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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Il bianco della Signora Cognome (Capitolo V)

 

Capitolo V

 

Il tragitto verso casa fu intriso di pensieri. Ero meravigliata da ciò che avevo visto e udito da quella donna in quelle poche ore. Mi ero congedata da lei ringraziandola per la splendida lezione. Lei mi aveva risposto che sarei potuta tornare il prossimo lunedì. Me ne andai ammirata. Cominciai a fantasticare sui possibili quadri che avrei osservato e sulle storie che mi avrebbe narrato. Alla fine di quegli incontri avrei scritto tutto, certa di portare luce su quell’incredibile signora.

Nei giorni che seguirono non pensai a Emanuele, né tornai a Palermo. Andai a fare shopping, mi innamorai di un basco e di una sciarpa e li acquistai insieme ad una mantella. Cercavo qualcosa di raffinato e unico.

La settimana passò troppo lentamente. Le tele della signora erano diventate un’ossessione. Quando giunse domenica l’entusiasmo crebbe, facevo di tutto per non pensare all’indomani. Feci il letto, spolverai la camera, guardai la televisione, lessi un libro. Dopo pranzo ricominciai a sistemare la mia camera, diedi un’occhiata alla libreria e all’armadio. Mi accorsi che il trench era macchiato e lo tirai fuori per portarlo in lavanderia l’indomani. Accesi il computer e guardai un dvd. Finalmente cenai e verso le dieci andai a letto, sperando di addormentarmi presto. Quando si è bambini la sera prima del proprio compleanno non si prende subito sonno, si pensa a tutt’altro. Si medita sui giochi che si faranno con gli amici, si contano i regali e si finisce col contare le pecorelle perché ci si vuole addormentare con tutto se stessi. Ma l’eccitazione lascia svegli, quasi fosse la realtà meglio dei sogni. Così io quella notte non riuscii ad addormentarmi facilmente.

 

Il lunedì mattina giunse grigio, nuvoloso. Pioveva, i tuoni risuonavano dentro casa. Quando uscii dalla porta d’ingresso, corsi in macchina. Persi tempo abbastanza da bagnarmi i capelli e sporcarmi gli stivali di terriccio. Chiusi lo sportello e misi la cintura di sicurezza. Un lampo tessé il cielo.

Arrivai a casa della signora Cognome con dieci minuti di ritardo. Suonai il campanello e mi girai a guardare una finestra, le tende stavano scivolando e le ante ritornarono ad essere coperte.

Francesca Cognome aprì la porta.

«Entra» mi disse ed io eseguii il cordiale ordine.

Con interesse crescente fui ricondotta nella stanza dalle pareti bianche. Ripercorremmo il giardino, la pioggia che cadeva produceva un suono armonioso, piacevole. Una melodia ci accompagnò lungo tutto il viale. Per un attimo mi sembrò di udire il canto di una donna. Scossi la testa, inebriata, ed entrai nella sala candida attraverso una porta di vetro. Tutto era stupefacente, suggestivo.

La signora scomparve oltrepassando un uscio diverso da quello da cui eravamo entrate. Aspettai in silenzio da sola come il primo giorno. Quando fu di ritorno, sbucò con in mano una tela. L’appese sulla parete di fronte a me. E nuovamente mi avvicinai.

«Ah! Questa deve essere la Tela della Famiglia» esclamai osservando l’immagine e indicando le cinque sagome dipinte. Un uomo e una donna adulti tenevano e abbracciavano tre bambini.

«Non proprio» mi rispose la donna e osservò curiosa la mia espressione. «Questa è la Tela dell’Ambizione.»

Mi chiese cosa vedessi e, senza capire il perché di quella domanda, descrissi le cinque figure.

«È una famiglia» ripetei alla fine.

«Cosa credi che sia l’Ambizione per gli uomini?»

Riflettei prima di rispondere.

«È l’obiettivo di un uomo, il sogno più alto, l’oggetto dei suoi desideri…»

«Brava, esatto» mi interruppe calando la testa in segno di assenso «e adesso, dimmi, qual è la tua ambizione?»

«Ne ho molte, diventare una scrittrice ad esempio. Essere apprezzata e ricoprire incarichi di prestigio.»

Mi guardò negli occhi. Aveva scambiato il mio desiderio per vanagloria? Capitava spesso che la gente pensasse questo di me e delle mie aspettative. Ma la gente non capiva quello che per me significasse raggiungere certi obiettivi. Non volevo che lei pensasse questo di me, non era la vanagloria a spingermi, ma il senso di rivincita, di rivalsa. Temevo che la signora non capisse.

«Sei sicura che sia proprio quello che desideri? Guarda il quadro.»

Seguii il suo consiglio.

«Sin da piccola il mio sogno era stato quello di scrivere e raccontare storie, far sognare i bambini, come da bambina io avevo sognato» mormorai tra me e me.

Francesca Cognome mi guardava e ascoltava con notevole interesse. Io mi concentrai sulla Tela.

«Ambizione…» eppure era una famiglia quella nel quadro. Le pennellate erano pulite, semplici. Non vi erano ghirigori, né erano state applicate tecniche di pittura particolari. La donna rappresentata aveva lunghi capelli sciolti e guardava con sorriso dolce la figlia più piccola, la bambina alla quale teneva la mano sinistra: era piccina e indossava un cloche rosso sopra i biondi capelli ricci, il vestitino azzurro era rifinito con decorazioni color melanzana.

La signora mi ricordava molto mia madre. E anche se il dipinto era statico, ebbi l’impressione che quella donna guardasse anche gli altri due figli.

L’uomo, invece, che aveva gli stessi occhi della bambina, era affiancato dal più alto dei fratelli e tratteneva con la mano sinistra l’altro figlio, che giocava con la sorella: le tirava il merletto di una manica dell’abitino con espressione maliziosa. Lei rideva divertita.

Con affetto ed imbarazzo mi ritrovai a pensare alla mia famiglia. Ero figlia unica e amavo i miei genitori. Il matrimonio, il legame che vincola due persone che si amano, è la trappola più magica ed incredibile che possa esistere. Eppure io non ci riuscivo. Lasciare che gli altri si innamorassero di me era come una responsabilità. Così fuggivo ogni volta. Ogni volta. Dicevo che non volevo far soffrire nessuno, che non ero in grado di dare amore, perché non sapevo amare. Ma forse avevo solo paura che gli altri potessero ferire me. Non conoscevo la sofferenza dell’amore perché non avevo mai dato il tempo a nessuno di farmi innamorare. Sembrava così semplice innamorarsi, stare insieme a una persona eppure non sapevo come si facesse. Quel quadro mostrava la semplicità e la felice armonia di una famiglia, tutto appariva così naturale. Ad un tratto capii.

Era questa la mia più grande ambizione, il mio più grande desiderio? Volevo crearmi una famiglia ma temevo di non riuscirci, avevo paura di fallire e concentravo i miei interessi sul lavoro, su altre passioni? Mi girai lentamente verso la signora Cognome.

«Io» cominciai «credo di aver capito» la voce uscì debole a causa dell’imbarazzo.

«Dimmi, cara, cosa vedi?» la sua mano si mosse delicata verso la Tela. Il suo viso era incoraggiante.

«Io voglio una famiglia, ogni uomo vuole crearsi una famiglia, no? Insomma è logico, è naturale che l’uomo voglia crearsi una famiglia.»

Diventai rossa, non so per quale motivo e ritornai a guardare la tela. La mia spiegazione ripetuta ad alta voce suonava sciocca, ridicola. Non era così, io non ci riuscivo. Non era vero che tutti avevano una famiglia. La signora non ne aveva una. Non tutti ne avevano bisogno. Non tutti ne volevano una. E io ero tra questi. Io fuggivo. Sapevo solo scappare, lontana tra i miei innumerevoli rifugi che avevo costruito. Si vive anche senza amore, la vita scorre insieme al tempo fino all’inevitabile conclusione di ogni storia. Ed io non avrei mai creato una famiglia. Amavo la libertà. L’amore era una inganno, una prigione, una gabbia. Un veleno da prendere a piccole dosi, ogni giorno, affinché non fosse più in grado di poterti uccidere.

«Puoi farlo anche tu.»

Sentii un brivido. La speranza alleggerì il mio cuore come se avessi avuto bisogno di quelle parole, che qualcuno mi dicesse che ero capace anch’io di amare. Come se avessi avuto bisogno di quelle parole per respirare. Mi voltai a guardare la signora. Lei mi si avvicinò, tirando fuori dal suo abito nero un fazzoletto di stoffa bianco.

«Puoi farlo anche tu» mi ripeté, mi asciugò le lacrime con dolce freddezza. «I sogni, le ambizioni portano con sé sempre un po’ di paura, in ognuno di noi. Ed è proprio la paura che ci blocca, e talvolta ci impedisce di raggiungere ciò che più desideriamo.»

Le sorrisi grata, il viso umido. Tirai su con il naso. Mi sentivo piccola.

«Eppure» continuò pensierosa «adesso sono curiosa di sapere… se aspetti qualche altro attimo, ti mostrerò un’altra tela.»

Senza attendere il mio assenso si allontanò in direzione di una porta. Quando ritornò con la nuova opera la fissò alla parete, accanto al quadro dell’Ambizione. Il suo sorriso eccentrico e particolare rivolto al quadro.

«Questo è Amore.»

La guardai in viso prima di porre la mia attenzione sulla Tela.

Una spirale ben definita di fumo scarlatto, le anime di due corpi intrecciati, su uno sfondo blu e oro.

Le sagome evanescenti erano di un uomo e di una donna, i loro occhi erano chiusi in un abbraccio.

«È meraviglioso» avvertii una strana sensazione allo stomaco. Questa volta la signora Cognome non disse nulla, non mi chiese cosa ne pensavo, cosa vedevo.

«L’Amore porta con sé sempre molti quesiti, molti dubbi ed incertezze. Non credi?»

Annuii.

«Non sei la sola a crederlo, né l’unica a fuggire, né a innamorarsi.»

«Io non mi so innamorare.»

«Non essere sciocca! Tutti si innamorano, anche l’uomo più freddo e razionale si innamora durante la sua vita, che mai è priva di sentimenti ed emozioni! Piuttosto, quando iniziai questo quadro, mi soffermai a riflettere su un enigma che ancora oggi è per me incerto, irrisolto.»

Continuavo ad ascoltarla, rapita dai suoi modi.

«Anime gemelle oppure opposti che si attraggono?» mi domandò retoricamente. «L’uomo e la donna cosa cercano e cosa vogliono veramente? L’anima gemella o ciò che più di diverso c’è da se stessi?»

Mi tornò in mente un ricordo, che quasi la mia memoria aveva rimosso. Anni prima avevo vissuto una storia molto complicata. Un amore a tre. Non un amore sporco. Non era accaduto nulla di carnale o di orgiastico. Un ragazzo era l’amore platonico, ideale; l’altro era il desiderio e la passione. Il primo era l’anima gemella, il secondo era il mio opposto. Entrambi si completavano nell’uomo che avrei voluto e che difficilmente  avrei trovato. Ma inutile credere che sarebbe potuto durare nel tempo. Nemmeno con uno dei due, perché l’altro ci sarebbe sempre stato. Avrei sempre voluto che l’altro ci fosse. Non potevo chiedere questo e non lo chiesi.

Credevo di non saper amare, ma in quell’attimo capii che non era così. Sapevo amare più di una persona. Quello era stato il mio peccato.

La signora non interruppe la mia silenziosa riflessione. Fui io ad infrangere la mia fantasia, chiedendole cosa pensava, domandandole quale fosse la risposta al suo quesito.

«Non lo so» ammise «ma mi piacerebbe che leggessi l’incisione sul retro» impugnò la Tela dell’Amore e la girò. Qualcosa era scritto con una grafia accurata:

 

“Dove sei?

Ti attendo impaziente.

Ti aspetto ovunque mi trovo.

Lontano e mio, ti sogno vicino e ti sento a me unito,

così tu sei, così ti desidero nel dolce mio delirio.

 

Riconosco l’ossessivo pensiero.

Impotente avverto delle corde stringere

con veemenza il corpo,

le corde che mi legano a te e a un’indomabile passione,

come argentea tela e trappola,

come intrico e inganno inevitabili;

le corde, che stritolano soltanto uno dei due,

come magica volontà dell’affascinante male.

 

La voglia non finisce se non forte disillusione

o inappagante compimento trafiggono il cuore e la ragione.

Di fronte a te lo smarrimento accresce,

il brivido turba e ammalia,

il fremito dilaga, il volto divampa.

 

Ma l’idea del dominio è più forte del possesso”  

 

«È stupenda.»

«Bénédicte Didalucchè, è sua.»

Quella mattina mi congedò dicendo che sull’Amore tutto era incerto, che nulla avrebbe potuto dire di nuovo rispetto a ciò che già sapevo e a ciò che avrei potuto scoprire.

«Riflettici e torna sabato mattina.»

 

 

L'autore







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