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Qualcuno volò sul nido del cuculo

Federica Falco | Recensioni   12 Settembre 2019   3 min.

 

Genere: romanzo
Editore: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
Pagine: 394
Anno edizione: 2001

 

L’autore: Ken Kesey (La Junta, 17 settembre 1935 – Eugene, 10 novembre 2001) è stato uno scrittore statunitense considerato anello di congiunzione tra la Beat generation degli anni 50’ e la cultura hippie degli anni 70’. Il suo capolavoro, Qualcuno volò sul nido del cuculo (1962), gli fu ispirato dal ruolo di cavia che ricoprì volontariamente in uno studio sulle sostanze psicoattive dell’Università di Stanford, finanziato dalla CIA nel 1959.

 

 

“[…] Sento l’odore di qualcosa e capisco, per la prima volta da quando mi trovo in ospedale, che questo vasto dormitorio pieno di letti […] è sempre stato reso soffocante da un migliaio di altri odori […], mai però, prima d’ora, prima del suo arrivo, l’odore d’uomo, della polvere e della terra negli aperti campi, del sudore e della fatica”.

Prima del suo arrivo: sembra che basti la presenza di un omaccione dai capelli rossi e dai modi affabili come McMurphy a risvegliare le percezioni di chi gli sta intorno, le loro esigenze più intime ed umane.

Certo, nessuno si poteva aspettare quali conseguenze questo ingresso trionfale avrebbe portato in una clinica psichiatrica americana degli anni sessanta, abituata a sottoporre i propri pazienti, diligentemente divisi in categorie, ad una routine ferrea. Sicuramente Chief Bromden, il nostro narratore, non ci avrebbe creduto, se non fosse stato testimone di un cambiamento evidente dell’atmosfera di quei corridoi, che aveva spazzato per vent’anni. Ma probabilmente nemmeno lei, la Grande Infermiera, avrebbe potuto paventare che un solo uomo osasse metterne in discussione l’autorità e rialzasse la testa per affermare la dignità sua e persino degli altri pazienti, ormai spettri irriconoscibili, distinguibili solo dalla loro diagnosi.

Eppure, dal momento in cui quell’uomo varca la soglia dell’ospedale, nulla è più come prima. Quello che entra è un uomo a tutti gli effetti, dal passato e dai modi discutibili, ma che non è disposto a subire le angherie e gli scherni gratuiti cui gli altri pazienti si lasciano sottoporre. Per la prima volta, un paziente non può essere considerato una macchina da aggiustare: egli non è un “pazzo”, preferisce solo passare del tempo in compagnia di qualche “uccellino”, come suole chiamare i compagni, piuttosto che tra le mura di una prigione. Il pericolo più grave è che qualcuno di loro ne riconosca l’impatto, e decida di spiccare il volo.

Con il tatto delicato di un libro di profonda e ragionata denuncia, Qualcuno volò sopra il nido del cuculo ci presenta la realtà dei disturbi psichici con disarmante normalità; il risultato è l’armonica miscela di critica ad un sistema malato che pretende di guarire, e delle vicende umane dei protagonisti, posti di fronte ad un quesito decisivo circa il loro ruolo in quanto individui. Al tempo stesso però, il romanzo possiede una carica decisamente perturbante, un’angoscia di fondo che ci rimanda sempre allo stesso dilemma: a cosa è servito tutto questo sforzo?

Già dalla prima pagina veniamo accolti in un mondo parallelo e distorto, filtrato dalla visione straniante e psichedelica del narratore, che lo rende così lontano da somigliare spaventosamente alla realtà in cui viviamo. In quelle stanze, si consumano gli atti decisi di una lotta ancestrale, quella che porta ogni uomo ad affermare la propria identità, senza azzerarne le debolezze, ma anzi valorizzarle e prendersene cura.

Di grande impatto è anche l’intreccio tra un presente asfittico, chiuso entro le mura accecanti di un ospedale, e un passato, quello dei ricordi di Bromden, di aperti scenari naturali e legami famigliari reali; è una coppia oppositiva che conferisce al romanzo un sapore dolceamaro e accompagna puntualmente lo sviluppo interno della trama.

Coronata dalla sua celebre trasposizione cinematografica, quella di Kesey è una storia che vale la pena essere vissuta innanzitutto tra le pagine di questo libro, cui si deve il merito di trattare un tema di fondamentale importanza attraverso il fascino cupo di una vicenda più che verosimile.

L'autore







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