• La Redazione | Chi siamo | Newsletter

    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Il bianco della Signora Cognome (Capitolo VI)

Capitolo VI

 

Era calata la notte. Continuavo a rigirarmi nel letto.
Due ragazze stavano conversando.
«Torna come prima… rendi felici le persone, come sapevi fare e sai ancora fare, non è da te divertirti in questo modo.»
«Ahaha, suvvia non esagerare, sono sempre io.»
«Dov’è finita la certezza di quel sentimento che provavi per lui?»
«Lui è ancora lì e io ho deciso di sdoppiare il sentimento, così preserverò me e gli altri.»
Un blocco di fumo bianco cancellò la ragazza dai capelli neri.
…Tutto sta andando come molti avevano predetto… sorrido all’ironica tragicità e mentre fuori piove, dentro si crea un vuoto che mi logora… mi rimangono due chiavi per un’unica toppa…
…Saper perdonare è una delle cose più belle e semplici, peccato renda vulnerabili… correrò il rischio di mostrare la debolezza della donna che sa amare. Debello la paura…
…Nelle migliori delle ipotesi, ci si pente… l’amore è egoista, il perdono è la fonte del Bene…
…Non giocherò mai più così… ferita profonda che il tempo soltanto potrà curare insieme alla forte volontà di rimediare ad ogni errore, insieme alla voglia di ricucire l’integrità di un’anima… la letteratura e la lontananza so che mi guariranno…
Improvvisamente stavo correndo sul cemento di una strada e continuavo a voltarmi indietro, ad ogni passo. Guardavo l’orizzonte, il sole stava calando. Mi giravo. Stavo attenta se qualcuno stesse venendo alle mie spalle, pronto a colpirmi. Inciampai e mi ritrovai in una stanza gialla. Un ragazzo piangeva e mi guardava con occhi cattivi, pieni di rancore. I tratti del viso non erano marcati, ma dolci, quasi femminei. Era negli occhi che vi si scorgeva la malignità. I suoi modi presto divennero incontrollabili. Urlava che voleva strapparmi l’anima e rendermi sua schiava. Allora tentai di avvicinarmi e farlo ragionare ma il suo sguardo si incattivì e si fece violento.
Mi svegliai di colpo con un lungo gemito di ansia, inquieta. Sentivo caldo, il viso era sudato e allontanai le coperte. Respirai lentamente ricercando la tranquillità che quel sogno aveva squarciato. Cominciai a riflettere su ciò che avevo visto e riascoltato. Avevo sentito quelle parole già una volta. Le avevo pronunciate io.
All’inizio mi trovavo insieme a una mia amica. Parlavamo di ciò che mi era accaduto una notte passata tanti anni fa, i dialoghi corrispondevano. Poi a un tratto lei uscì dal mio sogno, portata via da una nube, e rimasi sola. Erano apparsi pensieri. Erano pensieri miei, connessi tra di loro e che riguardavano il periodo del tormentato menage a trois. Ma c’era dell’altro.
Avevo fatto incubi peggiori, più violenti e sadici, ma questo fece tornare presente qualcosa che riguardava il passato, un passato vero, reale che avevo conservato in un cassetto della memoria e che non avrei mai potuto dimenticare.
Quando andavo al liceo, all’età di sedici anni, avevo subito una violenza sessuale. Avevo denunciato l’accaduto alla polizia e il ragazzo era finito in prigione. Avevo fatto anni di sedute psicoterapeutiche, ma ancora, di tanto in tanto, la paura ritornava. Quando di giorno mi sfiorava il pensiero di quell’aggressione, la notte ne sognavo i particolari, gli odori, i suoni.
Scossa dal nervosismo, dall’inquietudine, tentai di riaddormentarmi. Mezz’ora dopo i ragazzi erano scomparsi dai miei pensieri, ero ricaduta nel sonno.

 

Quando due mattine dopo andai dalla signora Cognome, non pensavo più ai sogni che avevo fatto. Avevo sofferto abbastanza. Ora ero curiosa di concludere le visite all’interno della stanza bianca. Non avevo neppure più l’interesse di scrivere storie o articoli su quella fantastica donna. Ogni volta che tornavo a casa pensavo al perché la signora non volesse mostrare al pubblico le proprie opere.
Arrivai a piedi davanti la porta di casa Cognome. Tutto era come un rituale: mi fece entrare, mi accompagnò fino la stanza con i mobili in vimini e mi fece attendere qualche attimo prima di tornare barcollante sotto un quadro. Questo era più grande rispetto agli altri. O così mi parve.
Sbuffando, mi chiamò e l’aiutai a posizionare la Tela sulla parete bianca.
«Quest’opera, mia cara, è la quarta e penultima che ti mostrerò» mi disse con garbo.
«D’accordo» le risposi e la ringraziai per ciò che avevo fino a quel momento appreso.
«Credo si tratti di una delle più significative» aggiunse.
Mi voltai ad osservare la Tela. Vi era raffigurata una bambina a mezzo busto. Bellissima. Lunghi capelli neri le incorniciavano il viso ovale. La carnagione bruna e il sorriso delicato. Nulla poté farmi credere che quell’immagine fosse turpe. Nulla poté farmi pensare che fosse l’immagine di una persona debole. Nemmeno quando mi accorsi che a quella bambina mancavano gli occhi, credetti che quella Tela fosse vergognosa e rivoltante. Qualcosa mi travolse. Una forza inaudita. Ma cos’era? Cosa raffigurava quel quadro?
«COS’È??» urlai senza accorgermene. Mi stupii io stessa di quella reazione.
«È la Tela della Fede,» mi sussurrò la pittrice «la forza, la temperanza della fede.»
«Ha un’espressione così serena, così forte. È Santa Lucia?»
«Sembra che sia lei?»
Quella risposta non mi piacque molto. Speravo che mi spiegasse in fretta qualcosa sul quadro, che mi raccontasse i motivi che l’avevano spinta a dipingere quelle opere.
Certo, la ragazza raffigurata poteva essere la martire siracusana.
Lucia era vissuta durante il III secolo d.C., discendeva da una famiglia di nobili origini ed era stata Sant’Agata a rivelarle in sogno la sua futura santità. La giovane professò la fede cristiana sin da bambina, per tale motivo fu messa sotto processo dall’arconte Pascasio e successivamente condannata a essere violata nel prostibolo, nel bordello. Ma nessuno seppe condurla nel luogo miserevole: lei rimase immobile. Fu cosparsa di urina come se fosse una strega, come se ciò avesse potuto infrangere un sortilegio. Ma né uomini né bestie riuscirono a spostarla. Non morì neppure sotto le fiamme, avvolta dal fuoco dei romani. Ciò che la uccise fu la lama di una spada. Fu decapitata da un soldato pagano.
La Santa martire viene spesso ritratta mentre regge un piatto su cui poggiano i suoi occhi. Una leggenda, una parte della storia non testimoniata, narra che si strappò gli occhi a causa del patrizio suo pretendente, uomo pagano che aveva denunciato la sua fede a Pascasio.
«Sì, mi sembra lei. Non è così?»
La signora mi guardò con il suo sorriso. Il suo sorriso largo, bizzarro.
Forse non era Santa Lucia.
Continuavo a non capire perché Francesca Cognome non parlasse. Finalmente dopo qualche attimo di silenzio cominciò.
«Nulla posso dire sulla Fede. Nulla che tu non sai o puoi immaginare.»
«Mi dica qualcosa, credo che lei possa dirmi molto invece.»
«Ti sbagli, non posso dirti proprio nulla. Io sono atea, non credo.»
La notizia non mi scompose, era prevedibile che quella donna non fosse devota ad alcun Dio.
Io invece credevo, professavo. La fede è la speranza o l’intima certezza dell’uomo che Dio ci abbia creati, ci abbia amati.
«Il filosofo Pascal decise di scommettere sull’esistenza di Dio» le dissi, forse cercando di convincerla. Sapevo che sarebbe stato un tentativo vano, ma provai comunque «Se, giunta la morte, avesse scoperto che Dio non esisteva, avrebbe comunque vissuto, agito bene durante la sua vita terrena.»
«Scommettere? Non ti sembra blasfemo utilizzare questo termine per affermare la tua fede?»
«No. Ci sono molte cose che l’uomo ancora non conosce e alcune di esse non le scoprirà mai, se non dopo la morte. La morte stessa è uno dei grandi enigmi. Ed è un Grande Enigma, se non si crede in Dio. Noi siamo mortali e Dio perdonerà la nostra ignoranza, se avremo agito correttamente, nel Bene.»
«Molto opportunista come pensiero. La Fede non dovrebbe essere amore incondizionato, senza esitazione, senza dubbi?»
«Lo è per alcuni. Per altri l’educazione ricevuta li ha portati ad avere incertezze, l’istruzione scientifica conduce la gente a credere solo a ciò che vede. E allora, a questi ultimi, non resta che decidere se credere o non credere, se scommettere nell’esistenza del Dio creatore o se professare una vita priva di credo religioso.»
«Quindi sei pronta ad abbassarti di fronte all’intera società pur di fare del bene? Sei pronta a perdonare ogni gesto ingiusto ed irrispettoso nei tuoi confronti e nei confronti dei tuoi cari? Sei pronta a soffocare ogni piacere, ogni desiderio materiale che la religione non ti impone?»
«L’uomo che crede fermamente non è mai debole. È un lottatore. I martiri della mia religione hanno sempre combattuto per affermare la parola di Dio. Sono stati torturati, ma Dio li ha rafforzati, ha infuso loro una forza che l’uomo comune non ha. E se non è stato Dio a infonderla, è stata l’Idea di Dio. L’uomo è debole, ha bisogno di Lui, ha bisogno di credere in qualcosa, in qualcuno. Ed è meglio credere in Dio che non soltanto in se stessi. Quando si crede solo in sé, si finisce con l’esercitare la superbia, col praticare e conoscere le convinzioni terrene dei despoti, degli assassini, degli egocentrici. Laddove un uomo che non crede si smarrisce e cede al compromesso, il credente non esita a professare la propria Fede. Santa Lucia ne è l’esempio. Sì, sono pronta a perdonare. Il perdono innalza l’animo umano. Chi sa perdonare, conosce quella splendida sensazione di felicità e di amore, che chi è sopraffatto da odio e rancore non può avvertire. Ma è difficile soffocare i propri desideri e tentare di vivere una vita senza provare piacere. Quello non riesco ancora a farlo e non so se mai ci riuscirò.»
Non avevo nient’altro da dirle e attesi la sua risposta.
«Affascinante epilogo,» mi guardò sorridente «sei giunta a un’ottima conclusione, davvero. Ma mi chiedo se si tratta solo di buoni propositi, di belle parole che ti ripeti per darti forza, speranza e fede o se si tratta di effettive convinzioni per le quali anche tu lotteresti o daresti la vita.»
Mi domandai perché la signora Cognome avesse dipinto quella Tela, se non credeva a tal punto nell’esistenza di Dio.
«Ad ogni modo apprezzo molto la tua riflessione, sebbene non limi le mie convinzioni. La vita mi ha irrigidita a tal punto.»
«Non posso dire lo stesso e non mi dispiace» le risposi ricambiando il sorriso e rispettando la sua risposta.
Fissammo l’ultimo appuntamento per il giovedì successivo.

L'autore







Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

1 + 8 =


 

È vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma.
È vietata la redistribuzione e la pubblicazione dei contenuti e immagini non autorizzata espressamente dall’autore.

Se riscontri problemi con il sito web, contatta il webmaster.

redazione@ilraccoglitore.com

 

Ti piace scrivere?

il Raccoglitore è qui per raccogliere storie! Se vuoi inviarci la tua candidatura, scopri come fare.

Scrivi con noi

Newsletter

Seguici su

il Raccoglitore 1.0 © Copyright 2020 - domenica 29 Novembre, 2020 23:11