto equivalenti, ma c’è sempre un piccolo scarto. E proprio questo scarto, nella poesia della Cavalli, è sempre connaturato al discorso amoroso, come il diverso grado di apertura di «Io qui. Tu là. / Tu lì. Io qua».

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