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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Il bianco della Signora Cognome (Capitolo VII)

 

Capitolo VII

 

Nel pomeriggio uscii per andare in palestra. Dopo un’ora e mezza stavo guidando verso casa e passai per caso dalla strada in cui abitava Emanuele. Pensai al nostro ultimo incontro e alle parole della signora Cognome.
Mi lasciai prendere da un momento di entusiasmo. Tornai indietro e posteggiai di fronte al numero otto. Emanuele viveva da solo.
Andai a suonare il campanello. Lui aprì alla porta e prima che potesse dire qualcosa lo abbracciai.
«Ciao» mi disse.
Lo guardai negli occhi.
«Io credo in te. Mi dispiace, ti chiedo scusa se sono scappata.»
«Chi è Manu?» chiese una voce da dentro la cucina.
Riconobbi la voce di una mia coetanea e il sangue mi si raggelò nelle vene.
Tornai a guardare Emanuele. La mia bocca rimase semiaperta per lo sgomento e gli occhi increduli.
«Ah» fu il monosillabo che riuscii a pronunciare. Mi scostai da lui.
«Mi dispiace ma non pensavo che saresti tornata, io…»
«Certo» senza aggiungere altro tornai in macchina e lui non poté fermarmi. Mi prese il braccio, ma lo strattonai.
Giunta a casa chiamai Giulia e le dissi che sarei rientrata a Palermo nelle successive ore e che avevo bisogno di lei e Rica.
Quando arrivai, stavano guardando la televisione.
«Cos’è successo?» mi chiesero appena mi videro alla porta, sembravano preoccupate.
Raccontai di Emanuele.
«C’era Agata in cucina» risi isterica.
«E lui che ha detto?»
«Sembrava dispiaciuto che lo avessi trovato proprio in quel momento. Non si aspettava il mio ritorno. Non ci posso credere! Agata!»
«Questo ragazzo deve avere il pallino per le ex» disse Giulia spalancando gli occhi.
La guardai malissimo.
«Non devi essere gelosa di lei! È davvero brutta!» incalzò per riprendersi da ciò che aveva detto e per rendermi felice e contenta. Mi stava dando il contentino.
«Io non sono gelosa!» esplosi.
«Ah, no? E questa cos’è?» domandò Rica sgranocchiando arachidi. Mi guardava scettica e io ricambiai lo sguardo indignata.
«È rabbia! Non possono dire di amarci e poi andare con la prima che dice di sì.»
«Tu invece puoi lasciarli e tornare quando vuoi?» Rica alzò un sopracciglio tanto che sembrò sparirgli sotto l’attaccatura dei capelli.
«Ma voi due da che parte state?»
Stavano per rispondere ma le bloccai.
«Sono furibonda con Emanuele e non sono venuta fino a Palermo per sentirmi dire questo da voi!»
«Resta di fatto che Rica ha ragione. Non puoi andare via, tornare quando vuoi, ogni volta, e aspettarti il lieto fine.»
«Ok, grazie. Adoro il moralismo, ma credo che a nessuno piaccia davvero ascoltarlo. Quindi, per favore, adesso possiamo smetterla di discutere contro di me e andare a festeggiare?»
Avevo utilizzato il verbo magico, la parolina che apriva tutte le porte e chiudeva tutte le bocche. Mi guardarono gioiose e andarono a prepararsi con una felicità contagiosa, accondiscendente. Avevano dimenticato le mie stranezze.

La domenica mattina mi svegliai sul divano. Mi facevano male le gambe e le spalle. Giulia aveva dormito in bagno, a terra.
L’unica che aveva avuto la forza di andare a letto dopo la sbronza della notte passata era stata Rica.
Guardai l’orologio, erano le undici passate. Mi alzai e presi il cellulare. Mi accorsi che Emanuele mi aveva chiamata due volte. Non lo richiamai. Misi la mano sulla fronte e non riuscii a trattenere un conato di vomito.

Restai a Palermo con Rica e Giulia fino a mercoledì. Loro provavano a studiare mentre io continuavo a parlare di Emanuele. Ero petulante anche per me stessa.
«Dovresti rispondere alle sue chiamate,» sbottò un giorno Rica «così la pianteresti. Decidi. O lotti per lui o lo lasci andare!»
Giulia mi portò una camomilla.
«Può darsi che Emanuele non abbia fatto nulla. Che tu abbia frainteso» mi disse. Poi abbassando la voce aggiunse che non dovevo fare caso a Rica perché la settimana successiva avrebbe avuto l’esame di matematica finanziaria. Le calai la testa in segno di solidarietà. Eppure Rica aveva ragione. Mi rassegnai. Decisi di lasciarlo andare. Era finita. Alle diciotto partii per la mia città, mi allontanavo da Palermo. La mattina dopo Francesca Cognome mi aspettava.

 

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