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Tre Psicanalisti Sognatori sull’Oceano. La traversata con il piroscafo “George Washington”

Arturo Tenaglia | Psicologia in pillole   4 Agosto 2019   4 min.

 

Come Cristoforo Colombo nel 1492 salpò con l’auspicio di trovare una nuova rotta per le Indie, i tre psicanalisti Jung, Freud e Ferenczi, nel 1909, s’imbarcarono sul piroscafo “George Washington” alla volta di New York, invitati a tenere un ciclo di conferenze alla Clark University (Worcester, Massachusetts) per tracciare una linea con l’aratro della psicanalisi nel Nuovo Mondo.

Il parallelismo tra Colombo e i tre sognatori sull’oceano non è un azzardo, il filo conduttore che li lega è il coraggio di attraversare luoghi sconosciuti. L’oceano come metafora delle profondità della psiche, pregno di luoghi ancora da scoprire, ricco di vita, portatore di una saggezza che solo chi ha il coraggio di navigarvi può cogliere. La scelta di Jung, Freud e Ferenczi, di intraprendere un viaggio nell’oceano della psiche è dettata da una spinta audace quasi “utopica”, come quella di Colombo che credette in un progetto che a sua insaputa avrebbe rivoluzionato la cultura e le conoscenze dell’intera umanità. I rivoluzionari non sono consapevoli di essere portatori del germe del cambiamento: sono umili e allo stesso tempo consapevoli della potenza delle proprie idee. Al contrario, chi si erge a portatore del sacro fuoco dell’innovazione, sarà ricordato nella storia come “capo popolo” o, utilizzando un termine abusato nel nostro tempo, come semplice “influencer”, senza mai sviluppare un reale processo rivoluzionario.

Dal racconto di viaggio sulla “George Washington” è possibile evincere le personalità dei tre psicanalisti. Emerge il carattere umano, connotato da preoccupazioni, invidie e paure e si resta affascinati dall’osservare la dimensione esistenziale di Jung, Freud e Ferenczi, spogliate dall’aura mitologica di semidivinità.

La sera prima di imbarcarsi cenarono presso l’Essinghaus, ristorante sito in un antico edificio nei pressi del porto, in questa occasione Jung raccontò una notizia macabra, sul ritrovamento di alcuni cadaveri nelle torbiere del nord della Germania. Freud colpito dal racconto svenne, qui lo psicanalista viennese è messo a nudo, mostra il suo lato fragile e sensibile. Il mattino successivo i tre psicanalisti sognatori sull’oceano s’imbarcarono per la traversata.

Il viaggio in nave trascorse tra giornate oziose e momenti di acuta riflessione, con  interminabili momenti liberi. I naviganti riempivano il loro tempo analizzando i propri sogni reciprocamente, come moderni crocieristi, indaffarati a occupare il proprio tempo, nella monotonia blu dell’oceano.

Ferenczi, al cospetto dei semidei Jung e Freud, soffriva un complesso d’inferiorità nel lavoro psicanalitico dell’interpretazione dei sogni, allo stesso tempo mostrava coraggio e sfrontatezza nell’interpretare i sogni del maestro Sigmund Freud. Al tal proposito Ferenczi, rintraccia nei sogni di Freud un’insoddisfazione dell’anima: spesso Freud lamentava la s’ua sofferenza per l’ambiente viennese, percepito come povero di stimoli e non in linea con le sue vulcaniche  esigenze culturali. Secondo l’analisi di Ferenczi alla base dell’insoddisfazione di Freud, vi era una sua insofferenza per l’ambiente familiare, con le relative implicazioni sul piano sessuale.

Jung scrisse a proposito del lavoro sul piroscafo: “Eravamo insieme ogni giorno e analizzavamo i nostri sogni. In quel periodo ebbi alcuni sogni importanti, ma Freud non riusciva a capirne nulla. Non per questo lo criticavo, poiché a volte avviene anche al migliore analista di non saper risolvere gli enigmi di un sogno. Era un insuccesso umano che non mi avrebbe mai fatto smettere le nostre analisi: al contrario, esse avevano per me un gran valore e la nostra amicizia mi era oltremodo cara. Consideravo Freud una personalità più anziana, più esperta e matura, e mi sentivo come un figlio suo. Ma poi capitò qualcosa che inferse un duro colpo alla nostra amicizia”.

Le giornate sul piroscafo scorrevano placide, riecheggiava il suono lacerante dei corni da nebbia, che scandivano i momenti della vita dei naviganti, quasi in un’atmosfera di leopardiana memoria nello scrutar l’infinito.

In una di queste giornate accadde quello che Jung chiamò “la frattura”. Freud riferì un proprio sogno a Jung, il quale fece un’interpretazione come meglio poteva, con alcuni elementi in più sulla vita del Maestro avrebbe potuto ricostruire a pieno l’intero processo onirico. Alla richiesta di Jung di maggiori informazioni sulla vita dello psicanalista viennese, egli rispose: “Non posso mettere a repentaglio la mia autorità”.

Come scrive Jung nel suo libro Ricordi, sogni, riflessioni, “in quello stesso momento l’aveva persa del tutto. Quella frase si impresse come un marchio indelebile nella mia memoria”. Il viaggio continuò attraverso un piacevole meriggiare, all’insegna di chiacchierate tra i tre sognatori, cercando anche di superare le tensioni scaturite.

Freud fece una scoperta che gli comportò, per dirlo in parole tecniche, un rifornimento narcisistico (tradotto: ebbe piacere), quando vide l’attendente di cabina leggere il suo libro Psicopatologia della vita quotidiana. Ecco in questi passaggi si evince il bisogno quasi vanitoso dello psicanalista viennese di avere conferme sulla bontà e fruibilità delle sue teorie da parte del pubblico.

Il 29 agosto il piroscafo “George Washington” attraccò a New York e Freud pronunciò, rivolgendosi a Jung, una fatidica frase: “Ma lo sanno (gli americani) che gli stiamo portando la peste?”

Questo viaggio compiuto attraverso l’oceano è uno spaccato di vita di tre uomini messaggeri della rivoluzione armata del desiderio di conoscenza degli abissi oceanici della psiche, attraverso il grimaldello dell’ascolto e della parola: Jung, Freud e Ferenczi hanno liberato i mostri oceanici dalle profondità dell’inconscio.

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