• La Redazione | Chi siamo | Newsletter

    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Lilith

Roberto Bernasconi | Altri Racconti Mitici   26 Settembre 2019   10 min.

 

Lilith è un demone della cultura mesopotamica, menzionato anche nell’Antico Testamento della Bibbia. Nella mitologia ebraica divenne la prima moglie di Adamo, ripudiata perché aveva negato di sottomettersi alla sua autorità. Nelle Scritture questa tradizione non è riportata – fatta eccezione per qualche piccolo accenno nei primi capitoli della Genesi), ma viene ripresa esplicitamente nei testi cabalistici più importanti.

 

In principio, quando ebbe comandato che sulla Terra esistessero i mari, gli alberi e le creature che in essa hanno compimento, Dio plasmò dalla polvere del deserto due corpi informi, ci soffiò sopra il Suo spirito e generò i primi esseri umani. Poiché nulla era stato creato che fosse così perfetto, così simile a Lui, li condusse nel meraviglioso Giardino che aveva posto al centro di quattro fiumi, circondato da mura di fitta vegetazione; le gazzelle e i leoni vi giocavano a rincorrersi, non come preda e carnefice ma come amici, come spiriti affini, e il cespuglio di rose vi cresceva abbracciando il fico senza ferirlo con le sue spine. “Ecco, figli miei, il vostro regno per l’eternità! Ma l’eternità va in frantumi facilmente quando si violano le sue leggi. E dove non c’è eternità ci sarà la morte ad attendervi. Badate bene alle mie parole: darete un nome a tutto ciò che esiste nel mio Universo a patto che vi sia sottomesso. Potrete dire che questo è un albero, oppure chiamare cervo quell’animale che, voltando la testa all’indietro, mostra i palchi incrostati di muschio; ma la vostra bocca non è degna di nominare ciò che non vi appartiene, ricordàtelo bene! L’uomo che Io ho tratto dalla polvere e la sua compagna, plasmata nella medesima terra, non siano motivo di scandalo nel Mio Giardino! Siate riconoscenti al Signore del vostro debito verso di Lui!” Era il settimo giorno: Dio tornò a sedersi sul suo trono regale, in Cielo, al di là della schiera dei Serafini, lasciando che l’Universo festeggiasse la sua creazione.

Nel Giardino dell’Eden non c’era posto per la sofferenza, ma ogni cosa vi avrebbe trovato il proprio motivo d’essere. La tigre non sapeva che l’agnello le sarebbe sembrato succulento se per caso ne avesse assaporato il giovane sangue; continuava a ruminare l’erba con le sue enormi fauci. Accanto a lei stava distesa la lepre, a godersi il Sole di una primavera immortale. Tutte le creature vivevano la loro perfezione in maniera inconsapevole.

Nel sottosuolo si era già aperta la voragine dell’Inferno: i demoni vi avevano trovato rifugio dopo la cacciata dal Cielo. Non si arresero mai alla loro ribellione. Eppure Lucifero, comandante della legione demoniaca, – che scelse di rinominarsi Satana, o anche principe delle tenebre – non avrebbe vinto Dio, se non fosse che Dio stesso avesse aperto uno spiraglio nei due esseri posti al vertice del creato, al di sotto degli Angeli, dei Troni, delle Dominazioni e degli altri abitatori del Cielo che sono puro spirito, e che Dio non formò dalla polvere per tenerli sotto la minaccia della morte. Essi, come gli abitatori del Cielo, sarebbero stati corruttibili alle parole, pensò Satana, e gli sarebbe stato facile portarli alla perdizione, lontani dal loro Signore fino alla fine dei tempi.

E fu così che il principe delle tenebre mandò, dove sorgeva l’Eden meraviglioso, due suoi seguaci, nelle vesti di angeli. Questi non furono riconosciuti come demoni dalle altre creature del Giardino, né dagli angeli di guardia con i quali avevano combattuto, poco tempo prima, ai confini del Paradiso celeste. Non c’era timore che l’occhio di Dio potesse riconoscerli, poiché dall’alto del Suo trono non li avrebbe scorti. Camminando tra i numerosi sentieri del Giardino i demoni videro l’uomo e la sua compagna aggirarsi tra i gigli e le rose mentre dialogavano, tenendosi stretti l’uno all’altra; c’era disinvoltura nella loro nudità. Le mani dell’uomo sfioravano il fianco di lei come in un abbraccio fraterno, senza malizia, senza volontà di possederla. Gli sguardi si incrociavano, a volte guardavano a terra innocentemente – Dio aveva davvero generato l’uomo a Sua immagine.

“Mio sposo!” disse lei, non appena le volò davanti una strana creatura dalle ali variopinte “Come la vogliamo chiamare, guarda! Non sembra che il Sole le abbia fatto dono dei colori dell’alba? Certamente è più bella di tutti quei colori che hanno vestito il cielo, stamattina! Io avevo pensato…”

L’uomo la interruppe “Luce astrofiammante sarà il suo nome.”

“Luce astrofiammante?”

“Ricordano il Sole, come hai detto tu, e quell’immagine, quei colori superbi! Sembra quasi una stella.”
“Perché non la chiamiamo Farfalla, invece?!” replicò lei “Sì, farfalla: non suona bene? Fammi felice, mio dolce sposo! Luce astrofiammante… Trovo che sia stupido dare a un essere tanto piccolo un nome così solenne.”
“Va bene, va bene, sarà una farfalla.” disse, con un tono di pacata rassegnazione.
E l’uomo, dopo averle baciato la fronte, andò a cercare delle bacche che aveva assaggiato il giorno prima. Crescevano alle radici di un albero, un poco distante da quel luogo. La sua compagna seguì la farfalla che si era posata sulla corolla di un fiore, accanto a un’ape che ne stava succhiando il nettare, e che le aveva fatto spazio spostandosi con le sue piccole zampe; poi si sedette sulle sponde del ruscello lì vicino. Ebbe un sussulto quando gli occhi si fermarono sul suo riflesso ondeggiante – non si era mai vista prima di quel momento. Capì l’origine di quel prodigio alzando il braccio per coprirsi gli occhi dallo spavento: la mano specchiata sulla superficie si era mossa in contemporanea alla sua. Le parve molto strano che potesse rimirarsi attraverso l’acqua, ma in un istante prese confidenza con la nuova scoperta. I due osservatori venuti dagli Inferi avevano veduto tutto questo da lontano, e decisero di avvicinarsi a lei nel loro travestimento.

“Hai scelto bene, sposa dell’uomo. Come si sarebbe potuta chiamare Astro fiammante una simile creatura?” – uno dei demoni l’aveva interrotta mentre si pettinava i capelli specchiandosi nell’acqua cristallina – “Dovresti consigliarlo tu stessa, il tuo compagno. Altrimenti per cosa dovresti esistere?”

“In verità, creature divine, è già così… Ma vi assicuro che, se ci sarà ancora qualcosa da nominare, farò sentire nuovamente la mia voce.”

Il demone rispose con un inchino. “Una l’abbiamo già di fronte ai noi.” intervenne il secondo. “Non mi sembra che tu sia stata chiamata.”

“Ah, no.” rispose la sposa dell’uomo “Ma non ha importanza. Quando l’uomo tornerà gli chiederò di darmi un nome, e qualunque esso sarà io l’accetterò di buon grado.”

“Non puoi deciderlo tu?”

“Il Signore è stato molto chiaro con noi. Ha detto che non dobbiamo nominare ciò che non ci appartiene, altrimenti la pagheremo cara e faremo ritorno alla polvere.”

“Ma perché” replicò il primo demone “l’uomo si chiama uomo, e invece tu non ti chiami affatto? Che Dio si sia sbagliato?”

“No, non lo credo possibile. Penso invece che il Signore abbia voluto affidarmi nelle mani del mio sposo perché fossi veramente sua: non ho un nome, ma avendo io posto sotto la sua ala è chiaro che dovrò riceverlo dall’uomo il mio nome, non da altri.”

“Eppure siete stati entrambi creati dalla terra, senza che fosse dato un segno di differenza l’uno dall’altra.” disse il secondo “Il Signore ti ha lasciata libera nel Suo Giardino come lasciò libero l’uomo; e l’uomo ha avuto il senno di ascoltarti, il più delle volte – consapevole della vostra uguaglianza probabilmente. Ma comunque tu non affidarti a lui se non sei sicura che lui stesso si affiderà a te! Rifletti bene prima che qualcuno arrivi a scrivere, nero su bianco, che è doveroso non ascoltare la compagna dell’uomo, e che è lecito, invece, trattarla come se avesse colpa nei confronti dell’intera umanità. Coloro che verranno dopo di te, se verranno, sconterebbero a causa tua una pena che Dio non ha mai deciso, attribuendola alla Sua bocca.” La compagna dell’uomo avrebbe voluto replicare a queste parole, ma i due angeli erano già scomparsi.
Il suo sposo non era ancora tornato, e poiché la mente è solita giocare nella solitudine, facendo scorrere i pensieri con più energia e più angoscia, ella pensò a quanto era stato detto poco prima. Alla fine convenne con i ragionamenti delle creature divine e decise che ne avrebbe parlato con il suo sposo. “È sacrosanto,” ripeteva, “è sacrosanto che io abbia un nome scelto da me. Non sono tanto diversa dal mio compagno, e lui lo sa bene. Ma non devo preoccuparmi. Mi capirà… Mi capirà, ne sono sicura! Dio non mi ha forse creato con lui perché gli fossi accanto? Accanto, dico, non sottomessa.” L’uomo tornò e condivise con lei i frutti che aveva trovato.

Passò anche il secondo giorno. La Notte era scesa sulla terra, e tutto il Giardino cadde in un sonno profondissimo. I due umani erano sdraiati su un prato: aspettavano di addormentarsi sotto le stelle. Tutti i pensieri, tutti i ragionamenti appena passati tornarono nella sua mente, e lei non fu capace di trattenerli. Erano pronti a venire alla luce, a trovare risposta nella bocca del suo amato compagno. “Mi capirà, mi capirà, ne sono sicura…” La sua volontà reclamava quell’istante, senza attesa. E cosa avrebbe dovuto attendere? La pietà di un uomo? La sua assoluzione? Il suo consenso? No, lei era nel giusto, anche di fronte a colui che l’amava e che l’avrebbe amata per sempre. Fece un sospiro, poi parlò.

“Oggi, anima mia, due creature del Cielo si sono avvicinate a me per parlarmi.”

“Erano due angeli?” chiese l’uomo.

“Fa’ attenzione, non vorrei che, nominandoli…”

“Stai tranquilla, Dio non ci sentirà. Che ti hanno detto?”

“Qualcosa a cui avremmo dovuto pensare entrambi.” replicò lei “Mi è stato facile comprendere, poi, quanto sia importante la circostanza delle nostre origini.”

L’uomo si stupì. “E come mai hai pensato a ciò?”

“Capita, sai, di riflettere.”

Nel frattempo entrambi si erano levati da terra. La conversazione aveva acceso nell’uomo una curiosità tale da allontanare il sonno da lui.

“Non sempre i problemi si palesano dinanzi ai nostri occhi. Spesso devono essere cercati, in qualche modo… Spesso vengono scoperti dalle parole di chi sa guardare oltre l’apparenza. In questo modo” continuò “io ho compreso. Ho compreso che è stata compiuta un’ingiustizia nei miei confronti. Tu sai di cosa sto parlando, ne sono convinta.”

“Veramente no, mia sposa, anima mia…” rispose l’uomo.

“Ah, non è la risposta che mi sarei aspettata da te.”

“Perdonami, allora!” disse, prendendole la mano, “Dimmi, chi denuncerò a Dio Onnipotente per l’affronto che hai dovuto subire, qualunque esso sia? Chi è? un angelo? una bestia? uno spirito delle foreste?”
“No, nulla di tutto questo.”

“Allora di che stai parlando?” chiese l’uomo.

“Non devo indugiare, giusto? La fiducia che ripongo in te, mio amato, anima mia, è più forte di qualsiasi paura.”
Ma le fu irrimediabile tacere qualche secondo, attendere che il venticello appena levato sopra le loro teste si placasse un po’, prima di continuare.

“… Dunque che devi dirmi?”

“Quando i due angeli mi hanno rivolto la domanda non ho esitato a rispondere…”

“Quale domanda?”
“… E non avrei potuto dar loro una risposta migliore, davvero. Ma a quanto pare nulla è veramente inconfutabile; c’è sempre qualcuno capace a distruggere ogni singola ragione per far prevalere la propria – o la verità, in questo caso. Così io credo, credo alle parole di due esseri venuti dal Cielo. Ci credo profondamente. E come potrei negare di aver riconosciuto grazie alle loro parole ciò che mi rende me stessa? Sarei una bugiarda se ti dicessi che senza di loro non avrei compreso di essere nata con te e di meritare, da Lassù e da quaggiù, la libertà di vivere il mio privilegio.”

“Il tuo privilegio?”

“Il privilegio di essere nata a immagine di Dio, come te.”

“Non sei libera ora, come Egli ebbe comandato?” chiese l’uomo, confuso dalle sue parole.
“Non avrei colto la ragionevolezza dei miei dubbi altrimenti. Siamo nati dalla polvere del deserto; a entrambi fu soffiato il seme della vita, la ragione del nostro essere. Eppure mi fu negata l’esistenza che Dio stesso si premurò di infondermi.”

“Che dici mai?”

“Il tuo amore per me può capire, mio sposo. Ascoltalo! Per quale ragione, tu che sai, tu che solo puoi comprendermi, non ho un nome a cui possa appellarmi? Come mai Dio ti creò col nome di uomo, mentre a me si rivolse chiamandomi la tua compagna? o la tua sposa? o la tua anima? Davvero dovrò essere conosciuta per il mio legame con te? Dove sono io, mio amato, dove sono? Nei tuoi abbracci? Nei tuoi baci?… Quando sto sola e le creature mi si accostano, e mi si addormentano in grembo, sentono il mio calore, toccano la mia pelle. E non dubitano della mia esistenza.”

“Ed io? Pensi che, al di là del giusto, non ti abbia considerata?”

“Dimostramelo, dunque!” parlava come se la fiamma della vita le si fosse accesa soltanto in quel preciso istante. “Dimostramelo, fa’ che la mia esistenza non sia vanificata! Sai che non c’è differenza tra noi; sai che ci sono molti motivi per sostenerlo e nessuno per negarlo. È la terra per prima a gridare la nostra origine comune.”
Ci fu silenzio per qualche secondo. I due non si sfioravano; né i loro sguardi si rivolsero l’uno agli occhi dell’altra. Bastò così poco a placare il sentimento di reciproco amore e a trasformarlo in disincanto.
“… Io avrei dovuto farlo, avrei dovuto farlo prima che potessi accorgertene.”

“Che significa?” replicò lei “Che significa che avresti dovuto farlo tu?”

“Non riesci proprio a immaginare?”

“Eccome, ma non penserò che tu abbia ignorato le mie parole, finora! Voglio credere di sbagliarmi.”

“Credi a ciò che vuoi, ma la realtà è ben diversa.”

“Allora parla! Ingannami, o deludi le mie speranze!”

“Faccio solo ciò per cui sono nato, ciò per cui Dio ha speso le Sue parole.” disse l’uomo “Essere il vertice della Creazione non è il frutto della mia volontà. Ricordi? ‘La vostra bocca non è degna di nominare ciò che non vi appartiene’. Ho scelto di mantenere fede alla sacralità di questo comandamento.”
“Ricordo bene: io ero lì! Ero lì accanto a te, davanti a Lui. Le Sue parole di certo non mi sarebbero potute sfuggire…”
“Dunque non c’è nient’altro da discutere. Presto anche tu avrai un nome, e sarà il più bello di tutti, ma sarò io a deciderlo!” – era sicuro che la sua sposa avrebbe assentito alle sue parole.

“Tu, non io?”

“Io, sì! Ciò che ho udito dalla bocca di Dio vale molto di più di ogni altra cosa.”
“Non accetterò mai! Pensi che potrò mai dimenticare chi sono, e da dove sono nata? Lo pensi davvero?”
“Ahimè, sposa mia! Ti sei fatta ingannare dalla voce melliflua di quegli ‘angeli’… Ma ormai ho ragione di dubitare della loro stessa essenza.”

“Ma che importa?” disse lei “Non guardo alle loro parole, guardo a ciò che hanno generato nel mio animo! E ho motivo di ringraziarli, sia che essi siano venuti da Dio, sia che essi siano stati inviati dal principe delle tenebre, come il Signore ha voluto chiamarlo! La ragione della mia esistenza la troverò per conto mio, nel mio nome. La mia bocca sarà la prima a pronunciarlo.” Guardava il cielo e la Luna; entrambi sembravano voler benedire la sua scelta. Il silenzio che si era creato dopo il tramonto fu interrotto da uno strano verso. I primi animali notturni si erano svegliati dal loro sonno e avevano cominciato a cantare le lodi al loro Signore.
“Ecco, non lo senti? Il canto delle civette notturne; sembrano suggerirmelo! Lilith, hanno detto! Lilith, il loro nome! Lilith!…”

“Stai delirando!” esclamò l’uomo “È Satana che ti chiama, è il principe delle tenebre! No, non ascoltarlo! Che fai, torna indietro!”

“Che mi importa? Che sia Dio o Satana conta qualcosa?” rispose, dopo un attimo di silenzio, “Ho trovato finalmente il mio nome; lo possiedo, finalmente. Lilith! Lilith! Lilith!… Ah, che mi resta da fare qui? Nulla! Chiunque voi siate, chiunque mi stia chiamando… Eccomi! Vengo con voi, aspettate!” Lentamente i suoi passi si mossero in direzione della selva che conduceva fuori dal Giardino; non era più in sé. L’uomo riuscì a trattenerla per il braccio ma, per quanto fosse più forte di lei, non la fermò. Allora allentò la presa e lei continuò a camminare. Fece un tentativo per inseguirla. Non capì che una volta entrata nel buio della foresta Lilith non sarebbe tornata mai più.

L'autore







Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

3 + 2 =


 

È vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma.
È vietata la redistribuzione e la pubblicazione dei contenuti e immagini non autorizzata espressamente dall’autore.

Se riscontri problemi con il sito web, contatta il webmaster.

redazione@ilraccoglitore.com

 

Ti piace scrivere?

il Raccoglitore è qui per raccogliere storie! Se vuoi inviarci la tua candidatura, scopri come fare.

Scrivi con noi

Newsletter

Social

il Raccoglitore 1.0 © Copyright 2019 - martedì 22 Ottobre, 2019 00:34