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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Il Bianco della Signora Cognome (Capitolo IX)

 

Capitolo IX

 

Passeggiavo nel giardino della signora Cognome. Lentamente mi stava mostrando le piante. Dopo avermi indicato l’albero di arance, i gerani rossi, gli occhi di bambola, i gladioli e i garofani, ero tanto annoiata che reputavo più interessante il pozzo di pietra, qualche metro più avanti. Il cane rasato abbaiava incessante, gironzolando nervosamente attorno a noi.
«E lì a destra vi è il cespuglio di margherite bianche, che più preferisco» disse la signora Cognome sorniona, manifestando la sua gioia verso la natura.
“Invitarmi a casa sua per vedere il giardino e le copie di Van Gogh appese lungo il corridoio di casa!” pensai quando salii sulla macchina «Ancora non ci credo.»
La signora Cognome mi guardò allontanare da dietro la finestra.
Giunsi a casa delusa. L’interesse verso quella signora era svanito. Ciò che contava adesso era finire un articolo e il racconto per l’appendice del giornale di Palermo. Mi sedetti e iniziai a scrivere al computer.
Il campanello di casa suonò e sentii mio padre andare ad aprire all’ingresso.
Cos’era successo? Quattro giorni ad osservare piante, piante che tutti hanno in giardino. Non riuscivo a capacitarmi riguardo gli incontri con la signora Cognome.
Qualcuno bussò alla porta della mia camera. Mi alzai e andai ad aprire ancora pensierosa. Mi ritrovai di fronte a Emanuele. Rimasi in silenzio e ci guardammo immobili prima che lo lasciassi entrare.
«Cos’hai detto a mio padre per lasciarti salire? Siediti pure e smettila di sorridere!» dissi indicandogli la sedia della scrivania.
«Vorrei che mi ascoltassi prima di cacciarmi via» disse lui autorevole.
Prendendo il mio silenzio come un sì, continuò.
«Voglio passare il mio tempo con te. Proteggerti. E questo non deve farti paura. Non ti dirò che ti amo, se non lo vorrai. Farò finta di non essere geloso, se lo desideri. Mi arrabbierò quando saprò che ti farà piacere.»
Si era alzato.
«Ti asseconderò come se fossi una bambina scema e viziata, sì!» mormorò posato.
Lo guardai stupefatta. Aveva la barba lunga e i capelli spettinati. Sembrava che non dormisse da giorni. Era anche più magro e smunto. Mi accorgevo solo ora che era scavato in volto.
«Sì! E lo farò perché mi piace stare con te. L’altro giorno Agata era venuta per darmi il mio vecchio sassofono.»
«No! Aspetta!» lo zittii «Non dire niente. Basta! Davvero non voglio per adesso. Non voglio che tu mi dica niente. Cosa provi, cosa hai fatto con Agata. No. Non mi interessa.»
Sapevo che lui teneva a me.
«Devi ascoltarmi invece.»
«No. Non capisci?» avevo la voce spezzata. Non avevo mai sentito la mia voce in quel modo «Ad un certo punto della storia, io scomparirò. Scomparirò per mesi per tornare solo e forse dopo che penserò di averti perduto. È sempre così,» non lasciavo che mi abbracciasse «e allora ti avrò fatto così male che non mi vorrai, mi odierai forse. E non lo voglio.»
Non rispose subito. Guardò fuori dalla finestra.
«Io so cosa fare con te» mi disse.
Scossi la testa «no, che non lo sai.»
Tornò a scrutarmi.
«Io lo so e non ti aspetterò, se è questo che ti preoccupa» era saggio e malizioso. Probabilmente aveva capito qualcosa. O semplicemente voleva darne l’impressione.
Il cuore è libero e indipendente. Lo si sente battere involontario. Così è anche l’Amore. Abbiamo così tanta libertà e altrettanta paura di averne, che ci costruiamo da noi i limiti.
La mia parte sognatrice voleva essere più fredda, la mia parte fredda voleva essere meno cinica.
Quando Emanuele andò via mi distesi sul letto. Lo avevo congedato dicendogli che ci saremmo rivisti a Palermo la settimana successiva. Avevo bisogno di riflettere. Presi la borsa e prima che potessi trovare la Moleskine su cui trascrivevo gli appuntamenti, mi accorsi di un foglio. Lo tirai fuori:

“C’era un prato nel Bosco Blu del Sultano d’Oriente, un prato magico, ricco di fiori. Tutti erano colorati, emanavano splendidi profumi e quasi tutti avevano un nome. Solo un fiore non ne aveva. Era un fiore delicato, lo stelo bianco il cui candore si estendeva su, fino ai petali rossi. Questi sfumavano a toccare tutti i colori della natura: verde, giallo, viola, blu, azzurro, lilla e cobalto in un’unica meraviglia del giardino. Quando la mattina il sole lo illuminava i petali si allargavano e chiunque avesse potuto, avrebbe ammirato l’insieme, l’unione di quei colori.
Il Sultano l’osservava ogni volta che passava dal giardino, quel giardino da tutti chiamato Bosco Blu per la ricchezza e lo splendore dei suoi frutti, degli animali che vi vivevano e per le piante che vi respiravano. Un giardino invidiato da tutti i sovrani della terra.
C’erano tanti fiori: Rose, Viole, Margherite ed Eriche. Ma quel fiore, quella pianta, quella dolce creatura floreale non aveva un nome ed era l’unica del giardino. Così decisero di raccoglierla e metterla dentro una campana di vetro, protetta da ogni male.
Un giorno giunse uno straniero, un ebreo venuto a parlare con il Sultano. Veniva a dire che bisognava che togliesse quel fiore da sotto il cristallo. Quel fiore senza nome, solo, unico doveva essere messo insieme agli altri. Il sultano non volle ascoltare lo straniero e lo mandò via.

Nel frattempo il fiore sospirava solo e vedeva al di là della sua dimora tutti gli altri fiori. Tutti parlavano tra di loro ed erano in armonia.
«Tu perché sei così rossa e lucente? Il tuo rosso è troppo rosso e la tua lucentezza è troppo lucente. Non avresti dovuto mostrarti così» le disse una Rosa.
«Perché l’hai voluto? Perché l’hai voluto?» dissero in coro il cespuglio di Viole, Margherite ed Eriche.
«Io non ho fatto nulla. È il Sole, che ogni giorno mi accarezza il rosso dei petali, che mi lascia abbandonare al suo abbraccio. Io assecondo l’amore della natura» rispondeva il fiore dispiacendosi e disperandosi da dentro la campana, non capendo perché le dicessero tutte quelle cose.

Lo straniero non voleva andare via dal palazzo del Sultano. Doveva parlare ancora con lui. Ma saggiamente decise di non infastidirlo. Attese una notte. Ma ancora non andò a parlare con il sovrano. Aspettò un’altra sera e poi un’altra. Dopo una settimana qualcosa era accaduto al Bosco Blu d’Oriente. Molti fiori stavano perdendo bellezza, molti erano deboli, alcuni si curvavano su di sé. Il Sultano non sapeva a cosa fosse dovuto. Cominciò a preoccuparsi. Quando questa voce giunse all’orecchio dello straniero, questo si alzò da terra, si spolverò le vesti e chiese di parlare per la seconda volta con il Sultano. Questo acconsentì non ricordando più di averlo ascoltato la settimana precedente.
L’ebreo gli disse che doveva liberare quel fiore e che il male giunto sul giardino era dovuto alla prigionia di quella pianta.
Il Sultano non se ne capacitava. Fece approntare una camera per lo straniero divenuto ospite. Nei tre giorni successivi i fiori continuavano a star male.

«Tu sei lì dentro e non soffri come noi! A noi non manca il sole. Ogni giorno sorge e ci bacia» diceva una Viola al fiore nella campana.
«Di notte è però diverso. Tu sei nella campana e non lo sai» si lamentava un’Erica.
«Cosa vi succede?» chiedeva allora la Protetta.
«È come se ci avessero tolto qualcosa.»

«Quel fiore, Sultano,» disse lo straniero interrompendo il silenzio del sovrano arabo «aggiunge vita, dà equilibrio alla natura, aggiunge protezione agli altri fiori. Dio lo ha creato per stare con gli altri, amarli, proteggerli.»
Il Sultano era triste e guardava malinconico fuori da una finestra.
«Di notte, prima di tirare le tende della camera da letto, osservavo questo splendido fiore fare una cosa straordinaria» confessò. I suoi occhi si aprirono di stupore, come se stesse rivedendo quegli eventi in quello stesso momento.
«Cosa faceva?» domandò l’ebreo.
«I suoi petali si allargavano ancor più che di giorno, creando un mantello di seta che copriva ogni fiore del bosco, avvolgendo ogni cosa, proteggendolo…»
L’ospite straniero sorrideva all’ascolto del racconto.
«…Da quei petali così larghi ricadevano delle semplici gocce d’acqua, che bagnavano i bulbi chiusi delle piante e ogni altro petalo. Quel fiore era così prezioso e bello che l’ho allontanato dagli altri per paura: fuori dalla campana di vetro sa aiutare più gli altri che sé. Adesso però lo riporterò all’aperto, insieme alle altre piante. È questo il suo destino, il suo compito. Che Dio ne aggiunga!»
«In ebraico, Sultano, si dice Giuseppina
Il Sultano non comprese, allora lo straniero proseguì.
«In ebraico “Dio aggiunga” è il significato della parola Giuseppina. Questa pianta è il prodotto di Dio. Che ne aggiunga di altre.»
«Hai ragione, caro amico. Chiamerò questo fiore Giuseppina, in segno di riconoscimento al Dio che ci ha creato e alla natura benevola della pianta. Tu sarai sempre un gradito ospite per questo palazzo.»
Lo straniero sorrise, abbracciò il Sultano e partì verso la sua terra. Il Sultano chiamò due servitori e ordinò loro di rimettere il fiore nel Bosco Blu. Ordinò loro di rimettere la Giuseppina nel giardino. Così fecero. Il giorno dopo i fiori iniziarono a stare meglio. Non ne conoscevano neppure il motivo. Il Sultano ricominciò ad osservare nella notte la Giuseppina proteggere le altre piante, consapevole che quel mantello di seta, quel sacrificio notturno del fiore, avrebbe aiutato tutto il giardino.

Francesca Cognome”

Cosa ci faceva quel racconto dentro la borsa? E cos’era successo in quei quattro giorni?
Guardai il mio riflesso allo specchio, il mio doppio. La luce che entrava dalla finestra illuminava i miei capelli. Gli occhiali a farfalla. Il sorriso a mezza luna.
Ogni uomo è diverso e ogni vita dovrebbe essere ricordata, ogni esistenza vissuta libera dalle convenzioni e prigioniera delle proprie scelte. Io ho scelto l’eccentricità e l’arte. Lontana dai frastuoni della grande città, trascorrerò il mio tempo, ricercando me stessa e la mia unicità. Bianca Lumerigo.

 

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