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Se una notte del Paleozoico un Ginkgo Biloba

Bruno Contini | Arboretum, Botanica   4 Settembre 2019   5 min.

 

A Tokyo è un simbolo cittadino. A Weimar gli hanno dedicato un museo. Da sempre considerato un fossile riesumato dal passato, oggi potrebbe tornare alla ribalta, come si evince da uno studio della Coldiretti. Guida a una delle piante più anticonvenzionali del pianeta.

 

L’alito cocente circondava

i terrestri Titani, una fiamma sconfinata veniva

nell’etere divino, il fulgore scintillante della saetta

e del lampo li accecava, anche se fortissimi;

[Teogonia, Esiodo]

 

Triassico avanzato. La terra trema sotto il peso dei dinosauri. I mammiferi non sono ancora nati, in compenso circolano anfibi e lucertoloni dalle forme più strane. Per una concomitanza di cataclismi ancora da definire, alla fine di quest’era il 70% dei generi sarà spazzato via da un’enorme estinzione di massa.

Pure le piante combattono in silenzio una battaglia disperata. Anche loro devono correre più forte di glaciazioni e afa, siccità e inondazioni. In questa lotta atavica, dèi e titani si dividono in tre schiere. E una è destinata a crollare con orribile tonfo.

Ci sono le angiosperme, la stragrande maggioranza della fauna attuale, con il fiore e il seme protetto dal frutto, la classe più giovane di tutte.

Ci sono le gimnosperme, letteralmente “seme nudo”, perché il seme non è protetto dal frutto, ma lasciato scoperto su una pigna o una struttura affine. Fanno parte di questa divisione tutte le conifere: pini, abeti, tassi etc.

E poi ci sono loro: le Ginkgoaceae fanno dei frutti che frutti non sono. Simili ad albicocche argentate (questa il significato di Ginkgo in giapponese), sono in realtà semplici globi carnosi. Anche qui in realtà il seme è nudo.

Quando le albicocche cascano in terra, si diffondono fragranze dolciastre e acri, quasi da distilleria.

Quando uno pseudofrutto del Ginkgo casca in terra, la gente si tura il naso per non sentire il lezzo di acido butirrico e carne in putrefazione. Solo gli esemplari femminili fanno le albicocche puzzolenti; i maschi no. Ma per scoprire il sesso della pianta bisogna attendere almeno vent’anni.

Il seme è nudo come nelle gimnosperme, ma a differenze delle conifere, le Ginkgoaceae perdono le foglie. Già le foglie…né aghi, ma nemmeno latifoglie classiche con la nervatura fine. Queste rassomigliano a ventaglietti con vistose scanalature, un reticolo fittissimo di vene sporgenti come le braccia dei muratori in estate. Da giovani, le foglie presentano un’insenatura pronunciata al centro (da cui l’epiteto biloba, due lobi) che ispirerà i versi di Goethe:

È una sola cosa viva,

che in se stessa si è divisa?

O son due, che scelto hanno,

si conoscan come una?

 

Il processo di fecondazione è tra i più astrusi del regno vegetale: il fiore maschile rilascia i granuli di polline che vengono dispersi dal vento, nella speranza di arrivare al fiore femminile di un’altra pianta. Se il congiungimento avviene, una goccia sulla punta del fiore femminile cattura e risucchia il granulo al suo interno. Il polline alberga per due mesi nella camera pollinica, nel corso dei quali si trasforma in un flagello che nuoterà fino all’ovulo femminile. La somiglianza tra il flagello del Ginkgo e lo spermatozoo dell’uomo è stupefacente.

Spente le duecento/trecento candeline, i tronchi producono stalattiti dette chichi, enormi tumescenze che, come toccano terra, originano nuove piantine.

 

Figura 1. Esemplare femminile a Brera: nella branca in alto a destra si scorge una piccola protuberanza gibbuta: che si tratti di un chichi?

 

Ricapitolando: frutti che non sono frutti, conifere senza aghi, ma foglie diverse da ogni altra e un processo di fecondazione machiavellico.

Le Ginkgoaceae sono piante vittime di un’inadeguatezza ancestrale, alberi che non hanno deciso cosa fare da grandi. Infatti si estingueranno. Ad oggi restano solo angiosperme e gimnosperme. La famiglia delle Ginkgoaceae è interamente scomparsa. O quasi. Al termine della ginkgomachia una specie, quella del Ginkgo Biloba, si è ritirata dal pianeta, arroccandosi in Cina e Giappone, dove è sopravvissuta per millenni. A fine ‘600 il biologo tedesco Engelbert Kaempfer importerà la pianta in Europa, dove pian piano tornerà a popolare parchi e giardini. Diversi esemplari si trovano ai Giardini Pubblici Indro Montanelli, anche se le più celebri sono le due piante di oltre 240 anni all’Orto botanico di Brera.

 

Figura 2. I due maestosi esemplari dell’Orto botanico di Brera sono stati piantumati dalla Cina nel 1775. Intorno al tronco e nel terreno contiguo crescono piccoli Ginkgo, figli del maschio (a sinistra) e della femmina (a destra).

 

Ginkgo è tornato alla ribalta grazie al rapporto della Coldiretti del 2018 sugli alberi più performanti nell’assorbimento della CO2. Alle spalle del capolista indiscusso (Acero Riccio, con 3800 kg di anidride carbonica catturati in vent’anni), troviamo la betulla verrucosa, il cerro e al quarto posto…Ginkgo, con 2800 kg e «un’alta capacità di barriera contro gas, polveri e afa» [1].

Ecco perché, accanto ad “albero dei quaranta scudi”, “albero di capelvenere”, “albero ventaglio” e “orecchio di elefante”, la pianta è conosciuta in tutto il mondo come “fossile vivente”. Confrontare i fossili delle foglie di milioni di anni fa con quelli odierni è come giocare ad «Aguzzate la vista» sulla Settimana enigmistica. A parte qualche piccola mutazione, l’albero si è conservato inalterato per millenni.

Il più alto portento del Ginkgo si ha però alla fine della Seconda guerra mondiale. Il 6 agosto su Hiroshima piomba “Little Boy”. La bomba miete più di 100 000 vittime. Incommensurabili anche i danni alla fauna, alla flora e alle infrastrutture. Sei esemplari di Ginkgo in prossimità dell’ordigno (uno a soli 800 metri) vengono travolti dall’esplosione. Delle piante resta solo lo scheletro carbonizzato e scarnificato. Dopo qualche anno però le Ginkgoaceae cominciano a ributtare germogli. Oggi i sei guerrieri sono ancora lì, più forti che mai. La cattiveria dell’uomo ne distrugge i manufatti. Sulle macerie crescono alberi.

(A Nagasaki invece sarà un cachi a resistere all’impatto, ma questa è un’altra storia).

L’episodio è descritto da Eduardo Galeano in Le labbra del tempo, ma il Ginkgo appare anche nella contemplazione calviniana di Se una notte d’inverno un viaggiatore:

«Se dall’albero di ginkgo cade una sola fogliolina gialla e si posa sul prato, la sensazione che si prova guardandola è quella di una singola fogliolina gialla».

A un Ginkgo Biloba bisognerebbe guardare non come a una pianta comune, ma come a un prodigio. Come se oggi al Giro d’Italia corresse una Bianchi degli Anni Quaranta. Come se aprendo il portafoglio alla cassa del supermercato, vi si trovasse dentro un sesterzio.

Contemplarlo ci riporta a un’era di feroci contese, di scintille e sconquassi, di alberi scrollati nelle radici. Di titani in ginocchio che a volte si rialzano.

 

 

P.S. Forse non tutti sanno che alcuni modelli della carta igienica Foxy recano impresso nella filigrana il motivo di una foglia di Ginkgo.

 

 

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA:

Per la scrittura di questo articolo è stato particolarmente prezioso il libro Ginkgo. Elisir di lunga vita di Peter Köhler.

Altrettanta proficua è stata la consultazione dello sconfinato sito  https://kwanten.home.xs4all.nl/index.htm

Se si è interessati all’affascinante mondo dei Ginkgo e alle curiose proprietà nutraceutiche, vale la pena buttarci un’occhiata.

[1] La descrizione dello studio è consultabile all’indirizzo https://www.coldiretti.it/ambiente-e-sviluppo-sostenibile/piante-anti-smog

 

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