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E il Paradiso?

Giulia Martini | Mia cara Signorina   1 Settembre 2019   3 min.

 

“E il Paradiso? Esiste un paradiso?”

“Credo di sì, signora, ma i vini dolci non li vuol più nessuno”.

(Eugenio Montale, Satura, Mondadori, 1971, dalla sezione Xenia II, 8)

 

*

 

In una prosa del 1950, Il bello viene dopo, Montale inscena il seguente scambio di battute fra un sommelier e una coppia di avventori in un ristorante:

 

A soccorrerlo venne un cameriere più anziano e meglio sbarbato, che portava la lista dei vini.

«Chiaretto, Bardolino, Chianti? Tokai del Friuli? Clastidio? Paradiso di Valtellina? O Inferno?»

«Vada per il Paradiso. Ma per il momento non prendo altro».

 

Quest’esempio, con altri esempi, consente ai critici depistati, quando esce Satura più di vent’anni dopo, di giocare il gioco delle derivazioni e delle riprese, di ricostruire la storiografia di un’ispirazione: i debiti nei confronti della prosa, la piattezza culturale degli anni Settanta, il fatto che in Montale ogni elemento biografico si ricostituisca immediatamente come la trappola di una domanda di senso corale, universale.

Ma in Satura questo dialogo viene prepotentemente decontestualizzato, vale a dire privato di ogni riferimento all’esercizio pubblico, al cameriere, alla carta dei vini, alla scena della scelta, al cerimoniale della somministrazione – e questo sortisce nella mente del lettore l’effetto di un cortocircuito fra il paradiso come luogo tradizionalmente delegato alla salvezza e i vini di tendenza.

Cortocircuito che, a sua volta, attiva due modalità di significato: da un lato, quella del fraintendimento, cioè la percezione che i due interlocutori afferiscano a due piani di senso diversi, dove non si possono incontrare che per errore; dall’altro, quello dell’ironia, per cui chi risponde ha capito benissimo che si sta parlando del paradiso-paradiso e non del paradiso-vino ma decide di spostare il punto su un’altra sfera (la moda vinicola), per eludere o prendersi gioco della domanda. Senza contare che un esperto non risponderebbe «Credo di sì» ma certo che sì (il Paradiso è un vino molto noto).

Posto quindi che la prima occorrenza di «Paradiso» potrebbe ancora riferirsi al vino (per la maiuscola e l’articolo determinativo), la seconda sembra proprio indicare l’aldilà (per la minuscola, l’articolo indeterminativo e soprattutto la scelta del verbo esistere); specularmente, se «Credo di sì» ha tutta l’aria di spingere sul pedale della trascendenza, l’allusione ai «vini dolci» e alle preferenze dei consumatori riporta il discorso sul piano dell’immanenza. In questo modo, i due versi sarebbero anche architettati in modo da intrattenere un rapporto di consequenzialità chiasmica: vino – aldilà / aldilà – vino.

Se dunque teniamo per buona quest’ipotesi, sembra che il cameriere/vinattiere/sommelier suggerisca che la salvezza esiste, in un formato anche condivisibile in qualche modo, ma che il consorzio sociale la ricusa, preferendole qualcos’altro più amaro, non altrettanto dolce.

Viene in mente, infine, un altro dialogo, quello leopardiano fra Torquato Tasso e il suo Genio familiare, che si chiude così:

 

Tasso: Addio. Ma senti. La tua conversazione mi riconforta pure assai. Non che ella interrompa la mia tristezza: ma questa per la più parte del tempo è come una notte oscurissima, senza luna né stelle; mentre son teco, somiglia al bruno dei crepuscoli, piuttosto grato che molesto. Acciò da ora innanzi io ti possa chiamare o trovare quando mi bisogni, dimmi dove sei solito di abitare.

Genio: Ancora non l’hai conosciuto? In qualche liquore generoso.

 

Quello che il Genio sembra suggerire, qui, supera l’ambiguità montaliana tra paradiso e vino: in qualche modo, il paradiso è nel vino.

 

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