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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Intervista a Giulia Ciarapica

Claudio Volpe | Interviste   18 Settembre 2019   5 min.

 

Giulia Ciarapica ha scritto un romanzo potente e visionario che sa catturare per la capacità di riproporre linguaggi, odori e sapori di una storia intima ed effervescente. I rapporti familiari, il desiderio di riscatto e il coraggio sono i temi dominanti in Una volta è abbastanza (Rizzoli), il primo romanzo della scrittrice e blogger più acclamata del web. Ecco cosa ci ha raccontato. 

 

1) Una volta è abbastanza: perché questo titolo?

Il titolo nasce da una frase di Mae West che si trova ad esergo del primo capitolo: “Si vive una volta sola, ma se lo fai bene una volta è abbastanza”. Ovviamente, nel dirlo, la West ci metteva un bel po’ di ironia, perché è chiaro che vivere una volta sola non può bastare a nessuno, ma è anche vero che, se si vive con intensità e con trasporto, con sempre rinnovata passione – nonostante tutti gli alti e bassi che il percorso su questa terra ci offre – forse, e dico forse, una volta può essere abbastanza. In ogni caso, tutti i miei personaggi vivono gustandosi l’esistenza in modo ricco, a trecentosessanta gradi, nel bene e nel male.

2) Questo volume è il primo di una trilogia. Cosa vuol dire realizzare un’opera così monumentale?

Vuol dire sicuramente avere davanti a sé un obiettivo, che non si esaurisca dopo poche pagine ma che sia volto a raccontare qualcosa di più ampio. Questa non è solo la storia di una famiglia, ma è una vicenda che riguarda una parte importante della Storia d’Italia – dal secondo dopoguerra agli anni Ottanta – e del Made in Italy, poiché parliamo di una regione, le Marche, conosciuta a livello internazionale per la produzione di calzature di alta qualità. Questa, dunque, è la storia dei calzolai marchigiani, di quel pezzo di vita nostrana di cui non si è occupato mai nessuno prima d’ora, soprattutto in ambito letterario. Il timore nell’affrontare un progetto così grande c’è, ma il desiderio di narrare è certamente e di gran lunga superiore. Una volta che si ha chiaro cosa raccontare e come intrecciare la vita privata dei singoli personaggi con le vicende professionali e storiche, il grosso del lavoro è fatto. O quasi.

3) Puoi tratteggiarci la storia narrata nel tuo romanzo?

Protagonista è la famiglia Verdini, alla quale si affianca un’altra famiglia importante, quella dei Betelli. La storia ruota principalmente attorno a due sorelle, Giuliana e Annetta, che tanto si amano quanto si odiano, soprattutto dopo che nelle loro vite si insinua un uomo che darà ad entrambe filo da torcere, ossia Valentino. Se prima di partire per il secondo conflitto mondiale l’uomo era fidanzato con Annetta, al ritorno dalla guerra, e dopo aver scoperto i ripetuti tradimenti della donna, è deciso a lasciarla. Dopo qualche tempo, mentre Annetta è in sanatorio malata di tisi, Valentino approfondisce la conoscenza di Giuliana, sorella minore di Annetta, e finirà per sposare proprio lei. Da questo momento in avanti inizia una battaglia silenziosa tra le due donne che avrà come scenario unico il paesino di Casette d’Ete (una frazione del comune di Sant’Elpidio a Mare, in provincia di Fermo, in cui sono cresciuta e nel quale attualmente vivo), e che soprattutto si inserirà tra le vicende del paese – tanti sono i personaggi secondari che animano il romanzo e la vita comunitaria di Casette – e gli eventi professionali, grazie al susseguirsi dei quali nascerà un’azienda calzaturiera di nome Valens, specializzata in scarpe da neonato. “Una volta è abbastanza”, insomma, vuole essere in primo luogo un romanzo corale, generazionale e nel quale si parli dell’epica dei calzolai.

4) Quali sono i personaggi cui sei più legata?

In un certo senso, sono molto legata a tutti i personaggi, per il semplice fatto che li conosco bene, anzi fin troppo bene, dato che Giuliana e Valentino sono i miei nonni materni. Le storie narrate sono tutte vere e appartengono per la maggior parte a persone realmente esistite. Il mio personaggio preferito, però, è senza dubbio Annetta, la zia di mia madre nonché sorella di mia nonna Giuliana, per l’appunto, che è da sempre stato il cavallo pazzo della famiglia e di tutta Casette d’Ete. Lei è anticonformista, una figlia non del suo tempo ma del futuro, e per questo spesso non venne capita. È la donna autonoma e indipendente che non ha bisogno di nessuno e che soprattutto si fa da sé. Lei è il simbolo della forza e della voglia di riscatto.

5) E quale tra i personaggi secondari è il tuo preferito?

Tra i personaggi secondari di sicuro il mio preferito è Rita, che ha una storia intima e personale molto complicata ed è combattuta tra il desiderio di andare avanti e dimenticare ciò che le è successo in casa Bigini, dove lavorava come serva prima di essere assunta alla Valens, e la tristezza per il fatto che sa che probabilmente non rivedrà mai più il suo unico, grande amore, Mario Bigini, scapolo d’oro della famiglia aristocratica di Casette d’Ete. La sua è una vicenda particolarmente sofferta che avrà un epilogo mozzafiato nel secondo volume.

6) Cosa possono attendersi i tuoi lettori in termini di storia dal completamento dell’opera?

Di sicuro un quadro abbastanza esaustivo, dal punto di vista storico, della nascita e dello sviluppo del settore calzaturiero. Questa è una trilogia in cui il lavoro è un elemento centrale. Le scarpe sono un elemento centrale. E poi c’è una descrizione quanto più approfondita possibile del territorio in cui abito, le basse Marche, semi sconosciuto ai più. Ed infine una vicenda familiare che potrebbe in realtà essere la storia di una delle tante famiglie italiane degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta che hanno abitato le nostre province. La provincia, in questo progetto, diventa il fulcro di tutta la narrazione, poiché da lì si parte e lì si torna. Quasi sempre.

7) Hai già cognizione del tempo che ti occorrerà per terminare la trilogia?

Immagino che faremo uscire un libro all’anno, dunque i prossimi due anni li avrò sicuramente impegnati!

8) Qual è il tuo metodo di scrittura? Sei una scrittrice metodica o impulsiva?

Sono un’autrice assolutamente metodica. Credo che la scrittura sia sì ispirazione, sì momento “estatico”, ma ritengo che sia anche lavoro quotidiano e sacrificio. Ed è bene, secondo me, cercare di scrivere un po’, anche pochissimo, ma tutti i giorni. Non si crea soltanto in base alla spinta artistica, si crea anche dopo aver ragionato attentamente sulla materia ed avere pianificato accuratamente il lavoro da svolgere, in modo del tutto razionale.

9) Come è avvenuta la gestazione di quest’opera?

Dopo aver parlato con l’editore, ed aver concordato la struttura della trilogia, ho passato un mese intero a ricostruire non tanto il filone delle singole storie dei personaggi – quelle le conoscevo fin troppo bene e non avevo bisogno di ricostruire poi molto – quanto il filone legato al lavoro nei laboratori e poi nei primi veri e propri calzaturifici. È stato un mese nel quale ho intervistato diverse persone, raccolto molto materiale fotografico e storico, soprattutto in relazione agli strumenti di lavoro che i calzolai utilizzavano nei primi anni Cinquanta e Sessanta. Dopodiché ho iniziato a scrivere, e dopo quattro mesi il lavoro era pronto.

10) Cosa vuol dire esordire con Rizzoli e come ci sei riuscita?

Quando da studentessa universitaria riflettevo sul fatto che magari un giorno mi sarebbe piaciuto scrivere un libro, sognavo sempre di pubblicarlo con la stessa casa editrice di tanti grandi scrittori e giornalisti che stimo, come ad esempio la Fallaci. Rizzoli era un sogno, in effetti. Quando poi sono entrata in contatto con il responsabile della narrativa italiana e abbiamo deciso di raccontare questa storia, beh, non mi sembrava vero. Ci ho messo almeno un mese per elaborare la notizia, e sono felicissima che sia andata così. Grata, orgogliosa e felice.

 

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