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Il bianco della Signora Cognome (Capitolo VIII)

 

Capitolo VIII

 

Ancora una volta mi ritrovai nella stanza bianca. Questa volta tutte le Tele erano fissate alla parete. La macchia di inchiostro, la famiglia, la spirale dell’amore, la bambina erano poste l’una accanto all’altra, ognuna di esse mi portò un’emozione. A completare l’esposizione vi era la quinta Tela. Mi avvicinai proprio ad essa. La signora Cognome accanto a me.
Un enorme albero era raffigurato. I rami imponenti e le radici tortuose sembravano giungere fino a noi, come se dovessero uscire dalla Tela. Era ricco di foglie. Esprimeva serenità, pacatezza e allo stesso tempo veemenza e impeto.
L’albero e lo sfondo erano di un giallo opaco, pastello. Distribuite qua e là vi erano strane punteggiature più scure che parevano i residui di caffè nei fondi delle chicchere.
«Sai cos’è?» mi domandò la pittrice.
Scossi la testa, ancora pensierosa.
«È la Tela dell’Immortalità.»
Lentamente cominciai a capire. Quell’albero rappresentava la natura, il ciclo perenne della vita. Ma c’era qualcos’altro. Pensai che dall’albero si ricavava la carta. Intere pagine di storia, di racconti, di riflessioni sono rimaste eterne, sono state tramandate anche quando gli autori avevano ormai smesso di scrivere e di pensare. Era l’immortalità della vita e dell’arte.
«Dimmi, cosa pensi? Cosa vedi?» mi domandò l’autrice.
Mi complimentai e le dissi ciò che avevo provato nell’osservare quell’albero, tanto rigoglioso, vitale e autoritario. Quell’albero era autoritario. Sembrava che reggesse l’ordine della natura con forza e clemente silenzio.
«La scorsa volta la Fede ci ha viste contrapposte, mia cara. Questa volta il nostro pensiero converge perfettamente nella stessa direzione. L’immortalità è per noi raggiungibile. Ed è solo una la via. Bisogna decidere se voler vivere dentro le pagine di un libro o non lo fare. E se il tuo peggior nemico brucerà ogni pagina in cui tu rivivi, in cui prolunghi la tua esistenza, non farà altro che creare una leggenda. E allo stesso modo continuerai a vivere.»
Le sorrisi. Quell’interpretazione era perfetta.
La signora Cognome mi guardò con la sua carismatica espressione.
«Con questa Tela si conclude il nostro ciclo, ma prima che tu te ne vada vorrei dirti qualcosa. Accomodati.»
Mi andai a sedere sulla sedia di vimini e solo allora mi accorsi che vi era un’altra sedia. Sul tavolo, vi erano una teiera e due tazze di porcellana. Prima di sedersi la signora Cognome versò l’infuso nelle tazze. Poi mi imitò sedendosi di fronte a me.
«Io credo che tu abbia imparato molto,» mi disse «ma non da me, da te stessa» fece una pausa di silenzio.
«Sai qual è la vera magia di queste cinque Tele?»
Attesi che proseguisse.
«L’hai conosciuta?» mi chiese. Non sapevo dove volesse arrivare. Scossi la testa, sorseggiando il tè.
«Adesso sto per raccontarti ciò che in verità avresti voluto sapere sin dall’inizio. Ma bada bene, so già che non ricorderai quello che ti dirò.»
«Perché?» le domandai con un altro sorriso, questa volta divertito.
«Te lo spiegherò tra poco. Adesso ascoltami. Ogni quadro che hai visto è in realtà bianco. Tu hai immaginato tutto. Se io ti dicessi che ogni persona vede qualcosa di diverso in queste Tele, tu ci crederesti?»
«No.»
«Ecco il motivo per il quale non posso esporre le mie opere. Le mie Tele non sono tele comuni. L’unica cosa che avvicina chi le guarda è il concetto. Dietro ogni opera, come avrai notato, è inciso il concetto che vuole esprimere: la Fantasia, l’Ambizione, l’Amore, la Fede e per finire l’Immortalità.»
Ero sbigottita, ma non stavo dubitando della sua sincerità. Affatto. Le credevo con immenso fascino. Lei mi guardava con i suoi occhi verdi, sicura di sé. Non aveva timore di ciò che potesse dire il pubblico, al pubblico sarebbe esclusivamente piaciuto. Quella donna non voleva mostrare le tele perché ogni uomo avrebbe visto qualcosa di diverso e tutto sarebbe accaduto non senza creare caos, scandali, pubblicità. Tutto ciò che alla signora Cognome non avrebbe fatto piacere.
«Sono dipinti soggettivi. Tu hai visto soltanto la rappresentazione di ciò che per te esprimono quei concetti.»
«Lei ha visto allora altre cose?»
«Sì,» il fumo del tè caldo saliva sino al suo naso «soltanto l’ultima Tela, quella dell’Immortalità si avvicina per rappresentazione alla tua.»
«Posso chiederle perché non me lo ha detto prima?» smisi di bere il tè.
«Perché avrei rischiato che tu potessi dirlo alla gente.»
«Ma potrei farlo anche adesso» incalzai.
«No, non potresti. Come ti ho già detto, dimenticherai tutto,» si girò verso la porta del giardino «quando sarai lì fuori avrai già dimenticato questo incontro, avrai dimenticato anche le cinque Tele.»
Risi, certa che ora la signora stesse scherzando.
«Mi dispiace, ma ho dovuto mettere qualcosa nel tuo infuso. Non posso permettere che le persone sappiano.»
Di colpo sentii una stretta allo stomaco. Guardai la tazza del tè come se vi fosse del veleno. Ero indignata.
«Ma allo stesso tempo credo di averti regalato molto. Le riflessioni che hai fatto, rimarranno in te anche dopo, quando ormai sarai giunta a casa e sarai lontana da qui.»
«Ma se dovevo dimenticare, perché mi ha invitata? Perché mi ha raccontato tutto questo??» le domandai tentando vanamente di rimanere calma, mentre temevo la reazione che avrebbe avuto su di me ciò che la signora aveva aggiunto nella tazza.
«Non ti agitare, non ti accadrà nulla» mi disse lanciando un’occhiata rapida al tè drogato. Sembrava anche dispiaciuta.
«Mi risponde? Perché mi ha invitata?» sbottai nervosa, con voce acuta. Sentii il tono sprezzante e allo stesso tempo la fiducia in quella donna ancora forte, «mi scusi.»
In quel momento contraddicevo me stessa e ciò che provavo.
«Ogni tanto,» la sua espressione si fece dolce e ironica «ho voglia di parlare con qualcuno.»
Non dubitavo di lei, di ciò che aveva detto. L’unica cosa che potevo fare era continuare a chiedere spiegazioni per soddisfare la mia curiosità.
«Com’è riuscita a fare queste Tele?»
«Il mio giardino è pieno di piante e ogni pianta nasconde un frutto e un segreto. Tieni. Voglio lasciarti questa» si sporse in avanti e mi diede tra le mani un foglio.
«Leggila quando sarai a casa.»
«Che cos’è?»
«Una fiaba. O forse una storia vera. Una di quelle verità che solo pochi conoscono, che nessuno può tramandare e che raramente si sanno comprendere.»
«E cosa c’entra con il suo giardino e le Tele?»
«Ricordi l’uomo che mesi addietro hai visto al parco, quell’uomo che sembrava avermi aggredita?»
Annuii con veemenza.
«Bene. È il proprietario di un negozio di pittura, di oggetti d’arte, colori, vernici. Ma è anche un contrabbandiere.»
La signora Cognome mescolò l’infuso della propria tazza.
«Nella notte vende piante insolite, di enorme valore, che importa dall’estero. Così ho cominciato a costruire le Tele dal legno dei suoi alberi, dai miei alberi» si girò verso il giardino e mi indicò il verde.
«Da alcune rocce e da alcuni fiori del giardino ho ricavato una polvere.»
Mi spiegò che metteva dentro una ciotola la polvere e la mischiava con un mestolo d’acqua tirata dal pozzo. Infine cospargeva le Tele con tale miscuglio.
«E quell’uomo conosce tutto questo? Il valore delle piante? Sa che uso ne fa lei?» chiesi.
«No, che io sappia.»
«Ma se sono davvero dipinti soggettivi, come mai io non ne ho capito subito i significati? Perché sono arrivata alle conclusioni insieme a lei? Non avrei dovuto dubitare dei significati, avrei dovuto capire, capire subito…» cominciai a balbettare. Stavo sudando. Forse tutto questo era dovuto al tè.
«Piano, cara… piano. Non ti agitare. Spesso noi non sappiamo davvero cosa vogliamo. Diciamo di volere una cosa, ma c’è qualcos’altro di più nascosto in noi che non ci lascia decifrare con chiarezza ogni simbolo di questa esistenza. Non ci conosciamo mai così a fondo da essere certi di ciò che vogliamo. La vita è varia e dentro siamo molteplici. Ciò che desideriamo è nascosto in noi. Indagare nel nostro inconscio non è facile, indagare noi stessi è cosa ardua. L’uomo non è un animale semplice.»
Era così inverosimile. Ma io le credevo. La certezza che erano tele magiche non mi proveniva soltanto dal fatto che poi avrei dimenticato tutto, né dal fatto che avevo visto in quel giardino piante davvero incantevoli, mai immaginate, né viste sui libri. Ma non seppi a cosa era dovuto. Non ebbi il tempo di soffermarmi a pensare perché già stavo dimenticando.

 

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